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La rassegna

Luci ai Benedettini

Il 25 e il 26 luglio a Catania il Rocketta Summer Live con l'esclusiva siciliana de Le luci della centrale elettrica

Martedì 25 e mercoledì 26 ai Benedettini di Catania seconda edizione del Rocketta summer live che fa parte del cartellone di Porte aperte dell’Università. Martedì sul palco /handlogic, Crying Day Care Choir, VeiveCura, Caleido. Mercoledì live di Alì e l’unica data siciliana de Le luci della centrale elettrica. L'intervista a Vasco Brondi

Le luci della centrale elettrica

Le luci della centrale elettrica dal vivo

Torna anche quest'anno Rocketta Summer Live, il festival di musica indipendente organizzato da Rocketta Booking che si inserisce all'interno dell'iniziativa “Porte Aperte” promossa dall'Università di Catania; a fare da sfondo ai live sarà il cortile dell'ex-Monastero dei Benedettini. Si comincia martedì 25 luglio alle ore 21 con una serata ad ingresso gratuito. A salire sul palco, i fiorentini /handlogic, freschi di pubblicazione dell'omonimo ep d'esordio, accolto con entusiasmo dalla critica che ha accostato il loro suono a nomi importanti come Radiohead e Alt-J. Insieme a loro, il trio alt-folk dei Crying Day Care Choir dalla Svezia, i siciliani VeiveCura, definiti “una delle band più chiacchierate dell'underground italiano” forti del nuovo album “ME+1” (Rocketta Records) e i Caleido, giovane band indie pop-rock catanese selezionata dal contest organizzato da Obiettivo Musica. La serata prevede inoltre uno spazio dedicato un'esposizione collettiva di arti visive aperta a fotografi, pittori, illustratori e artisti.

Mercoledì 26 luglio sarà poi il momento di Vasco Brondi ovvero l’anima de Le Luci della centrale elettrica per l'unica tappa siciliana del tour estivo di presentazione del suo nuovo album “Terra”. Con lui sul palco Marco Ulcigrai chitarra, Matteo Bennici basso, Giusto Correnti batteria e Angelo Trabace tastiere. Ad aprire il concerto il siracusano Alì, che ha appena pubblicato il nuovo video “Ufo” tratto dal suo album “Facciamo niente insieme” (Woodworm Music).

Vasco Brondi Le Luci della centrale elettrica

Vasco Brondi

Vasco, 10 anni di Luci della centrale elettrica: ci speravi, ci credevi, era scontato?
«Non c’era nulla di scontato, quelle uscite in “Canzoni da spiaggia deturpata” erano le prime canzoni in assoluto che avevo scritto. Non avevo idea di come sarebbero state accolte. Non avevo aspettative. In dieci anni sono cambiate molte cose: ad esempio prima guardavo il pubblico al di là della transenna e rivedevo me stesso, adesso il pubblico si è molto ampliato vedo gente di tutte le età. Soprattutto, ci sono anche ragazzi molto più giovani di me, che sento diversi, ed è anche una bellissima sensazione per quanto straniante. Quando ci parlo dopo i concerti mi stupiscono i loro gusti musicali, per esempio. Un tempo i confini erano più rigidi: io ascoltavo i Cccp e gli Afterhours, la scena indipendente insomma, e poi al massimo De Gregori e Battiato, loro invece postano sui social network il biglietto del mio concerto e magari quello di un loro coetaneo che fa hip hop. Però c'è una cosa che non cambia nelle diverse generazioni: anche se ascoltano musica che io non capisco, al di là delle parole, al di là della stessa musica, quello che conta per tutti è che dentro ci senti la vita, il cambiamento, la prospettiva di qualcosa di diverso che va in risonanza con ciò che hai dentro».

Quest’anno al Tenco tutti pensavano a un fotofinish fra i nuovi cantautori Brunori contro Vasco Brondi, e invece ha vinto il vecchio Claudio Lolli con “Il grande freddo”. Vince comunque l’Emilia d’autore.
«Il disco di Claudio Lolli è davvero molto bello. Tra l’altro è stato pubblicato dalla Tempesta, il collettivo con cui ho pubblicato tutti i miei album e qualche mese fa ho avuto il piacere di conoscere Lolli. Un artista con una lunga storia che a suo modo ha lasciato un segno nella canzone d’autore. Mi fa sinceramente piacere che la targa Tenco sia andata a lui».

L’Emilia è ancora quella paranoica degli amici “galleggianti”, ex Cccp, Massimo Zamboni e Giorgio Canali, brano che avete omaggiato nell’ep “C’eravamo tanto amati”, o ormai è il parco dei divertimenti dei record del tuo omonimo Vasco Rossi?
«L’Emilia è tante cose tutte insieme e molto probabilmente è un luogo fertile per la creatività artistica. Io l’Emilia l’ho scoperta proprio grazie ai libri, ai dischi e ai film che rendevano protagonisti quei posti che sembravano anonimi, sembravano luoghi in cui niente sarebbe potuto succedere. Tutta quella pianura attorno, un fiume enorme che l’attraversa, l’accento, la simpatia, le lamentele, il dialetto, le strade strette, i campi arati, i cieli bianchi, i paesaggi geometrici, le bestemmie, le preghiere, il silenzio di mattina, di pomeriggio e di sera. Probabilmente da piccolo credevo che tutto il mondo fosse più o meno così. Mi hanno fatto scoprire il posto in cui vivevo e da cui volevo ovviamente andarmene in fretta. Forse davvero non c’è niente di speciale, solo ottimi raccontatori che hanno reso epici dei posti minuscoli. Come quando ho sentito una canzone di Lucio Dalla che diceva Tra Ferrara e la luna e non ci potevo credere. Tutte queste opere sono state per me come un libretto d’istruzioni scritto in modo poetico. Piazza Verdi e la coda per la mensa dell’università di Bologna disegnata da Pazienza in “Pentothal”. Le mitiche avventure del Posto Ristoro, il bar vicino alla stazione di Correggio descritto da Tondelli in “Altri libertini”. Le case misere ma fiere abbandonate in mezzo alla campagna e fotografate da Ghirri. Il diario allegro e disperato del viaggio a piedi sull’argine del Po scritto da Celati».

