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A Catania, dove cristiani e musulmani vivono e pregano insieme

Alla Locanda del Samaritano ognuno prega il proprio Dio, insieme, in semplicità. Tutti si danno una mano e si sentono accolti, come in una famiglia

A Catania, dove cristiani e musulmani vivono e pregano insieme

Maurizio, 48 anni, vive qui da tre anni, dopo una lunga esperienza al dormitorio. E’ buddista, non praticante. «All’inizio mi sentivo uno straniero in patria. L’italiano è cattolico. Qui ci sono tanti musulmani e io non sono né l’uno né l’altro. Ma non ho avuto difficoltà. Da tempo so che il problema non sono le religioni, ma le persone. Qui il discorso delle religioni passa in secondo piano. E’ come se non esistesse». Nessun problema anche per Roberto, che di anni ne ha 54, e alle spalle, come Maurizio, la perdita della famiglia e del lavoro. Inoltre ha dovuto affrontare i postumi di un incidente che gli ha distrutto un ginocchio. E’ credente e praticante. Ed è felice di condividere la casa con tanti giovani musulmani. «Ayaan e Walid sono i miei figli, Abdoulaye mio fratello e Maurizio... il suocero». Ride, e si commuove nel raccontare con Walid, 18 anni appena, si preoccupa della sua salute e spesso gli toglie lo straccio dalle mani per sostituirlo nei vari turni della gestione della casa. «Tu hai male alla gamba, lo faccio io».

Walid, egiziano, è arrivato in Sicilia nel novembre scorso, su un barcone. Tre mesi in una comunità per minori non accompagnati a Scordia, poi, compiuti i 18 anni, è stato gettato fuori, come un sacco. Un amico traduce per lui. «Ho passato tre mesi in strada, alla stazione. Nessuno mi ha fatto del male, nessuno mi ha offeso, ma che vita è quella? La notte non dormivo per la paura che qualcuno mi rubasse le scarpe». Alla Locanda sta bene. «Qui ho trovato una famiglia. Tutti mi trattano come un figlio. Dopo tutto quello che ho passato, ora spero nella vita».

E spera nella vita anche Ayaan, 19 anni, somala, arrivata con un barcone. Due mesi fa è andata a Milano a trovare il suo ragazzo ed è tornata incinta ed è felice. Se è maschio lo chiamerà Mario, come padre Mario Sirica, il rettore della Locanda; se è femmina la chiamerà Maria. Lei non vede differenza tra cristiani e musulmani. «Ognuno di noi pratica la propria religione, prega il suo Dio, e abbiamo rispetto l’uno dell’altro. Nessuno mi forza a cambiare religione. Non solo. Tutti sono attenti al cibo e quando preparano tengono conto delle nostre esigenze».

Abdoulaye, 29, della Giunea, concorda. Lui non ha potuto fare il Ramadan perché lavora in campagna e con il gran caldo non può rispettare il digiuno, ma gli altri musulmani che vivono alla Locanda hanno avuto dagli altri grande attenzione. «Stavano attenti a non fare rumore la mattina, sapendo che si svegliavano tardi, dal momento che si prega e si mangia di notte. E anche le donne italiane, sapendo che le musulmane in questo periodo vanno velate, hanno indossato vestiti meno scollati. Segni di rispetto che abbiamo apprezzato». Attenzioni che hanno colpito anche un giovane musulmano, figlio di un imam, che ha avuto grande difficoltà ad adattarsi. «Un giorno abbiamo appreso che un suo fratello di 13 anni era morto di malnutrizione e abbiamo deciso di pregare per lui, tutti insieme, cristiani e musulmani. Era commosso. Ci ha ringraziato. E’ tornato a trovarci quando è andato via».

E si commuove anche Abdoulaye nel ricordare che quando è rientrato a casa, dopo alcuni giorni di lavoro in campagna, tutti erano felici di accoglierlo. «Questa ora è la mia famiglia». La sua esperienza lo porta a dire che gli attentati terroristici non c’entrano nulla con la religione. «Quelle sono persone malate che devono essere curate. Uccidono anche i bambini, che non hanno fatto niente!». Roberto condivide. «Nessun Dio può giustificare azioni del genere, che si uccidano tra fratelli, perché questo siamo. E’ assurdo. E’ fanatismo. E’ follia». «Credo che dietro ci siano solo interessi e che alcune persone vengano manipolate - sbotta Maurizio, il buddista -. E gli occidentale, a partire dagli italiani, forniscono buona parte degli armamenti al califfato».

Padre Mario Sirica li ascolta attento, poi commenta. «La Locanda, oltre ad assere un luogo di accoglienza, vuole essere un polo educativo, di testimonianza, di convivenza. Nella logica degli uomini i poveri sono coloro che sono ai margini della società. Io sono un vincenziano, e nella logica di san Vincenzo dei Paoli i poveri sono al centro della vita di ogni cristiano. Questa esperienza ci dice che è possibile stare insieme nella sofferenza e nelle difficoltà e che la convivenza è possibile grazie alla conoscenza e al rispetto reciproco». Concetti che Maurizio chiosa cantando i versi di De André. «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

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