Accompagniamo i nostri giovani a cercare lavoro
di Domenico Tempio
Le riflessioni e le interviste pubblicate dal nostro giornale tra cui quelle di insigni studiosi della cultura e dell'economia, come Giuseppe Giarrizzo, Pietro Barcellona ed Elita Schillaci, hanno evidenziato la fondamentale importanza dei giovani in un processo di rilancio della Sicilia. Barcellona, ad esempio, chiede al governo regionale, presente e futuro, «un piano straordinario per l'occupazione giovanile che ridia fiato a una generazione che rischia di essere bruciata per sempre». La Schillaci rafforza tale proposta con un «bando per trattenere o richiamare quei cervelli che tentano di lasciare la Sicilia o che l'hanno già lasciata».
Certo è difficile trovare chi non sia d'accordo con queste proposte. Il nostro giornale da tempo ha allargato i suoi spazi a questo dibattito. La stessa scelta che i maturandi hanno fatto nella recente prova d'italiano fa capire come il problema giovani sia ormai imprescindibile nella nostra società. E' necessario però mettere dei punti fermi al dibattito senza i quali qualsiasi iniziativa naufragherebbe.
La domanda che bisogna farsi è questa: in che contesto i giovani devono operare per il loro futuro e, per quanto ci riguarda, per il futuro della Sicilia? Non pensiamo che l'intento sia quello di creare un esercito di belle intelligenze, di energie lavorative e, soprattutto, di grande impegno morale, senza avere preparato, assieme a una sicura base economica, le condizioni strutturali, sociali e culturali per il loro inserimento.
Quando parliamo di «culturali» ci riferiamo innanzitutto alla politica. Perché se quest'ultima pensa, oggi come ieri, a uno «stipendificio» clientelare, allora sarà bene che i nostri giovani vadano via. Sarebbe una scelta suicida creare un esercito di sbandati, come sono gli attuali precari, o di nullafacenti come coloro che sovraffollano la Regione. E' ovvio che non è questo che si vuole. Si cadrebbe nella provocazione filo leghista del Financial Times per il quale l'Italia europea si dovrebbe fermare al Nord.
Allora cosa fare? Prima di tutto trovare la chiave finanziaria. Il vice presidente della Commissione europea, Tajani, ha suggerito, in una intervista rilasciata al nostro giornale, di utilizzare i fondi Ue non spesi. E in Sicilia ammontano a diversi miliardi. Occorrerà poi liberare l'Isola dalla burocrazia imperante negli enti locali, soprattutto nella Regione. Ciò permetterebbe la creazione di una sinergia tra le varie istituzioni e le associazioni culturali, imprenditoriali, professionali, sindacali, sociali con l'intento di accompagnare e assistere i giovani sin dall'inizio del loro percorso produttivo. Senza queste «guide» rischierebbero di perdersi. Come è accaduto a molti le cui travagliate storie raccontiamo ogni giorno.
Protagonista tra le varie istituzioni dovrebbe essere l'Università. Il suo compito non può essere esclusivamente didattico ma anche sociale. Ciò significa rimanere punto di riferimento del giovane anche dopo la laurea. Non solo per quei pochi che rimangono nell'orbita degli atenei, ma anche per coloro che tentano altre strade e che spesso si perdono nei labirinti della burocrazia e della politica. Non ci lamentiamo se poi espatriano.
E' facile, dunque, dire largo ai giovani, se poi li lasciamo soli. E' come mettere per la prima volta un bambino in mare e poi abbandonarlo a se stesso. Affogherebbe. Come accade spesso nel nostro mondo, pronto a inghiottire chi non lo sostiene. Che non può essere il padrino di turno, ma una forza sociale e culturale, che funzioni come «sportello» per coloro che hanno voglia di lavorare. Il risveglio della Sicilia passa dal contributo di tutti noi. Senza la solita retorica. Cioè senza l'ipocrisia delle parole.
Certo è difficile trovare chi non sia d'accordo con queste proposte. Il nostro giornale da tempo ha allargato i suoi spazi a questo dibattito. La stessa scelta che i maturandi hanno fatto nella recente prova d'italiano fa capire come il problema giovani sia ormai imprescindibile nella nostra società. E' necessario però mettere dei punti fermi al dibattito senza i quali qualsiasi iniziativa naufragherebbe.
La domanda che bisogna farsi è questa: in che contesto i giovani devono operare per il loro futuro e, per quanto ci riguarda, per il futuro della Sicilia? Non pensiamo che l'intento sia quello di creare un esercito di belle intelligenze, di energie lavorative e, soprattutto, di grande impegno morale, senza avere preparato, assieme a una sicura base economica, le condizioni strutturali, sociali e culturali per il loro inserimento.
Quando parliamo di «culturali» ci riferiamo innanzitutto alla politica. Perché se quest'ultima pensa, oggi come ieri, a uno «stipendificio» clientelare, allora sarà bene che i nostri giovani vadano via. Sarebbe una scelta suicida creare un esercito di sbandati, come sono gli attuali precari, o di nullafacenti come coloro che sovraffollano la Regione. E' ovvio che non è questo che si vuole. Si cadrebbe nella provocazione filo leghista del Financial Times per il quale l'Italia europea si dovrebbe fermare al Nord.
Allora cosa fare? Prima di tutto trovare la chiave finanziaria. Il vice presidente della Commissione europea, Tajani, ha suggerito, in una intervista rilasciata al nostro giornale, di utilizzare i fondi Ue non spesi. E in Sicilia ammontano a diversi miliardi. Occorrerà poi liberare l'Isola dalla burocrazia imperante negli enti locali, soprattutto nella Regione. Ciò permetterebbe la creazione di una sinergia tra le varie istituzioni e le associazioni culturali, imprenditoriali, professionali, sindacali, sociali con l'intento di accompagnare e assistere i giovani sin dall'inizio del loro percorso produttivo. Senza queste «guide» rischierebbero di perdersi. Come è accaduto a molti le cui travagliate storie raccontiamo ogni giorno.
Protagonista tra le varie istituzioni dovrebbe essere l'Università. Il suo compito non può essere esclusivamente didattico ma anche sociale. Ciò significa rimanere punto di riferimento del giovane anche dopo la laurea. Non solo per quei pochi che rimangono nell'orbita degli atenei, ma anche per coloro che tentano altre strade e che spesso si perdono nei labirinti della burocrazia e della politica. Non ci lamentiamo se poi espatriano.
E' facile, dunque, dire largo ai giovani, se poi li lasciamo soli. E' come mettere per la prima volta un bambino in mare e poi abbandonarlo a se stesso. Affogherebbe. Come accade spesso nel nostro mondo, pronto a inghiottire chi non lo sostiene. Che non può essere il padrino di turno, ma una forza sociale e culturale, che funzioni come «sportello» per coloro che hanno voglia di lavorare. Il risveglio della Sicilia passa dal contributo di tutti noi. Senza la solita retorica. Cioè senza l'ipocrisia delle parole.
