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Mafia: dai supermercati ai rifiuti, il fiuto per "gli affari" dei Guglielmino

Dopo il sequestro di beni per 41 milioni di euro a Michele Guglielmino, titolare dei supermercati G.M., i retroscena sugli interessi dell'imprenditore considerato vicino al clan Cappello, e del cugino Giuseppe

Mafia: dai supermercati ai rifiuti, il fiuto per "gli affari" dei Guglielmino

Michele era partito quasi da zero ed aveva costruito un impero in supermercati da almeno 30 milioni di euro (il resto, relativamente al sequestro di 41 milioni di euro, è riferibile ad appezzamenti di terreno, un villino, automobili, motocicli, conti correnti bancari e pure la mega struttura che ospita la sede centrale della “G.M.” a Misterbianco, stracolma di merce e pronta addirittura ad essere ulteriormente ingrandita).

Giuseppe, anche lui arrestato pochi mesi fa perché considerato orbitante nell’area del clan Cappello-Bonaccorsi, si era dato da fare in un settore non meno delicato, quello dei rifiuti, ma era stato altrettanto abile nel garantirsi un appalto dietro l’altro in Sicilia, a volte anche facendo concorrenza al padre Vincenzo “zu Ninu” , e subentrando ad imprese vicine alle “ ‘ndrine” in più province della Calabria. Il suo grande sogno era quello di entrare nel territorio dei casalesi, grazie anche all’apporto di Maria Campagna, napoletana, compagna del boss al 41 bis Turi Cappello (la stessa alla quale, quasi tre lustri fa, Michele consegna una lettera del reggente dei cappelloti a Catania, Angelo Cacisi “Ramazza”), ma le sue vicissitudini giudiziarie lo avrebbero costretto a rinunciare a tale rpogetto. Lui, l’imprenditore rampante che girava in “Porsche” e che ogni tanto, per far togliere lo sfizio ai vertici del clan, consegnava le chiavi della fuoriserie ai suoi compari.

Giuseppe, che prima di stringere una relazione con la figlia di un “uomo di rispetto” era stato sposato e aveva intestato parte dei beni a moglie e cognato (che, infatti, si ritrovarono nei guai a seguito di un’operazione della Guardia di finanza), si fingeva guardiano di una delle sue aziende, ma continuava a girare in “Porsche”. Michele, secondo gli investigatori della Divisione anticrimine e della squadra mobile (a proposito, la richiesta di applicazione della misura del sequestro è stata presentata dal precedente questore, Giuseppe Gualtieri), avrebbe fatto esattamente lo stesso in termini di intestazione dei beni, coinvolgendo la moglie, i cognati e anche il figlio Michael Giuseppe. Quest’ultimo, è stato detto in conferenza stampa, non sapeva nemmeno di essere il proprietario delle ricchezze che, secondo i relativi documenti, sarebbero nella sua titolarità.

Anche Michele Guglielmino in passato è stato ingaggiato e stipendiato dalla... sua stessa impresa. Ma l’uomo, per l’occasione, ha scelto per sé un impiego un po’ più di livello rispetto a quello di guardiano. Accadde nel 2010, dopo la sua scarcerazione a seguito dei fatti conseguenti al blitz della squadra mobile di Catania denominato “Night life”: destinatario della sorveglianza speciale, che prevede anche orari di uscita e di ritorno a casa ben precisi, “Michele da Gesa” ebbe la fortuna di trovare un posto di lavoro anche ben remunerato. Gli fu offerto, guarda caso, dalla società “G.M.”, che lo inviò a dirigere il punto vendita di via Zia Lisa. A seguito di tale assunzione, Guglielmino chiese e ottenne dal Tribunale di modificare gli orari di uscita e di rientro a casa, al fine di poter espletare la sua nuova attività lavorativa. Anche nella famiglia di Michele ci sarebbe stata l’abitudine di prestare il mezzo di locomozione a soggetti di rilievo. Fra questi, almeno in due occasioni, Salvuccio Lombardo Junior, figlio di “Salvuccio ‘u ciuraru”, cugino di Turi Cappello, controllato per ben due volte a bordo di una “Fiat 500” intestata alla moglie del Guglielmino.

Uno dei cognati di “Michele da Gesa”, invece, pare fosse solito circolare su un “Aprilia Scarabeo” intestato ad Antonio Aurichella, altro storico personaggio del clan Cappello.

E a proposito del clan, un elemento che fa pensare i giudici della Sezione misure di prevenzione - che mettono tale circostanza nero su bianco - è il fatto che all’interno della “G.M. Gran Mangiare” risultino impiegati la moglie del già citato Angelo Cacisi, figlia di Concetto Bonaccorsi dei “Carrateddi”, nonché il figlio e la nuora di Massimiliano Cappello, fratello del boss.

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