Se l’Ue mette divieti anche sul pesce spada:

torna l’ipotesi quote come per il tonno rosso

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CATANIA - «Siamo sulla stessa barca», ha detto parlando - da maltese - della gente di mare. Prima di confermare la necessità di «interventi forti» per difendere il Mare Nostrum dalla morìa di pesci. «Misure tecniche d’emergenza, come chiudere temporaneamente qualche tipologia di pesca». Comprese «le quote per il pesce spada», una delle soluzioni sul tavolo del commissario europeo alla pesca e all’ambiente, Karmenu Vella. «Per il tonno questo strumento - ci ha detto - ha funzionato benissimo e quindi adottarlo per altre specie come il pesce spada è un’ipotesi che, in prospettiva futura, stiamo valutando, naturalmente confrontandoci con tutti gli interlocutori per trovare delle soluzioni condivise». La rotta, ormai, è chiara. La Conferenza dell’Unione europea sullo stato degli stock ittici del Mar Mediterraneo, che si è conclusa oggi a Catania, ha messo un punto fermo sulle politiche comunitarie: «Bisogna mettere a punto misure urgenti per riportare le risorse a livelli sostenibili».

Vella l’ha detto davanti a decine di rappresentanti dei Paesi interessati: oltre all’Italia (a fare gli onori di casa il sottosegretario all’Agricoltura con delega alla Pesca, Giuseppe Castiglione), presenti allo Sheraton anche Spagna, Grecia, Croazia, Malta e Slovenia, alla presenza di scienziati, organizzazioni del Mediterraneo, Ong e ambientalisti.

 
Situazione shock

«L’anno scorso - ci racconta Vella - è stato uno shock, quando gli scienziati ci hanno presentato la situazione del Mediterraneo, dove oltre il 90 per cento dello stock è sovrasfruttato». Il riferimento è un dossier sul tavolo della Commissione: il 96% per cento degli stock ittici subisce una pressione di pesca quattro volte superiore rispetto al livello sostenibile. I tecnici lo chiamano Rms (Rendimento massimo sostenibile), ovvero la quantità di pesci che si può catturare, anno dopo anno, senza mettere a rischio la capacità di riprodursi in futuro. «Questo - ammette il commissario Vella - è brutto, molto brutto. E ci preoccupa molto, perché anche se facciamo una comparazione fra il Mare Nostrum e altri mari, come il Baltico, noi siamo meno organizzati nelle risposte a questa emergenza. C’è una ragione: perché il Mediterraneo non è soltanto un mare degli Stati membri dell’Ue. Ma io credo che questa non dev’essere una scusa». 

 

Anche perché altrove le cose vanno diversamente. Nei mari del Nord la situazione negli ultimi anni è migliorata, mentre il Mediterraneo (0,8% della superficie globale marina) contiene dal 4 al 18% delle specie. E per alcune specie - il merluzzo, la triglia e la rana pescatrice - la mortalità per pesca ha raggiunto livelli sei volte superiori a quelli ritenuti adeguati.

 

I pescatori però si lamentano di «una politica miope» dell’Europa: troppi divieti, che favoriscono la concorrenza dei Paesi dell’altra sponda del Mare Nostrum. Ieri una delegazione di operatori siciliani hanno incontrato, assieme a Castiglione, il commissario Vella. La protesta principale riguarda le quote tonno, che nonostante le recenti aperture del governo nazionale, vengono ritenute troppo restrittive, «anche perché ormai in mare ci sono talmente tanti tonni che si stanno mangiando tutto il pesce azzurro», hanno denunciato i pescatori.

 

La flotta che non c’è più

In effetti la flotta italiana s’è molto ridimensionata. In Sicilia, negli ultimi 15 anni, i pescherecci sono passati da 4.329 a 2.882. E gli occupati dell’intera filiera ittica, oggi circa 30mila (di cui un terzo pescatori), nel 2000 superavano le 45mila unità. Meno barche e meno pescatori. Ma anche meno pesce (dalle 103mila tonnellate pescate nel 2005 alle 62mila del 2014) il che contraddirebbe il dato sullo sfruttamento del Mediterraneo. E alimenterebbe, suffragato dal boom del fatturato (circa 400 milioni) delle 350 aziende di trasformazione e commercializzazione, anche la beffa: in Sicilia si consuma più pesce surgelato che fresco. La tendenza è in atto ed è seria.

Ma questi numeri vanno raffrontanti con altri. Un nuovo studio, pubblicato su Nature da Daniel Pauly e Dirk Zeller e citato in un’inchiesta dell’Espresso, ha ricostruito i livelli di pesca integrando numeri che sfuggono alle statistiche della Fao, come quelli della pesca artigianale e illegale. La ricerca ha rivelato che, tra il 1950 e il 2010, le catture nel Mediterraneo potrebbero essere state il 50% in più di quanto ufficialmente dichiarato. Per l’Italia le stime sono ancora più negative: «Le catture totali sono state 2,6 volte superiori rispetto a quanto dichiarato alla Fao», hanno scritto gli studiosi.

 

«Di fronte alla gravità dei dati sullo stato degli stock - ammette Giampaolo Buonfiglio, presidente del Medac, il Mediterranean Advisory Council - servono nuove formule, nuove ricette e nuovi modelli di gestione comuni, evitando misure unilaterali di emergenza drastiche che potrebbero aggravare la situazione del settore. Da una parte dobbiamo pensare alla ricostituzione degli stock e al recupero delle caratteristiche migliori del bacino, dall’altra a far sopravvivere un settore economico e sociale che nel Mediterraneo ha un’ampia valenza».
Bonfiglio ha precisato che la valutazione «riguarda circa 30 stock e ancora meno specie».

 

 

E l’Italia, in questo percorso, sarà protagonista. «Metteremo insieme i ricercatori, gli studiosi, gli stakeholders delle pesca per affrontare l’emergenza Mediterraneo per programmare ed attuare una nuova politica comune con principio basilare: la sostenibilità, che e innanzitutto ambientale, ma anche economica e sociale», assicura il sottosegretario Castiglione. Che spezza una lancia a favore degli operatori del settore: «Pensare che i pescatori siano inconsapevoli della necessità di salvaguardare il mare è ingeneroso: i nostri pescatori sono i veri tutori del mare. Puntiamo piuttosto a contrastare la pesca illegale. C’è da affrontare questa nuova stagione con piani di gestione pluriennale che non guardino solo alle nostre acque, ma affrontino i temi del Canale di Sicilia e dell’Adriatico con il metodo della condivisione tra tutti i paesi, affinché la pesca diventi un fattore di sviluppo reale».

 

Gli obiettivi 

Ma ora si guarda avanti. L’obiettivo della conferenza di Catania era «prendere conoscenza del problema, poi capire se vogliamo fare qualcosa e poi scegliere cosa fare», ricorda il commissario Vella, soddisfatto dell’esito della conferenza di ieri. Dopo il summit, la Commissione lavorerà su interventi specifici per fare partire nel corso di questo mese e del prossimo, incontri bilaterali con Tunisia, Turchia ed eventualmente Marocco per ottenere il loro accordo su misure di principio. Vella ha invitato il prossimo aprile tutti i ministri del Mediterraneo a Bruxelles in occasione del Seafood Expo. Dalla primavera in poi le «misure d’emergenza», comprese le “quote pesce spada”, saranno non più un’ipotesi. Ma qualcosa di molto più concreto.

twitter: @MarioBarresi

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