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«L'ultimo racconto di Silvana Grasso? E' la nostra storia hard»

Il gelese Franco Lauria commenta così "Solo se c'è la luna": «Ha preso ispirazione delle nostre notti di sesso»

«L'ultimo racconto di Silvana Grasso? E' la nostra storia hard»

C’è la love story tutta gelese (e ormai finita) tra la scrittrice Silvana Grasso e lo psichiatra Franco Lauria in «Solo se c'è la luna», un romanzo che è «il figlio che i due non hanno potuto avere». Il dott. Lauria leggendo il libro della sua ex ha riconosciuto i segni dei due anni di sesso tra loro.

«L'introduzione dell'Eros, con tutte le sue varianti - racconta il dott. Lauria - era stato un mio suggerimento che lei però aveva rifiutato. “Mi butterebbero fuori dalle Università - mi diceva - mi vergognerei da morire davanti ai miei figli”. Non ci fu verso di convincerla a cimentarsi nel porno-soft. Però mi chiese di scrivere per lei un post porno, perché mi diceva che fra noi due, il vero scrittore ero io e lei una rapa. Cosi scrissi quattro pagine di puro porno, addolcite qua e là da qualche parolina romantica. Lei divorò lo scritto e lo annunciò trionfante ad una coppia di amici a cui ogni settimana spillava il pranzo domenicale. Questa è stata Silvana, la Silvana mia fidanzata quindicenne , non la scrittrice Grasso».

«Solo se c'è la luna per come è scritto, per il tipo di prosa usata, per le descrizioni e le immagini erotiche - continua Lauria- Silvana non avrebbe mai potuto scriverlo prima della nostra storia, e quindi è un po’ nostro figlio». Un fiume di ricordi nei due anni di eros con la scrittrice: «Quando ci siamo conosciuti si buttò ai miei piedi, piangendo, implorando. “Legami a questo letto -diceva - non farmi ripartire mai più, la odio, questa stronza mi ha rubato la vita, io sono morta Franco, salvami da questa troia divorante, salvami dai fan”. Silvana, la ragazza quindicenne che io ho amato, con cui ho scopato, se ne fotteva della scrittrice. La odiava, ed ogni suo successo era una pugnalata per lei, in pieno petto, le rubava il sangue, il tempo, la vita. Adesso questo tempo di successo della scrittrice Grasso è un funerale per Silvana. Io ho amato la Silvana quindicenne, l'ho stanata, togliendo una montagna di polvere che l'aveva seppellita viva». Il dott. Lauria ci racconta di una Silvana che «Gioiva a provocare, a sfidare, a scandalizzare, a strafare, tutto era disposta a fare per non morire, per vincere la noia: baciami sul collo, butta i capelli all'indietro, apri la bocca più che puoi e mordimi, stringimi, spaccami in due, falli morire di invidia questi del Club nautico».

«Il romanzo è figlio di questa stagione della vita mia e di Silvanuccia, di un amore tanto intenso da superare i limiti dell'umano». La mente va al loro primo incontro in ospedale e subito dopo l’invito a casa del medico. «Arrivati a casa, sbattei la porta con un calcio e le buttai le mani addosso, senza pietà. "Non ora, non subito" bisbigliò lei con un filo di voce" e fu l'inizio di tutto. E poi con una scusa mi mandò in cantina a cercare qualcosa, e scappò via. Me l'andai a riprendere a casa sua, sfasciai il campanello e mi disse: sali».

Chi è Silvana nel romanzo?

«È Gioiella la Silvana focosa, cavalla, istintiva, mezza analfabeta, lesbica, ritardata mentale che supplica un po’ di attenzione e di affetto da Luna che è invece la Grasso».

E la storia della pelle?

«Attinta a piene mani dalla pelle della figlia Micol»

E Gerri? Quanto c'è di Franco Lauria in Gerri?

«Mah c'è, c'è».

E poi i ricordi degli addii.

«L’ho lasciata non so quante volte. Quella per il televisore fu il colmo. Non c'era televisore che le andasse bene, fra Giarre, Gela e Licata girammo per un mese, alla fine l'esaurito ero io. E scappai di nuovo. Ma sono tornato di nuovo. L'amavo cosi tanto quella Silvanuccia bimba monella, scampata all'aborto casalingo, con il trauma dell'acqua. Ci dovevamo lasciare perché potessi partorire nostro figlio, trovare in lei uno straccio di armonia interiore, tale da potersi descrivere. Questo romanzo è nostro, autoreferenziale, non tanto per i fatti descritti, ma per l'atmosfera incantata, cosi come noi abbiamo vissuto, un sogno».

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