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LA STORIA

«La mia vita con Robertino, prigioniero del suo corpo»

Sedici anni dopo l’incidente shock a Catania, parla la madre del piccolo investito

«La mia via con Robertino, prigioniero del suo corpo»

Maria Grazia Grillo

A dargli voce sua madre, Maria Grazia Grillo, che rivive quel giorno come un incubo. «Ripenso a quella mattina, a quando mio figlio è uscito di casa. Rimproveravo spesso Roberto perché era pestifero. Quella mattina era sul pianerottolo, è ritornato indietro, mi ha abbracciata e mi ha detto: “Mamma, oggi mi comporto bene”. E’ stata l’ultima volta che ho visto mio figlio sano». Ricorda. «Era il primo giorno di quaresima e le altre mie due figlie, Nicoletta e Noemi, erano con me a casa perché entravano a scuola alla seconda ora. Ho ricevuto una telefonata da una donna che non ho mai saputo chi fosse. Mi disse che c’era mio figlio in strada, morto. Ho preso le bambine e sono scappata via. Viale Vittorio Veneto era bloccato. Ho lasciato l’auto e mi sono messa a correre per strada e sentivo le persone che dicevano che era morto un bambino. Sul posto c’erano due ambulanze. Ho cercato di aprire il portellone di quella chiusa, ma non mi hanno fatta salire. Roberto era lì. Non smetterò mai di ringraziare il medico e l’anestesista che l’hanno intubato per strada. Se mio figlio è vivo lo devo a loro. Poi sono andata dal papà di Roberto che era riverso sulla strada. Ho visto tutto. Il sangue… tutto. Era ferito, ma cosciente. Mi ha detto “Roberto non c’è più”. Aveva visto il volo, l’auto, il bambino immobile».

Ma lei, la mamma, non ha mai smesso di sperare che si sarebbe salvato. Anche quando ha raggiunto Roberto al Cannizzaro e l’ha visto esanime, con gli occhi sbarrati, anche quando il primario le ha detto che solo un miracolo avrebbe potuto salvarlo: «Dio dovrebbe essere sfacinnato». Poi i primi segni che lasciavano ipotizzare un possibile risveglio, la consulenza del prof. Saltuari, venuto apposta da Innsbruck, la partenza in aero per l’Austria alla volta del centro specializzato Anna Dengel House dove è rimasta per nove lunghi mesi, da sola, senza conoscere la lingua, «senza il calore di noi meridionali», con «Roberto che ha rischiato più volte di morire». Poi il risveglio, i primi miglioramenti e la decisione, presa con il prof. Saltuari, di tornare a casa. «Roberto non faceva più progressi. Aveva nostalgia della sua famiglia, del padre, delle sorelle».

Allora la signora Maria Grazia attrezzò la stanza del bambino come una clinica, organizzò le cure e con il suo amore e la sua dedizione a poco a poco è stato possibile eliminare la tracheotomia e tutte le cannule per l’alimentazione artificiale. «Ho fatto in modo che tornasse a mangiare autonomamente, come si fa con un neonato. Dapprima il latte con i biscotti Plasmon, poi le pappette, poi è riuscito a bere nel bicchiere… Oggi Roberto mangia le lasagne a pezzetti e anche la carne. L’appetito non gli è mai mancato. Cognitivamente è integro, capisce tutto, ma i centri nervosi sono stati lesi e non può muoversi né parlare. E’ racchiuso dentro il suo corpo».

E ad accudirlo c’è sempre lei, le giornate scandite dalle cure e dalle terapie. «La mattina lo lavo, lo aiuto a fare colazione, gli faccio la barba. Ormai è un uomo. Poi aspettiamo la logopedista e la fisioterapista e, due volte a settimana, fa comunicazione aumentata, una comunicazione alternativa basata sulle figure. Roberto non può utilizzare il puntatore ottico e il computer perché non riesce a focalizzare un punto».

