L'INTERVISTA

Leo Gullotta «Io, 70 anni

e sempre più combattivo»

di Mariella Caruso
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Dai suoi primi passi nel mondo dello spettacolo, quando ancora quindicenne si ritrovò per caso a fare la comparsa al teatro Massimo Bellini, sono passati cinquantacinque anni. Da allora Leo Gullotta, che lo scorso sabato ha compiuto 70 anni, è passato dal teatro al Bagaglino, dal cinema d’autore alle fiction televisive, è stato testimonial pubblicitario, ha doppiato, tra gli altri, Joe Pesci e Woody Allen e ha messo in bacheca tre David di Donatello e tre Nastri d’argento passando da un genere all’altro.

«E di questo sono felice - attacca Gullotta -. Un attore deve conoscere tutti i linguaggi della sfera dello spettacolo, il suo lavoro è dare anima a personaggi diversi. Poi ognuno sceglie quello che gli è più congeniale, ma ogni esperienza è un viaggio dell’anima. Sono felice anche di essere stato per 22 anni testimonial di un’azienda sana della mia terra e ho conosciuto un uomo di grande classe e stima, il cavalier Condorelli. Del resto non conosco alcun chirurgo che opera soltanto appendiciti. Solo chi ha pregiudizi la pensa diversamente, ma il nostro è un Paese con una certa pesantezza».

Come vive questi 70 anni?

«Come tutti gli altri. Ho sempre cercato di vivere l’esperienza del momento. Questi miei 70 anni sono gioiosi con qualche conoscenza in più della vita, una buona salute: sono un uomo fortunato e cercherò di continuare a vivere in modo combattivo, ma con “Spirito allegro”, come recita anche il titolo dello spettacolo di Noel Coward con cui sono in scena (a Catania è in cartellone al Metropolitan dal 26 al 28 febbraio, ndr.) ».

 

Ha festeggiato in scena anche il suo compleanno…

«Lavorare è la cosa migliore che possa accadere in questi tempi così problematici. Ho brindato accanto alle persone care, una cosa positiva rispetto alla solitudine di tanta gente».

 

Lei è un nostalgico?

«La mia è una nostalgia piena di ricordi dolci, sorrisi, gioia e potenza emotiva: il latte di pecora appena munto che mamma portava a casa quando ero bambino e quello della carbonella da ragazzo; il cocuzzoletto del paesino siciliano dove ho girato “Nuovo cinema paradiso” e l’esperienza di “Vajont” (film che gli è valso uno dei tre Nastri d’argento, ndr.) con la sua tragedia».

 

Di Catania ha nostalgia?

«Amo la mia città, anche se non sono lì presente. Cerco di combatterne le cose negative, non sono tra quelli che non le vedono. Non mi è mai piaciuto l’adagiarsi con comodità: io vado al punto e lo faccio con educazione e civiltà».

 

Quindi è d’accordo con Vecchioni che ha parlato della Sicilia come “isola di merda”?

«Se ne può discutere, ma bisogna leggere il discorso di Vecchioni nella sua integrità: i miei conterranei sanno che il Sud è sfruttato senza nessuno che lo curi veramente. C’è ancora chi ha la faccia tosta di parlare della costruzione del ponte sullo Stretto quando mancano scuole e strade. Stupirci della frase di Vecchioni è come metterci il prosciutto sugli occhi, cosa che soprattutto in politica fanno spessissimo: ogni politico mette quello di suo gradimento, ma non discute sul prosciutto in generale».

 

A proposito di politica, in Parlamento stanno per discutere la legge sulle unioni civili. Cosa ne pensa lei che ha fatto coming out ormai più di vent’anni fa?

«Sento dire le stesse cose da tanti, troppi anni, e mi auguro che stavolta si possa arrivare a un risultato tangibile, ma nel nostro paese c’è molta ipocrisia che io non ho vissuto perché per fortuna sono cresciuto in una famiglia tranquilla. Ho fatto le mie scelte personali con serenità: prima ero eterosessuale e poi omosessuale. L’unica cosa importante è il rispetto verso l’altro».

Artisticamente cos’ha in programma?

«Sarò uno dei protagonisti di “La Catturandi”, una fiction Rai in sei puntate sulla squadra palermitana che si occupa di andare ad arrestare i mafiosi tratta da un libro scritto da uno di quei poliziotti».

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