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La guerra per le spiagge.

«Demanio, bandi non solo per soldi»

L'Ue ha detto basta ai rinnovi automatici e le aziende preparano le loro strategie

 «Demanio, bandi non solo per soldi»

Catania. Il governo nazionale aveva già allontanato la brusca scadenza delle vecchie concessioni demaniali, con un emendamento inserito nella legge sugli Enti locali. Poi è intervenuto il Tar di Catania, che ha accolto il ricorso delle imprese che gestiscono buona parte del pubblico demanio, scrivendo che “mantiene piena validità ed efficacia la norma sulla proroga al 31 dicembre 2020 delle concessioni demaniali marittime per finalità turistiche ricreative perché non osta con i principi affermati dalla Corte di Giustizia Europea con la sentenza n.458/14 del 14 luglio 2016».

Un doppio successo provvisorio, dunque, per un settore, su cui ormai da anni c’è la pressione dell’Unione Europea che chiede la cessazione del rinnovo automatico delle concessioni demaniali e una assegnazione che sia regolata da bandi pubblici e non da diritti acquisiti che, di fatto, finiscono con l’essere assegnazioni a vita degli spazi.

Insomma, incassati due sì, ma sono vittorie a tempo, perché appare sostanzialmente inevitabile e sacrosanto che anche in Italia, e pure in Sicilia, si seguano direttive che dovrebbero imporre percorsi di estrema trasparenza, di pubblicità degli atti e dei bandi, così come delle assegnazioni di spazi che appartengono alla collettività.

Dunque l’interrogativo del giorno è: come si stanno preparando le oltre 1500 imprese siciliane che operano su concessioni demaniali nel comparto turistico-ricreativo alla scadenza del 2020? Cioè si lavora per andare incontro alla nuova normativa europea e rispettarla o si stanno preparando le barricate, facendo leva su lobby e connessioni con il mondo politico?

Ignazio Ragusa è presidente regionale del Sindacato italiano balneari (Sib-Confcommercio) e le barricate le esclude, ma non la battaglia.

«Innanzitutto secondo noi, e soprattutto secondo l’interpretazione che è stata fatta dai nostri legali della direttiva europea, il nodo della questione non è mettere all’asta, come molti stanno erroneamente dicendo, ma nemmeno creare bandi ad hoc che coinvolgano nelle nuove assegnazioni i terreni già occupati. Il primo principio da seguire sarebbe quello di mettere a bando le tante aree che non sono occupate attualmente da aziende che operano regolarmente».

E’ un’interpretazione, naturalmente, che è emotivamente molto aderente ai desideri e alle speranze dei titolari delle concessioni, che nella maggior parte dei casi le detengono da decine e decine di anni. Il che, per loro, non rappresenta un essersi appropriati, con l’avallo della politica, di un bene che doveva essere solo dato in concessione a tempo, ma, al contrario, sarebbe il punto di forza per rivendicare il rinnovo.

«Non si tratta qui - dice Ragusa - di ricordare che gli imprenditori hanno investito in questi anni notevoli risorse per rendere competitive le loro aziende, per renderle gradevoli, attraenti e di gradimento della clientela. Quel che diciamo con forza è che si è creato un indotto straordinario con queste attività, è stata esercitata anche una funzione sociale e di sviluppo dell’intera economia sul territorio. Ecco perché diciamo che non si può accettare una sentenza come quella dell’Unione Europea così come è stata interpretata».

E risiamo all’interpretazione, punto di forza per Sib e imprese del settore e l’avvocato Sciuto, che ha seguito il ricorso al Tar, ha anche spiegato: «E' una decisione straordinaria per la tempestività e per i contenuti di diritto, nonché di grandissima rilevanza per l’intero settore degli operatori balneari siciliani in quanto si riconosce che le concessioni demaniali, già prorogate con scadenza al 31 dicembre 2020 dalla Regione Siciliana, continuano a mantenere piena validità ed efficacia sino a tale data di scadenza, con garanzia del rispetto del principio della certezza del diritto e degli investimenti economici già eseguiti dalle imprese del settore balneare».

Appunto, l’orizzonte temporale è comunque fissato al 2020 e, al di là di ogni possibile interpretazione e di qualunque chiave di lettura, pare naturale che anche i gestori dei lidi siciliani debbano cominciare a studiare il modo di affrontare quella scadenza. E, a quanto pare, effettivamente ci stanno già lavorando.

«Stiamo dialogando con la Regione e con il governo nazionale - conferma Ragusa - perché, come detto, non vogliamo fare barricate ma trovare soluzioni che evitino di spazzare via imprese che hanno cambiato il volto di tanti territori, creando i presupposti per fare turismo, per generare una economia sana. Su un punto bisogna essere chiari: se l’Ue parla di bandi, è chiaro che in questi bandi il presupposto principale non potrà essere l’offerta in denaro che verrà fatta per aggiudicarsi una concessione. Di quanto si paga oggi possiamo discutere, anche se non è affatto vero che si tratta di canoni irrisori, ma che il primo criterio sia legato all’offerta economica sarebbe gravissimo e penalizzante per tante imprese siciliane che non rappresentano grandi gruppi, ma spesso piccole famiglie o piccole aziende che hanno messo professionalità, passione, competenza nella rivalutazione degli spazi e nella realizzazione delle loro attività. Dialoghiamo con le istituzioni perché siano queste le principali credenziali per l’assegnazione delle aree e perché non si commetta l’errore già fatto nel settore della grande distribuzione organizzata, di credere che aprire ai grandi gruppi stranieri sia la soluzione. Quella scelta ha provocato la chiusura di migliaia di piccoli esercizi commerciali e la perdita di posti di lavoro sicuri a fronte di tanto lavoro precario. Con le concessioni demaniali non si può correre lo stesso rischio e, ripeto, il criterio del chi offre di più, senza dare altre garanzie, potrebbe essere un errore fatale. E su questo che non siamo assolutamente d’accordo».

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