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Fotostoria di Montante, il paladino della legalità finito sotto inchiesta

La notizia dell'arresto di Antonello Montante non ha destato grandi sorprese a Caltanissetta e né in provincia, dove, ormai da anni, tutti si sono divisi. Da una parte c’è chi sostiene che quella del gruppo Montante è stata una “legalità di facciata”, dall’altra i fedelissimi, che continuano a sostenere la tesi della “vendetta” di chi negli ultimi anni è stato costretto a lasciare centri di potere per la “battaglia” e dei mafiosi finiti in carcere.

Fin da giovane, Montante è stato tra i più attivi protagonisti del mondo imprenditoriale siciliano, coniugando l'impegno nell'azienda di famiglia fondata dal nonno (la prestigiosa Cicli-Montante) nel 1908, all'attività confindustriale. Nel corso dell'inchiesta nissena è stata sequestrata una quantità notevole di materiale negli uffici e nelle abitazioni nella disponibilità di Montante, atti e carte che adesso devono essere esaminate dagli inquirenti, mentre sono state già monitorate le società che fanno capo all’imprenditore, La Gimon Dampers (che si occupa di veicoli industriali e ammortizzatori), Msa, Htm Hasta Magi (prodotti in gomma), Alechia (immobiliare) e altre minori, con fatturato di oltre 70milioni di euro e sedi a Caltanissetta, Serradifalco, Asti e Milano.

La vicenda giudiziaria parte da tanti anni fa, dall’amicizia tra Montante e Vincenzo Arnone, il figlio di un presunto boss, Paolino, morto suicida in carcere nel 1992 dopo essere stati accusato di mafia. Vincenzo Arnone (anche lui affiliato a Cosa Nostra di Serradifalco e tra i fidatissimi di “Piddu” Madonia) è stato testimone di nozze di Montante (da anni circola una foto che li ritrae insieme e anche il certificato di nozze).

Dei rapporti tra i due ha parlato diffusamente uno dei quattro pentiti dell’inchiesta, un compaesano di Montante: si tratta di Dario Salvatore Di Fancesco (figlio di una famiglia benestante di Serradifalco) che da dipendente dell’Asi di Caltanissetta, pilotava gara d’appalto per agevolare le cosche, ospitava latitanti di mafia e teneva rapporti con uomini d’onore. Di Francesco ha raccontato del sostegno che Montante avrebbe assicurato alla cosca di Serradifaco anche negli anni in cui era diventato il “paladino della legalità” di Confindustria, firmando protocolli con ministri della Repubblica e magistrati di vari uffici giudiziari e organizzando a Caltanissetta anche una riunione nazionale del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica.

I legali di Montante hanno sempre ribadito l’impegno antimafia del loro assistito commentando la notifica dell’avviso di garanzia per concorso in mafia: «Da quasi vent’anni Montante ha dedicato, in costante rapporto, con la Magistratura e le Istituzioni, la sua attività, allo scopo di radicare, per la prima volta nella storia, nel mondo dell’imprenditoria i valori e la cultura della legalità e della fiducia nelle istituzioni».

Ma c’è anche l’aspetto politico che non va dimenticato: Confindustria Sicilia ha fatto parte, con propri esponenti, degli ultimi Governi regionali. Montante è stato anche uno dei principali sostenitori della candidatura di Rosario Crocetta a Governatore della Sicilia. Nel Governo Lombardo è stato assessore l’imprenditore Marco Venturi, già presidente della Camera di Commercio, con Crocetta un assessorato è andato a Linda Vacheri, dipendente di Confindustria nissena e che sarebbe stata indicata da Montante.

Venturi poi ruppe con Montante, dimettendosi da presidente di Confindustria Centro Sicilia e lanciando accuse non solo contro l’ex amico («domina il sistema di Confindustria, incide in alcuni settori “nevralgici” del Paese e determina le scelte del presidente della Regione Crocetta»), ma anche accusando i vertici nazionali degli industriali («il Collegio dei probiviri invece di chiedere “conto” a Montante della sua pesante e imbarazzante inchiesta giudiziaria, mi ha chiesto conto di aver rilasciato doverose dichiarazioni alla stampa»). 

Venturi in passto è stato poi interrogato in Procura dai magistrati che indagano su Montante dopo aver dichiarato che «nel sistema confindustriale in Sicilia, una lobby trasversale che si nutre di vendette, ha cercato di imbavagliare me e il presidente dell’Irsap, Alfonso Cicero, con un sistema che opera attraverso condizionamenti e pressioni sugli associati».

Del gruppo che anni fa conquistò la leadership in Confindustria a Caltanissetta, Antonello Montante, Marco Venturi e Massimo Romano e scalò anche le gerarchie nazionali, è rimasto solo Montante. Anche Romano è stato chiamato in Procura e, dopo le reticenze iniziali (si dice che sia indagato per “false informazioni”) ha parlato, raccontando qualche episodio compromettente.

L’inchiesta nissena punta anche su presunti fondi che Montante avrebbe messo a disposizione di persone che erano funzionali ai suoi interessi. Di questa pista investigativa ha parlato anche il pentito Dario Salvatore Di Francesco che ha riferito di somme versate da Montante a uomini d’onore.

Accuse gravissime e, naturalmente, tutte da dimostrare. Relazioni pericolose, insieme alla gestione opaca di alcune società e risorse economiche occulte.

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