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Blitz Km O, Rosario a sei anni trasferiva al "capo" i soldi dello spaccio

Ha destato scalpore il coinvolgimento del bambino nel traffico di droga smantellato dai carabinieri nel quartiere catanese di Librino. Il "papà", compagno della madre, alleggeriva la cassa mandando il piccolo verso una sala giochi

Blitz Km O, Rosario a sei anni trasferiva al "capo" i soldi dello spaccio

Lecito augurarsi, almeno per questa volta, che l’ufficiale dell’Arma si stia sbagliando e che Rosario, lo chiameremo così, possa essere in grado di mantenersi lontano da quella strada pericolosa in cui Filippo (anche questo è un nome di fantasia, per evitare che il bambino, comunque vittima, possa essere identificato) sembra averlo avviato.

Le immagini registrate dalle telecamere della compagnia di Fontanarossa, infatti, sono purtroppo eloquenti. Rosario viene chiamato a più riprese forse per fare la spola fra Filippo e gli acquirenti, certamente per far sparire il denaro guadagnato dall'uomo che, temendo un arrivo a sorpresa delle forze dell'ordine, periodicamente alleggerisce la cassa e invia gli introiti, in busta chiusa, al suo superiore Gabriele Agatino Strazzeri, in attesa poco distante, certamente in una occasione tranquillo all'interno di una vicina sala giochi.

Rosario corre, corre, incurante di quello che fa e come se stesse smarcandosi da avversari invisibili in una sana partita di pallone. Purtroppo in viale Biagio Pecorino, fra San Giorgio e Librino, a non pochi bambini è stata preclusa, per i motivi più svariati, questa gioia.

Ciò nonostante Filippo è orgoglioso di quello che fa e del denaro che porta a casa: cento euro al giorno quando lavora in prima linea come spacciatore, poco meno - fra cinquanta e settanta euro - quando deve fare da vedetta. I turni da osservare sono ben codificati: dalle 8 del mattino alle sette del pomeriggio e poi dalle sette del pomeriggio alle due di notte. In questo lasso di tempo, secondo quanto accertato dai militari dell'Arma, sono almeno duecento gli episodi di compravendita andati a buon fine. A una media di dieci euro a stecca (di marijuana), ma tenendo presente che si spaccia anche cocaina a venti euro a dose, facile immaginare il volume d'affari di questa organizzazione.

Per questo Filippo si fa tatuare sul braccio il nome di "Gabriele". I carabinieri non hanno certezza assoluta, ma dalle intercettazioni ambientali che riguardano l'uomo e la compagna sembra abbastanza chiaro che quel Gabriele sia proprio lo Strazzeri. Una circostanza che fa infuriare la donna, la quale intima al suo uomo: «Appena esci ti devi coprire questa merda. Hai capito?! Vedi a chi ti sei tatuato... A uno che gli dicevo “prendimi la borsa e il giubbotto di mio marito” e lui rideva con i suoi amici a un quarto d'ora che ti avevano arrestato. Vedi che cessi! Io te l'ho sempre detto, non ti fidare...».

Ma Filippo, che sul tatuaggio non discute, non si dà per vinto e chiarisce il legame con l'amico, riferendo di un messaggio che gli ha fatto avere: «Mio compare, se io devo morire per te, devi morire anche tu per me... Perché se no me ne vado a lavorare...». E in tutto questo ha anche fatto sapere che al momento dell'arresto era stato furbo al punto tale da farsi sequestrare il minimo indispensabile, salvando un discreto quantitativo di marijuana e di cocaina che pare si stesse smerciando in quell'area e che veniva riposta all'interno di una "Fiat 500" noleggiata da un altro soggetto, a sua volta arrestato tempo prima: «Meno male che sono stato un figlio di sucaminchia, che avevo infilato tutte cose là e gli ho dato la chiave al bambino».

Già, il bambino, forse ancora Rosario. Coinvolto per l'ennesima volta in un “gioco” più grande di lui, dove sono i “vaddia” i nemici da cui doversi guardare.

E forse proprio per questo motivo Filippo ritiene di poter fare la voce grossa con gli amici e pure con la compagna. Che con quella gente non vuole avere «più niente a che fare», ma che l'uomo spinge a cercare costantemente per motivi ben evidenti: «I patti - le dice sbattendo il pugno sul tavolo - è che loro ti debbano dare cento euro a settimana per il mio mantenimento in carcere. Non te li hanno dati? Tornaci e fatteli dare».

Nel corso dell’indagine emergerà che la donna, che si era pure lamentata del fatto che non le era stato messo a disposizione, sempre secondo i “famosi” patti, un avvocato, sarebbe davvero tornata in viale Biagio Pecorino per essere accolta da uno degli arrestati, che le avrebbe consegnato cinquecento euro proprio per pagarsi l’avvocato attraverso cui difendere Filippo.

E Rosario? Nessuna notizia. Se non che il Tribunale per i minorenni ne sta seguendo il caso. Con l’obiettivo di garantirgli un futuro migliore, ovviamente.

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