Pubblicato: 18/04/2013
Monsignori e massoni avvicinati dai clan
di Concetto Mannisi
Nuovi retroscena dopo il blitz dei carabinieri contro gli affiliati della famiglia Santapola-Ercolano. Anche un alto prelato in ginocchio dal "manager" di Cosa nostra a Catania
"Buonasera, volevo soltanto inginocchiarmi e dire grazie...", dice uno. "Sono io che devo inginocchiarmi davanti a un monsignore...", risponde l’altro. No, non è un dialogo tratto dal “Don Camillo e Peppone” di Guareschi, bensì il contenuto di una intercettazione cui sono stati sottoposti Giorgio Cannizzaro, quello che potremmo considerare il “manager” di Cosa nostra catanese, e monsignor Amerigo Ciani, prelato uditore della Sacra Rota. Non è chiaro in che circostanze siano state pronunciate tali parole, ma ciò che si legge basta e avanza per comprendere fin dove si era spinto Cannizzaro nei suoi rapporti con gli alti livelli del clero, dell’imprenditoria, della massoneria e, ovviamente, della mafia siciliana (non soltanto quella catanese, quindi...), della camorra (i casalesi, in particolar modo) e della ‘ndrangheta.

Certo, non è dato sapere se monsignor Ciani conoscesse a 360 gradi il proprio interlocutore, ma il tono delle parole utilizzato dai due testimonia una confidenza che il Cannizzaro aveva anche con altri uomini di chiesa. A cominciare da padre Salvatore Lo Cascio, parroco di Librino, indicato dagli stessi investigatori come “padre spirituale” del defunto boss Pippo Ercolano, nome storico di Cosa nostra catanese.

Anche in questo caso c’è poco da dire dal punto di vista “investigativo”, ma bisogna riconoscere la capacità del Cannizzaro di farsi largo e, perché no, di farsi apprezzare e rispettare un po’ in tutti gli ambienti.

Compreso quello della massoneria, a quanto pare, dove il “manager” di Cosa nostra vantava un’amicizia strettissima con il “Sovrano, Gran Commendatore e Gran Maestro della Serenissima Gran Loggia del Sud”, Corrado Labisi, con il quale si scambiava l’appellativo di “fratello”. Un’amicizia, questa, “che - riferiscono gli investigatori - va al di là della mera conoscenza e che sottintende una comunanza di interessi per certi versi inquietante”.

Sarà stato proprio perché consci di tali conoscenze importanti dell’uomo che gli affiliati, che lo conoscevano bene anche dal punto di vista operativo, nutrivano in Giorgio Cannizzaro una grandissima fiducia. Al punto tale che, stando a quanto riferisce un collaboratore di giustizia, il capo del gruppo del Villaggio Sant’Agata, Turi Battaglia, avrebbe affidato sessantamila euro al Cannizzaro stesso al fine di aggiustare un processo approdato in Cassazione e che sperava si concludesse con esito positivo.

Il processo, in verità, non si concluse così come Battaglia avrebbe voluto e il capo del gruppo del Villaggio cominciò a mettersi sulle tracce del “manager”, per farsi restituire la somma versata. Un “inseguimento” condotto con il giusto tatto, però, visto che si era al cospetto di un uomo di assoluto “rispetto”. Un episodio per certi versi analogo viene riferito anche dallo steso Santo La Causa, quello che il procuratore Giovanni Salvi, nella conferenza stampa di mercoledì, ha definito, assieme ai Mirabile, “collaboratore di giustizia di massima affidabilità”.

Ebbene, La Causa ha riferito che agli inizi degli anni Novanta, mentre ancora non era quello che sarebbe diventato, aveva avuto un pesante litigio con il detenuto Pino Chiofalo, ristretto assieme a lui in un carcere della Calabria. Giuseppe Ferrera “Cavadduzzu” gli fece sapere che Cannizzaro stava lavorando per lui e che, attraverso alcune amicizie al Ministero avrebbe ottenuto un trasferimento in una sede del Nord, dove gli sarebbe stato riservato un regime carcerario più confortevole.

In verità, riferisce ancora La Causa, il trasferimento non lo ottenne e poco dopo gli fu applicato persino il 41 bis, ma secondo l’ex reggente del clan Santapaola-Ercolano il “manager” era davvero nelle condizioni di muovere tali pedine.
In effetti sulla figura del Cannizzaro qualche sospetto lo nutrivano anche i suoi stessi compagni. E ciò si esplicitò soprattutto quando Cannizzaro e Angelo Santapaola, poi ucciso per una decisione maturata all’interno della stessa famiglia, furono sospettati di avere incassato novantami la euro per una “messa a posto” di un cantiere. Denaro che non sarebbe mai stato fatto confluire nella bacinella del clan, da dove si attingevano i soldi per gli stipendi degli affiliati, il sostentamento delle famiglie dei detenuti, i soldi per gli avvocati. Nelle carte dell’ordinanza “Fiori Bianchi 3” si legge anche di contatti fra il Cannizzaro e i servizi segreti, nonché fra lo stesso “manager” e rappresentanti delle forze dell’ordine che lavoravano per arrestare La Causa.