Non è un errore, ma una congiura
di Giuseppe Testa
Passano le ore, e il quadro si fa più chiaro. Nello psicodramma che occulta forti dissapori interni, il pasticcio delle liste in Lazio e in Lombardia si va rivelando per quel che è: non l'inevitabile conseguenza di un errore da sprovveduti, come l'ha definito Bossi, bensì la polpetta avvelenata sfornata della guerra per bande che da mesi dilania il centrodestra. Non avremmo a che fare con dilettanti, insomma, ma con dei congiurati. La questione romana, in particolare, dove la temporanea esclusione di Polverini coinvolge anche l'Udc, ha un responsabile: la firma mancante che taglia fuori dalla lizza la governatrice in pectore, voluta dal tandem Fini-Casini, è di un ex-quadro di Forza Italia.
Le voci di trappole si moltiplicano. Non c'è un solo dirigente disposto a bersi la favoletta dei ritardi cumulati per un paio di tramezzini serviti lento pede. Due mesi fa, il Pdl guardava con ottimismo alle regionali: a Roma, dopo lo scandalo Marrazzo, pareva dovesse fare una passeggiata. Ora lo scenario è rovesciato: il test di medio termine rischia di trasformarsi in un naufragio per Berlusconi. Cicchitto, fra i fedelissimi del premier, lo dice senza remore: il vero senso di quanto sta accadendo è un attacco mirato alle liste del Pdl per mutare artificialmente i rapporti di forza. Già. Ma rapporti esterni o interni al partito? A naso, l'operazione parte dai finti amici. Sotto la diarchia del Pdl, sempre più evidente, c'è un partito in cui, è stato calcolato, operano in atto almeno tre correnti strutturate. Se la Lega effettuasse il sorpasso al Nord, Fini avrebbe buon gioco nell'avviare la revisione moderata del centrodestra a cui pensa da tempo: protetto dall'ombrello del Quirinale, sospinto da Casini, incoraggiato da settori non indifferenti del Pd.
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