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Targhe e ricordi alla serata d'onore del Leonardo da Vinci

Illustri professionisti, che si sono formati nel celebre istituto lasalliano di Catania, si sono ritrovati per l'iniziativa organizzata da Enzo Ingrassia e Puccio Gennarino

Catania - Bisogna partire dalle foto. Degli insegnanti, delle classi degli alunni. Delle Mini Olimpiadi, con i bambini delle varie sezioni distinti per colore. Della Marcialonga di Primavera, antesignana della Corri Catania che oggi invade in maniera gioiosa la città. E cosa altro sono, le foto, se non il modo per rendere eterno un ricordo? Parlando, beninteso, sempre dell’eternità delle cose umane; che poi, non è altro che l’esatta dimensione dei ricordi. Fotografie perfettamente messe a fuoco e perfettamente in movimento, allo stesso tempo. Espressioni di uno stato d’animo. Di un modo di essere, o di essere stati. Magari uno specchio in movimento. Dove, ai protagonisti della storia, non resta che correre il rischio, come capitò ad Alice nel paese delle meraviglie, di passare involontariamente quello specchio, magari solo per vedere per un attimo il proprio riflesso. Per raccontare la serata d’onore del Leonardo da Vinci, che ha raccolto e premiato i protagonisti della storia del liceo lasalliano a pochi giorni dalla chiusura del sipario, bisognerebbe partire proprio dal racconto fotografico di essa.

Dove la foto messa a fuoco sono i protagonisti delle diverse generazioni di allievi dei fratelli delle scuole cristiane, accolti sul palco dagli organizzatori della serata, Enzo Ingrassia e Puccio Gennarino, in rappresentanza delle categorie sociali e professionali nelle quali, nei decenni, quella esperienza formativa si è disseminata; mentre quella in movimento è il fermo immagine che raccontava degli stessi protagonisti quaranta, cinquanta, sessanta o addirittura settant’anni fa, resi vivi dalla testimonianza dell’ingegnere Gaetano D’Emilio, classe 1928, che entrò nella sede storica di viale Vittorio Veneto nel 1939, con il futuro che era una palla di cannone accesa e l’Italia sul punto di raggiungerlo. Nell’eleganza in bianco e nero degli abiti dei ragazzi mandati a farsi classe dirigente, seguendo i principi educativi affermati tre secoli fa da san Giovanbattista La Salle, e oggi alla base dell’intero insegnamento scolastico primario, c’è tutto il senso di una appartenenza che, nei ricordi univoci dei presenti, si sviluppava in tre parole: educazione, rispetto, fratellanza. E se i primi due termini esprimono la sostanza di un percorso formativo orientato ai valori della pedagogia scolastica ma anche della spiritualità, per entrare nel merito ontologico dell’altro, come insegnava Aristotele, ma soprattutto per formare una consapevolezza cristiana, una relazione trascendente con l’eterno così come eterno è il carisma lasalliano; il terzo manifesta ciò che dell’esperienza leonardiana è carne viva oggi. L’essere comunità, il riconoscersi membri di una famiglia nella quali i legami durano nel tempo, dando vita ad una solidarietà umana che non è stata appanata dalla polvere accumulatasi negli anni.

Il senso comunitario era fortissimo, ci dicono un po’ tutti gli intervenuti. Ma quello è un patrimonio di quasi tutte le esperienze scolastiche. Ciò che distingueva, il Leonardo dagli altri, era l’essere programmato per declinare l’appartenenza in un più vasto progetto di formazione della classe dirigente della città. E per decenni fu così. Quella uscita dal Leonardo seppe essere classe dirigente di ispirazione unitaria, nella politica, nelle professioni, nel sociale. Ma poi capita che quelle foto diventano a colori, arrivano gli anni Ottanta dell’edonismo reaganiano, "il 1989 segna uno spartiacque storico anche a Catania” chiosa Ottavio Cappellani. Non è che il progetto educativo lasalliano si snatura: semplicemente viene ad essere calato nella contemporaneità. L’appartenenza diventa status symbol, si passa dal “essere del Leonardo” all’essere “quelli che vanno al Leonardo”, tratto distintivo insieme al Moncler, al vespone 150 e agli occhiali Ray-ban. L’appartenenza continua ad essere vissuta attraverso le relazioni umane che resistono al trascorrere del tempo ma non è più tempo per progetti unitari di formazione di una classe dirigente. Vuoi perché la società si è fatta liquida, come insegna Baumann, o “mucilaggine”, il termine utilizzato nel rapporto Censis del 2007 da Giuseppe De Rita. Non c’è una colpa o responsabilità: è che il mondo si cambia e Catania con esso. La trasformazione sociale della città procede con un incedere travolgente. Le esperienze, anche le migliori, sono destinate ad esaurirsi, le appartenenze si consumano più velocemente o, forse, per i più giovani è difficile sentirsi davvero parte di qualcosa, nella società del tutto e subito. Questa spiega anche perché mancavano i più giovani, ieri sera. La storia del Leonardo ha rappresentato tanto per una città che, a volte, vede scivolare via le cose senza rendersene conto. Sopravviverà l’immensa struttura sportiva, tratto distintivo tra i più importanti, grazie all’impegno della polisportiva Alfa di Nico Torrisi. Poi si può continuare ad interrogare sul perché certe cose vengano valorizzate in chiave nostalgica, quando hanno smesso di poter contribuire all’edificazione del futuro. Ma è il destino delle cose umane, di iniziare e finire. Quello che conta è cosa si è stati nel frattempo.

Foto di Davide Anastasi

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