verso sanremo

Questo è un Festival da incubo

Canzoni mediocri e uniformi

di Giuseppe Attardi
Versione stampabileSend by email

Milano. «E’ una macedonia» dice Carlo Conti parlando del suo Festival. «Ci sono tanti sapori, forse mancherà la papaya, ma l’arancia e la fragola sono di alta qualità». Ma se l’assaggiasse lo chef Antonino Cannavacciuolo gli rivolterebbe il Festival da capo a piedi come fa con le “cucine da incubo” dei ristoranti che va a visitare nella trasmissione di Fox Life.
Un Sanremo da incubo è quello che si svolgerà dal 10 al 14 febbraio al Teatro Ariston. A predominare è l’uniformità. Una melassa nelle musiche e nei testi. La ballata, melodica, impera nella sua struttura classica: intro delicata, apertura enfatica per far partire la voce e sfruttare l’orchestra. E l’amore, in tutte le sue sfaccettature, è il tema scelto da quasi tutti i venti “big” in gara. Una rassegna senza picchi, né verso il basso, né verso l’alto, all’insegna della mediocrità. C’è, è vero, la “cantabilità”, tanto ricercata dal direttore artistico, ma messa a mollo nella banalità.
Dall’anteprima per la stampa delle venti canzoni in gara, ieri negli studi Rai di corso Sempione a Milano, l’impressione non è positiva. Tutt’altro. Grande assente la canzone d’autore e si tiene al largo anche l’underground che, timidamente, nelle scorse edizioni si era avvicinato alla manifestazione. «Non si sono presentati, forse non ho attirato la loro attenzione» commenta Carlo Conti.

Dilagano i Modà
Dilaga, invece, Francesco “Kekko” Silvestre dei Modà che firma ben tre brani: Il solo al mondo affidato alla voce roca della carneade Bianca Atzei, surrogato di Giusy Ferreri, Libera sui miracoli dell’amore “che trasforma in una nuvola nel vento che si dondola”, che però Anna Tatangelo non riesce a far volare, e quando la voce c’è, quella di Annalisa, risulta debole e banale la filastrocca Una finestra delle stelle annegata nei violini e nel miele. E c’è ancora l’influenza del leader dei Modà anche negli arrangiamenti de Il mondo tranne noi dei Dear Jack, unica virata verso un pop rock di maniera senza grandi sussulti.
Sul filone Kekko Silvestre s’inserisce, ma con più originalità, Nesli con Buona fortuna amore, scritta dall’ex Boppin’ Kids Brando, alias il catanese Orazio Grillo, che dei Modà è stato il “deus ex machina”: suo il graffio rock che introduce al ritornello. «E’ una lettera d’amore a una persona lontana – spiega Nesli – Quando si dividono le strade e ci si separa. Non c’è rabbia, è un augurio e la celebrazione di un addio».

Candidati al podio
Tra i candidati al podio molti ex talent. Orecchiabilissima e contagiosa è Straordinario di Chiara: una ballata ariosa, fischiettabile. In questo caso l’amore porta fino al Paradiso. C’è lo zampino di Fedez in Siamo uguali, la canzone con cui debutta al Festival il catanese Lorenzo Fragola, lanciato sul palco dell’Ariston dalla vittoria di “X Factor” e dal doppio platino di The reason why: inizio incalzante, sviluppo sostenuto, è un brano ballabile e radiofonico. E poi “Il Volo”, le cui voci tenorili faranno spellare le mani al pubblico sanremese. Ugole dispiegate, i tre cantanti si presentano con Grande amore, canzone neomelodica con uno sviluppo alla Europe (quelli di The final countdown): sul filo del kitsch, tra musical e romanza pop.

La vecchia guardia
Luci e ombre tra i rappresentanti della “vecchia guardia” al loro ritorno sul luogo del delitto. Marco Masini, che a Sanremo vinse nel 2004, gioca nel suo stile sofferto su un amore in crisi che tenta di riaccendere con Che giorno è. Raf costruisce insieme con Saverio Grandi una canzone difficile ma di gran classe, Come una favola: retorica nel testo, riesce però a salire verso il finale.
Alex Britti, dopo una iniziale e beneaugurante citazione hendrixiana (Little wing) si perde e rimane sospeso tra violini e soliti accordi in Un attimo importante, anche questa sui miracoli che può fare l’amore. Va sempre a chiudersi in se stesso Gianluca Grignani, autore di una ballata chitarristica Sogni infranti, imperterrito nel ruolo ormai sbiadito di “maudit” di borgata. Ed è ancora una ballata, buia e delicata, quasi una sorta di preghiera d’amore Adesso qui (nostalgico presente) scritta da Pacifico e dal modicano Giovanni Caccamo per Malika Ayane, che la interpreta con eleganza.

Nel limbo
Giochi pirotecnici di rime per il rapper Moreno in Oggi ti parlo così, virtuoso senza senso del freestyle. “Il canto limpido” di Lara Fabian non riesce a liberare dagli eccessivi barocchismi Voce, canzone in stile anni Sessanta che sembra inseguire modelli alla Celine Dion. Resta fedele al cliché vintage Nina Zilli, la Amy Winehouse de’ noantri, nel blues Sola, pieno di rimandi a Feelin good di Michael Bublé ed alla Nina Simone di I Put A Spell On You.

I “diversi”
Soltanto quattro i brani che si distinguono in questa macedonia sommersa nello zucchero, riportandoci a tematiche e sonorità del presente. Fatti avanti amore di Nek dà una scossa dance al Festival, tra echi di Coldplay e Depeche Mode, mentre Io sono una finestra è un abito di sartoria d’alta classe cucito su misura da Grazia Di Michele per Mauro Coruzzi, alias Platinette: “Io non so mai chi sono, eppure sono io… non c’è una donna o un uomo, solo un essere umano…”. Piano jazzato e archi, atmosfere retrò da club per sostenere le due voci che si intrecciano.
Una divertente marcetta dall’humour nero è Vita d’inferno portata sul palco da Biggio e Mandelli, ovvero I Soliti Idioti. E’ l’elencazione di tutti gli affanni della vita quotidiana, dalla vana ricerca di un parcheggio al furto del motorino, dal wi–fi che non funziona alle liti per il telecomando. Un “giramento di coglioni” cantano (ma all’Ariston si autocensureranno sostituendo la parolaccia con uno stacco di fiati) nello stile di Cochi e Renato, che non a caso saranno loro ospiti per riproporre insieme E la vita la vita nella serata di giovedì dedicata alle cover di classici della canzone italiana.
Infine Irene Grandi, l’unica a emergere davvero nelle musiche e nel testo. Un vento senza nome racconta una storia vera, di una donna che ha il coraggio di scegliere, di abbandonare il marito violento, una situazione familiare difficile: “Con il vento sei volata via da quel che non è giusto”. Introdotta dal piano di Stefano Bollani, è una ballata irregolare e senza enfasi, graffiata da una chitarra rock alla Cock Robin.
Poche eccezioni in un Festival che, in fin dei conti, rispecchia la personalità del direttore artistico, il ragionier Carlo Conti. Che non ha mai smesso gli abiti impiegatizi e non ha mai brillato per originalità e genialità.

COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

In primo piano

Ti potrebbero interessare