E poi dovrebbe fare idrochinesiterapia, fondamentale perché in acqua si elimina la rigidità dei muscoli, la spasticità, e ci si può muovere. L’ha fatta per un periodo, fino a quando era in funzione la piscina di Villa Sandra, «l’unica fornita di tutte le attrezzature necessarie», ma da quando l’hanno dovuta chiudere è costretto a farne a meno. E sua madre se ne duole, «perché è una cosa che dà veramente vita». Per questo la signora Maria Grazia Grillo vorrebbe poter parlare con il presidente della Regione Musumeci, per chiedergli di fare in modo che la piscina di Villa Sandra possa riaprire e molto altro. «Vorrei dirgli che si metta al lavoro realmente per affrontare i tanti problemi dei disabili. E’ assurdo che per avere una sedia a rotelle debbano passare dei mesi. E’ assurdo che se danno un tutore non ne danno altri anche se un ragazzo cresce e ce ne vuole una serie. E poi bisogna aiutare i familiari che si prendono cura di chi ha bisogno. Io ho rinunciato alla mia vita».

La mamma di Roberto per formazione è educatrice per ragazzi disabili. Un lavoro che ha svolto prima della maternità quando ha deciso di crescere i suoi tre figli e di riprendere l’attività quando sarebbero cresciuti. Poi l’incidente. E’ tornata a lavorare, all’Oda, solo qualche anno addietro e ha voluto farlo per non essere in continua simbiosi con Roberto. Per il suo bene. Si occupava di altri ragazzi disabili. Poi il contratto è scaduto e non l’hanno rinnovato.

Maria Grazia Grillo ci tiene a dire che suo figlio fa una vita piena. Sta con le sorelle, riceve visite, due week end al mese va a vivere dal padre con il quale si diverte ad andare in giro e al cinema. Decide cosa vuole fare e che cosa vuole mangiare indicando le figure: zaino, sedia, cinema, gelato, budino, arancino… e subito dopo passa al punto interrogativo per sapere quando il suo desiderio sarà realizzato.

«Roberto - racconta - sorride sempre, piange solo quando sta male. E’ l’unico mezzo che ha per comunicare. Ha una forza che io non ho visto a nessuno. Non è scontento. Capisce la sua situazione. Vengono a trovarlo i suoi compagni delle elementari. Loro guidano, studiano, anche all’estero… fanno tutto quello che a lui è stato rubato. Le disgrazie possono succedere, ma non se prendo alcol e cocaina e poi mi metto al volante. Così vai a distruggere la vita degli altri. La ragazza che ha investito Roberto, sulle strisce pedonali, aveva bevuto e aveva assunto cocaina. Non si è mai informata di come sta Roberto, di cosa fa, di come vive. Si è presentata in ospedale lo stesso giorno, con i genitori. Ma io allora non conoscevo i danni che mio figlio aveva riportato e, soprattutto, non sapevo che aveva preso alcol e droga e che aveva falsificato le urine. Dopo due anni di processo l’hanno condannata a passare 40 fine settimana a casa. E credo che non li abbia neanche fatti. E questo grazie alla giustizia italiana. Anche adesso che la legge è cambiata escono due giorni dopo. Non pretendevo il carcere, no, ma nel nostro ordinamento esistono le pene alternative. Perché non li obbligano ad accudire persone con problemi analoghi a quelli che hanno causato con il loro comportamento? Per mio figlio non c’è sconto di pena. Sarà per sempre così, tutti i giorni, in sedia a rotelle. Mio figlio è nato sano e lei lo ha distrutto».

Il futuro? «Il futuro è una parola grossa. Tanti anni fa ero molto più… Ora il futuro mi fa paura. Gli anni passano anche per me. Anche per me c’è stanchezza. Vado avanti, penso al domani. Le sue sorelle sono brave, sanno fare quello che faccio io, ma il futuro mi fa paura».

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