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LegaPro, Akragas: il retroscena di una crisi societaria senza esclusione di colpi

Ecco perché i romani (per ora) aspettano alla finestra, ecco perché Tirri sta provando a fare cassa vendendo giocatori e prova a convincere il comune ad una fidejussione (quasi) al buio per l'illuminazione dello stadio

LegaPro, Akragas: il retroscena di una crisi societaria senza esclusione di colpi

Peppino Tirri

I segnali – ma questo pubblicamente non lo dirà nessuno – sono chiari: il disegno appare quello di giungere ad una retrocessione pilotata e poi, puntare al ripescaggio grazie all’impianto di illuminazione dello stadio Esseneto.

Perché se l’Akragas società di calcio sta puntando – e lo ha detto il presidente Silvio Alessi – a diminuire al minimo il budget invece l’ad Peppino Tirri si è presentato l’altro giorno al Comune davanti al sindaco Calogero Firetto: “A che punto è il Comune – ha chiesto Tirri – con la fidejussione da trasmettere al credito sportivo?”. I bene informati raccontano che Firetto si è (o forse è stato) trattenuto a stento dallo sbottare. Al che l’assessore Giovanni Amico, che di cose finanziarie ne capisce, ha risposto: “Noi siamo pronti, fateci trasmettere dal Credito sportivo la richiesta, perché il Comune ancora non ha dati sull’importo del mutuo chiesto, sulla durata e sul tasso di interesse praticato". E il discorso si è chiuso così. Un retroscena che va ad aggiungersi ad un altro elemento da non sottovalutare: le dichiarazioni del presidente Alessi alla vigilia della delicatissima trasferta di Reggio Calabria, un mezzo spareggio salvezza. A “Solo Akragas” a 36 ore dal match, ha parlato sostanzialmente di smobilitazione. Una leggerezza? Un discorso invece perfettamente preparato? Forse tutte e due le cose.

Ma riavvolgiamo il nastro e andiamo alla fine di novembre. Marcello Giavarini, come suo solito quando si avvicinano le Feste, rende nota la sua volontà di smarcarsi dalla gestione dell’Akragas. Il perché in due anni abbia cambiato idea mille volte non è chiaro e forse non lo sarà mai. Pensare che voglia mollare perché in curva qualcuno canta il coretto “Chi non salta è licatese” appare una exit strategy infantile. Sta di fatto che l’imprenditore – che è di origini licatesi e che ha le sue aziende in Bulgaria - è già esposto sembra di 500 mila euro. Soldi che rivuole, giustamente, indietro. Quindi è vero che cede la società a un euro, ma è anche vero che quei soldi li rivuole . E’ a quel punto che Giovanni Amico gli chiede del tempo: “Dammi il tempo di convincere i romani a rifarsi sotto”. I romani sono quelli che già subito dopo la promozione dalla serie D alla Lega Pro volevano entrare in società. Furono però Marcello Giavarini e Peppino Tirri all’epoca a non volere altri soci preferendo una gestione monocratica. Il progetto era: Giavarini mette i capitali, Tirri con la sua esperienza di procuratore, porta giocatori da far sbocciare e da rivendere. “In tre anni – disse Giavarini – punteremo alla serie B”. Giovanni Amico, che è stato dirigente e che è anche assessore comunale (oltre che, e questo non guasta, una delle persone più vicine al ministro Angelino Alfano), convince i romani – il cui tramite è Dario Scozzari, l’uomo artefice della salvezza dello scorso anno – e quelli ovviamente chiedono carte per capire la situazione economica e finanziaria della società: i contratti, la durata e l’importo dei contratti con i giocatori e con il personale tecnico e non, e tutto quanto serve per capire se la società è in salute o se è moribonda. Siamo a fine novembre.


Dopo varie sollecitazioni solo ai primi di gennaio dalla società, anzi dal commercialista dell’Akragas, arrivano alcune carte. Ma ai romani non bastano perché si tratta di documenti che attestano, quando già siamo a gennaio, la situazione economica di fine settembre. E sono sempre i romani che insistono e che chiedono altre carte. Non carte astratte: l’elenco comprende 16 punti tra indicatori economici e documenti. Le mail tra Amico, Tirri, Alessi il presidente e Alessi il commercialista dell’Akragas, sono roventi. “Dateci le carte”, “Sì ora le inviamo”, “No, queste non bastano”, “Sì ora mandiamo il resto”. Qui si arena tutto. Peppino Tirri cede Marino al Fondi e Ciccio Salandria al Matera (e l’Akragas comunque monetizza) e tratta la cessione – così come Alessi e il Cda gli hanno chiesto – di altri giocatori.

Tutto torna: si prosegue con i giovani, a fine anno si incassa il premio della Lega per via dell’età media bassissima dei giocatori e si chiede il ripescaggio grazie all’illuminazione.

Ma è qui che tutto va in corto circuito. Tra gli azionisti di minoranza molti – se non tutti - ormai non vedono di buon occhio (ed è un eufemismo) Peppino Tirri. Anche perché l’ad rischia un palese conflitto di interesse: da procuratore (o da procuratori della sua galassia, compreso il figlio che svolge questo mestiere) offre giocatori all’Akragas, poi è sempre Tirri che da amministratore della società deve accettare quelle proposte. Rischia insomma di ricoprire contemporaneamente il ruolo di venditore e di compratore.

Non è un caso ad esempio che i rapporti tra lo stesso Tirri e Dario Scozzari si siano incrinati l’anno scorso. L’Akragas era alla deriva con Nicola Legrottaglie allenatore voluto dallo stesso Tirri e nonostante una pessima classifica e sette sconfitte consecutive in casa l’azionista di maggioranza non intendeva cambiare rotta. Fu la minoranza a imporsi, nel corso di una drammatica assemblea dei soci, mettendo ai margini operativi Tirri e affidando a Scozzari il mercato di gennaio. Arrivò Pino Rigoli, arrivarono diversi giocatori, altri furono “resuscitati” dal tecnico oggi del Catania, e l’Akragas si salvò senza bisogno dei play out inanellando sette vittorie consecutive.

E i romani, se subentrassero, per prima cosa chiederebbero la testa di Tirri mettendo propri uomini (e in primis Dario Scozzari a cui verrebbe affidata la gestione del mercato e dei contratti con i giocatori). Salterebbe senza dubbio anche il tecnico Lello Di Napoli. Ecco perché in realtà Giavarini – che insiste, giustamente, per riavere il mezzo milione di euro che la società gli deve – preferiva (preferisce?) Proto, l’imprenditore catanese che non avrebbe rotto i ponti con Peppino Tirri.

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