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Turi 'u biondo, il "manager" che investiva il denaro della famiglia Laudani

Chi è Salvatore Orazio Di Mauro, 50 anni, acese, considerato il collegamento del clan fra Catania e Lombardia

Turi 'u biondo, il "manager" che investiva il denaro della famiglia Laudani

CATANIA - «A Catania per il soprannome “Turi ‘u biondo” servirebbe il copyright: ci sono almeno quattro persone che vengono chiamate in questo modo». La battuta fatta dal pm durante l’interrogatorio del collaboratore di giustizia Giuseppe Laudani è tanto gradevole quanto veritiera, ma per la gente dei “Mussi 'i ficurinia”, ovvero gli stessi Laudani, di “Turi ‘u biondo” ce ne poteva essere solo e soltanto uno: Salvatore Orazio Di Mauro, 51 anni il prossimo 23 giugno, acese, considerato il punto di riferimento dei referenti milanesi del clan arrestati nell'operazione della Dda di Milano.

 

Di Mauro, sposato con una nipote diretta del patriarca Sebastiano Laudani, sarebbe infatti colui il quale era solito gestire parte dei proventi illeciti della famiglia. Un’attività che avrebbe svolto da incensurato e fino al febbraio 2016, mese dell’arresto in occasione del maxi blitz «I Vicerè», lo stesso che portò in carcere generali, luogotenenti e soldati della potentissima e articolata famiglia dei “Mussi”.

 

Nipote, per quanto coetaneo, di Giuseppe Fichera (ai vertici del gruppo di Acireale), Di Mauro, secondo quanto riferito da Giuseppe Laudani e da altri collaboratori di giustizia, ad Acireale conosceva tutti e non doveva rispondere ad alcuno: «Lui, avendo sposato mia cugina, era uno della famiglia - dice Giuseppe - nessuno poteva permettersi di dargli ordini. Semmai il reggente di turno con lui poteva discutere di qualcosa».

 

Proprietario di un mobilificio di Aci Platani, là dove spesso si sarebbero tenute anche le riunioni del gruppo (perché c’erano due ingressi e ciò poteva risultare utile), “Turi ‘u biondo” si sarebbe premurato di prendere contatti con i soggetti da sottoporre ad estorsione e soprattutto di curare un vorticoso giro di usura, che forse veniva alimentato attraverso una grossa bisca attiva proprio ad Aci Platani.

 

Nell’usura investiva denari propri, ma anche di Giuseppe Laudani e della zia Mariella, seguendo il flusso di denaro, così assicura il collaboratore, con precisione svizzera.

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