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Sicilia, Camere con vista sul baratro

Dal tesoretto di 100 mln a un buco di bilancio di 4,5. Stipendi d'oro ai dirigenti, voragine di 250 mln per le pensioni

Sicilia, Camere con vista sul baratro

CATANIA - Poderosa - e pure ponderosa è la disfida sulle Camere di Commercio in Sicilia. Vecchie cordate in lotta, alleanze nuove fra personaggi che si odiavano, pressioni politiche palermitane e romane, commissariamenti a raffica, esposti reciproci, indagini della magistratura (in dirittura d’arrivo) su numeri “ballerini”, matrimoni d’interesse e divorzi di sopravvivenza. Tutto, o quasi, per gestire potere. Camerale, certo. Ma non soltanto. Alcune delle poltrone di rappresentanza delle imprese hanno una sorta di “molla”incorporata. Per catapultare i fortunati occupanti (o chi per loro) in altre poltrone. Per gestire altro potere. Come quello negli aeroporti siciliani. Oltre che in un altro centinaio di partecipazioni. Grandi e piccole. Il sistema camerale siciliano, alla vigilia di una storica riforma, è paralizzato. Senza che nessuno si ponga qualche domanda. Che senso hanno, oggi, le Camere di Commercio? Quanto costano ad aziende e professionisti che le finanziano con “oboli”che vanno da poche centinaia a migliaia di euro? E cosa fanno per le imprese? Con quali servizi giustificano la loro esistenza in vita? E allora facciamo i conti in tasca alle Camere. Enti autonomi di diritto pubblico che dovrebbero fare gli interessi di 455.159 imprese siciliane (commercio, industria, artigianato e agricoltura), gestendo un tesoretto di 100 milioni di euro di “diritti annuali” degli iscritti per obbligo di legge. Partiamo dai numeri. Impietosi. Analizzando i bilanci delle nove Camere siciliane, il risultato della gestione corrente è in perdita: 4,2 milioni di euro. Che diventano 2,5 milioni di disavanzo di gestione, se si considerano le partecipazioni in società controllate o collegate.

La Camera più in rosso è Enna (1,2 milioni), dopo la performance di Caltanissetta, che ha ridotto il deficit di oltre mezzo milione fra il 2014 e il 2015. L’unica in attivo, al lordo delle partecipazioni, è Agrigento. Ma anche Catania (grazie anche ai circa 19 milioni di controvalore delle quote azionarie) gode di buona salute, certo migliore delle altre due “promesse spose”, Ragusae Siracusa,che assommano circa un milione di perdite. Le Camere siciliane sono soprattutto stipendifici. Con la punta dell’ice berg dei 31 dirigenti (fra cui direttori generali che costano fino a 250mila euro l’anno) per una spesa complessiva di 3,5 milioni. Ben 11 dirigenti (uno ogni 8 dipendenti) solo a Catania, secondo l’ultimo report del Dipartimento regionale Attività produttive, costano 951mila euro. Epoiglistipendi dei 445 dipendenti: 19,2 milioni, ai quali si aggiungono i 3,2 milioni (800mila euro solo a Palermo) del Famp, il fondo regionale per straordinari, indennità aggiuntive e premi produttività. In queste cifre non è compreso il costo dei gettoni dei Consigli camerali e dei compensi per i revisori. Né delle consulenze assortite. Ma la spesa-monstre è per chi è già andato via. Le Camere siciliane di fatto sono soprattutto bancomat per pensionati: per un’altra bizzarria autonomistica, la previdenza non è a carico dell’Inps come nel resto d’Italia. E allora ci vogliono altri 24, 2 milioni per gli attuali 643 pensionati. Con la prospettiva di default sul fondo per i futuri pensionati. Le Camere “cicale”hanno messo da parte 109 milioni, ma - secondo una stima dell’assessorato regionale - il fabbisogno complessivo del fondo di accantonamento è di 352 milioni. All’appello mancano oltre 250 milioni. Su tutto ciò incombe il taglio dell’unica entrata: i diritti camerali. Che nel 2016 sono ridotti del 40% e nel 2017 del 50%, per effetto di un decreto del governo Renzi. Meno entrate, a fronte di una gigantesca “cambiale”previdenziale all’orizzonte. Cosa fare? Non ci si può soltanto affidare alla naturale spending review dell’accorpamento: 4 Super Camere al posto di 9. Altre ipotesi allo studio sono una riduzione del ricco Famp, oltre che un aumento dei diritti di segreteria (a carico delle imprese) e un’economia di scala su personale, banche dati e Unioncamere. Allora la parola che circola con più frequenza a Palermo è “dismissioni”.Mettere mano al patrimonio camerale.Immobili, ma anche partecipazioni. A partire da quelle in Sac (controvalore di 350 milioni fra le quote di Catania, Ragusa e Siracusa) e Gesap (circa 120 milioni). Fin qui i dati delle Camere con vista sul precipizio finanziario. Resta l’ultimo pezzo del ragionamento.

Ma oggi oltre a stipendi, pensioni, gettoni e consulenze - cosa danno le CamCom in Sicilia? Rosario Faraci, docente di Economia e gestione delle imprese all’Ateneo di Catania,prova a fare un’analisi equilibrata: «Il problema non è se le Camere di Commercio siano carrozzoni o meno, o se alcune voci di costo del personale siano più elevate della media di altri enti pubblici. Di sicuro, in tempi di austerity, una riduzione di alcune voci di costo non farebbe male, anche per dare un segnale soprattutto a tante piccole imprese in crisi». Per Faraci il nodo è la «condizione di asfissia del modello di business», che provoca «uno scollamento fra attese delle imprese e risposte delle Camere». Exit strategy?«Potrebbero fare qualcosa di più a favore delle imprese, qualcosa di utile a queste ultime, ricavandone ulteriori proventi». Cosa? «Secondo me le Camere dovrebbero facilitare il "fare impresa" in tutte le sue manifestazioni: nuove imprese, aspiranti imprenditorie start up innovative».Le altre declinazioni del“fare impresa”: si riferisce «alle imprese esistenti, e a chi «cerca sostegno per crescere anche a livello internazionale, vuole uscire dalla crisi, necessita di altri strumenti o voglia venire a investire». Le Camere del futuro come «osservatorio sul fare impresa nel territorio», con un ruolo di monitoraggio e di «offerta di policy super partes a istituzioni, associazioni di categorie e banche». Durissimo il giudizio delle imprese siciliane. Giuseppe Cascone, presidente regionale della Cna: «La situazione attuale è drammatica. Le Camere, in alcuni casi senza neppure i fondi per pagare gli stipendi, sono in ginocchio,non erogano più servizi alle imprese, le commissioni provinciali dell’artigianato sono bloccate, le strutture al servizio dell’internazionalizzazione non funzionano. Vorremmo sbagliarci ma sembra quasi che si voglia tenere in vita questi enti per curare interessi fin troppo particolari e per piazzare qualcuno nelle stanze dei bottoni degli aeroporti». Per Cascone «la riforma camerale si sta trasformando in uno stillicidio. Il governo Crocetta batta un colpo, altrimenti si renderà complice di questa farsa». 

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