“Iperconnessi” è un po’ il quadro di certa gioventù di oggi tutta social e poco più. Anche la musica vive certi paradossi dove l’hype social conta più del resto, vedi la burla dei catanesi Ground’s Oranges inventori a tavolino di Cambogia, cantautore indie falso, cui tutti avevano creduto. La tua formula per essere stato credibile e vero anno dopo anno qual è?
«Credo non esista una formula, cerco di mettermi sempre nella posizione privilegiata del non avere niente da perdere e vedere cosa succede, in questo caso anche avvicinandomi a cose che non conoscevo. Aiuta molto avere passato i trentanni: sento una maggiore libertà adesso di quando ho iniziato a venti, mi accorgo che mi è più indifferente l’approvazione degli altri, la loro comprensione o incomprensione, e questo aumenta la libertà. Non la libertà di fare qualunque cosa a caso ma la libertà di essere come si è. Quando inizio un nuovo lavoro cerco di essere il più aperto possibile, non mi impongo una direzione o un’altra. La cosa importante che sento per ogni disco è il "togliere uno strato in più da me" e andare più nel profondo».

Il tuo ultimo album “terra” ha nel “Waltz degli scafisti” un suo pilastro. Tutto è viaggio, tutto è movimento, cambia il punto di vista anche su chi vive e lucra sulla speranza di futuro di molti disperati. Come ben sai la nostra Sicilia, da terra di emigrazione oggi è meta d’approdo e transito.
«Scrivere un pezzo come “Waltz degli scafisti” è il mio modo di sublimare la cronaca: le canzoni hanno la capacità di esprimere dubbi e pene e poi di liberartene. Io ho cercato di vederla in modo ampio e di ribaltare i punti di vista su vittima e carnefice: penso sia delirante che le accuse dell’Occidente si riversino unicamente sul povero cristo che sta lì a dare gas al motore di una barca, per quanto sia un criminale. In realtà poi leggendo i reportage si scopre che spesso sono le comunità intere di un villaggio che si organizzano e guidano queste barche a turno. “Waltz degli scafisti” parla di città cinesi in Africa, città italiane in Argentina e città indiane in Australia. Parla di viaggi e migrazioni che sono sempre accadute nella storia dell’uomo, in ogni direzione e da qualsiasi punto. Storie di dolore e di coraggio. È il mio modo per cercare di rimettere in ordine le cose, per quanto siano cose che di certo non si possono risolvere con una canzone. Il ritornello è pensato come un coro cantato dalle persone che si trovano sulla barca e osservano questo scafista che segue le stelle. Nulla toglie che tra vent’anni al posto loro ci saranno gli italiani che dovranno spostarsi in qualche paese limitrofo per colpa di un’esplosione nucleare. È sempre successo che a un certo punto le persone debbano prendere e andarsene da dove abitano. Le dipingiamo come vittime, quando in realtà hanno un coraggio e una voglia di vivere nemmeno paragonabile alle nostre. Nella canzone dicono che le loro storie sono troppo belle e non possiamo cercare di capirle».

Sei stato criticato per aver lavorato con Lorenzo Jovanotti. Tornerai a lavorare con lui?
«Jovanotti per me è un punto di riferimento, le critiche non le ho viste e se ci sono non mi interessano. “Terra” deve molto al lavoro che ho fatto con lui, dall’aprirgli i concerti allo scrivere insieme “L’estate addosso”, ho imparato tanto, soprattutto sul processo creativo. Nel suo lavoro si sente una vita di scrittura in metrica, cosa che a me riesce ancora difficile. Jovanotti scrive testi con tanta facilità che quasi non cogli del tutto la loro bellezza».

Vasco Brondi e Jovanotti

Vasco Brondi e Jovanotti

A Catania prima di te suonerà il siracusano Stefano Alì. Conosci la sua musica?
«Purtroppo no ma sono molto curioso di ascoltarlo».

Hai sempre dichiarato il tuo amore per Battiato, di lui hai rifatto “Summer on a solitary beach”. La tua estate sarà piena di live, avrai tempo per un tuffo in una spiaggia solitaria?
«Sarà un estate molto impegnativa, ma cercherò di ritagliarmi qualche momento di fuga. Negli ultimi anni ho fatto tanti viaggi, e spesso quelli in cui mi sono spostato di pochi chilometri hanno avuto la stessa importanza di quelli che mi hanno portato lontanissimo. In generale non li programmo per ricavarne delle canzoni, anzi penso che da molti viaggi non sia uscito niente. Però è vero che tra quelli più importanti e influenti ci sono quelli che faccio per reazione al lavoro, andando nei posti più sperduti del mondo, in mezzo alla natura, a camminare sui vulcani. Posti dove non succede niente e non ti arriva quell’attualità che si aggiorna ogni cinque minuti. Posti in cui non dovrebbe succedere nulla e invece poi ti accorgi che proprio lì accadono le cose. Percepisci di più l’esistenza, il motivo per cui sei al mondo, che è sempre quello di rivelarsi e mai nascondersi».

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