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Il figlio omicida fa trovare la pistola usata per il delitto

Rocco Tabbì continua a collaborare con gli inquirenti e ricompone un altro tassello

Il figlio omicida fa trovare la pistola usata per il delitto

Riesi (Caltanissetta) -  Ha fatto ritrovare la pistola usata per uccidere il padre. Un altro “peso” che il giovane riesino Rocco Tabbì, 28 anni, si è tolto dalla coscienza nella tarda serata di giovedì durante un nuovo interrogatorio al quale lo hanno sottoposto i pubblici ministeri Stefano Luciani e Claudia Pasciuti per chiarire altri dettagli sulla vicenda. E Tabbì, che ha ammesso di avere sparato al padre Francesco con una pistola, ha deciso di aiutare i magistrati ad aggiungere al quadro generale delle indagini quest’altro tassello. L’arma era stata sepolta poco dopo l’omicidio in un terreno di campagna nelle vicinanze di contrada Maggio, luogo del delitto.

Non appena Tabbì ha rivelato il nascondiglio dell’arma, i pm hanno subito dato disposizione ai carabinieri di cercare la pistola e i militari della stazione di Riesi si sono recati sul luogo indicato dal giovane reo confesso e l’hanno trovata, dandone immediatamente comunicazione ai magistrati, con l’interrogatorio ancora in corso.

Un’audizione-fiume, andata avanti per più di cinque ore in cui Tabbì - assistito dal suo legale, l’avvocato Sergio Iacona - ha offerto altri chiarimenti sulla dinamica, raccontando di essersi recato, lo scorso 10 dicembre, in contrada Maggio ritenendo che il padre si sarebbe recato lì e, non appena lui e il cognato Corrado Bartoli, 36 anni - che era armato di fucile - lo hanno visto arrivare, hanno aperto il fuoco. Rocco Tabbì ha confermato, ancora una volta, di avere subito pesanti vessazioni dal genitore, il quale, stando al racconto dell’indagato, aveva sparato contro di lui e contro lo stesso Bartoli pochi giorni prima. E quindi Tabbì ha spiegato che quella mattina voleva concludere la faccenda visto che si sentiva in pericolo di vita.

La tesi della ritorsione è stata portata avanti sin dall’inizio da magistrati e carabinieri, i quali, analizzando gli atti, hanno ricostruito le liti giudiziarie - e non solo - tra padre e figlio per la spartizione di un’eredità e sulla gestione dei beni di famiglia. A Francesco Tabbì - in passato condannato per mafia nel processo “Odessa” - era anche stato vietato l’accesso ad alcuni terreni; provvedimento che, a quanto sembra, valeva anche per quello in cui è stato commesso il delitto. Ma di questi divieti la vittima se ne sarebbe spesso infischiata, stando a quanto emerso finora, e questo avrebbe creato ancora maggiori tensioni in famiglia.

Intanto mercoledì prossimo il Tribunale del riesame sarà chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di concessione degli arresti domiciliari a Corrado Bartoli. I suoi legali, gli avvocati Michele Ambra e Giovanni Maggio, hanno infatti presentato ricorso sostenendo che non c’è pericolo di fuga e nemmeno che Bartoli commetta altri gesti violenti, visto che ha confessato e fatto anche ritrovare il fucile utilizzato nell’agguato. Il legale di Rocco Tabbì, l’avvocato Sergio Iacona, sta invece valutando se presentare a sua volta una richiesta al Tribunale del riesame o al gip David Salvucci per chiedere una misura più lieve rispetto al carcere.

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