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Mafia nissena, silenzio e lacrime dopo le 10 condanne

Operazione antimafia "Kalyroon": pene dai 4 ai 20 anni di reclusione per gli imputati giudicati con il rito abbreviato

Mafia nissena, silenzio e lacrime dopo le 10 condanne

Il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia Stefano Luciani

Sono rimasti in silenzio, letteralmente gelati, gli imputati presenti – chi nella gabbia dei detenuti, chi fuori perché libero o ai domiciliari - quando la gup Alessandra Giunta ha letto la sentenza con cui ha condannato tutt’e dieci i soggetti coinvolti nel processo per l’inchiesta antimafia “Kalyroon”, infliggendo loro pene che oscillano dai quattro ai venti anni di reclusione, per oltre 110 anni di carcere complessivi.

Al silenzio degli imputati – in sette erano presenti - hanno fatto da contraltare le lacrime di alcuni dei loro parenti che hanno assistito alla lettura del dispositivo, ma l’ordine è stato garantito dai carabinieri che svolgono la sorveglianza nel corridoio delle aule di udienza.

Associazione mafiosa, associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti, singoli episodi di spaccio di cocaina e hashish, estorsioni, danneggiamenti e sfruttamento della prostituzione: vasto il campo delle accuse contestate, a vario titolo, ai dieci imputati (che hanno scelto il giudizio abbreviato) dopo il blitz del 3 marzo 2015 operato dalla Squadra mobile nissena guidata da Marzia Giustolisi.

Nel dettaglio, la giudice Giunta ha inflitto 20 anni e 6 mesi ad Antonio Cordaro (51 anni, di San Cataldo), 18 anni a Calogero Maurizio Di Vita (47 anni, di San Cataldo), 11 anni e 4 mesi a Pietro Mulone (41 anni, di San Cataldo), 11 anni e 3 mesi a Salvatore “Totò” Cordaro (54 anni, di San Cataldo), 10 anni e 7 mesi ciascuno a Vincenzo Ferrara (48 anni, di Caltanissetta), Angelo Giumento (36 anni, di San Cataldo) e Vincenzo Scalzo (43 anni, di San Cataldo), 7 anni e 4 mesi a Calogero Luca Cordaro (33 anni, originario di Canicattì), 6 anni all’albanese Elis Deda (34 anni), 4 anni a Fabio Ferrara (43 anni, di Caltanissetta). Solo per l’albanese Deda, difeso dagli avvocati Giuseppe Dacquì e Andrea Alberti, è arrivata l’assoluzione dall’accusa di associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti.

Confermata dunque la bontà della tesi accusatoria sostenuta dal pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia Stefano Luciani, secondo cui non solo la mafia aveva messo le mani sullo smercio di droga tra Caltanissetta e San Cataldo e sulle estorsioni ad imprenditori, ma l’organizzazione guardava anche ad altri “orizzonti” come la prostituzione, tanto che sarebbe stato messo in piedi un giro di “squillo” rumene.

Tanti gli elementi acquisiti dalla procura, a partire dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, alcuni dei quali parlarono anche di contatti mafia-politica, sebbene si tratti di un campo appena sfiorato dall’inchiesta “Kalyroon”, ma che potrebbe avere sviluppi futuri in altre indagini.

Il magistrato romano aveva chiesto 27 anni e 4 mesi per Antonio Cordaro, 24 anni per Maurizio Di Vita, 12 anni a testa la richiesta di pena per Vincenzo Ferrara, Vincenzo Scalzo, ed Elis Deda, 10 anni per Totò Cordaro, 9 anni ciascuno per Pietro Mulone e Angelo Giumento, 8 anni e 8 mesi per Calogero Luca Cordaro, 4 anni per Fabio Ferrara.

Entro tre mesi sarà depositata la motivazione della sentenza e poi gli avvocati difensori Salvatore Daniele, Calogero Vinci, Davide Anzalone, Giuseppe Dacquì, Dino Milazzo, Salvatore Amato e Andrea Alberti presenteranno sicuramente appello.

I difensori, nel corso delle loro arringhe, avevano sostenuto che né dai collaboratori di giustizia e nemmeno dalle intercettazioni erano arrivati riscontri tali da giustificare la condanna degli imputati.

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