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Renzi a Catania: «Bivio referendum tra chi vuole cambiare e chi vuole la paura»

Il premier chiude la Festa dell'Unità . «Non ci faremo trascinare nel fango dalle correnti al nostro interno»

Renzi a Catania: «Bivio referendum tra chi vuole cambiare e chi vuole la paura»

Matteo Renzi

Catania - Non si fa attendere più di tanto. Poco dopo le 17,30 è già sul palco, preceduto dai due brevi interventi del segretario provinciale del Pd Enzo Napoli e del segretario regionale Fausto Raciti, e annunciato come un signore che deve dire qualcosa. E di cose, al suo popolo dell'Italia che dice Sì, il premier Matteo Renzi ne ha dette parecchie. La conclusione della Festa dell'Unità al Giardino Bellini di Catania, è tutta sua e per lui i posti a sedere non bastano, la folla è quelle delle grandi occasioni. Smette in tempo di piovere quando esordisce ammettendo il suo stupore per la bellezza osservata nella Valle dei Templi (era arrivato da Agrigento dove ieri ha firmato il Patto per il Sud, ndr): «Non c'ero mai stato - ha confessato -, e non si possono non conoscere le meraviglie di questa terra. Anche per questo ho deciso che il G7 il prossimo anno dovrà essere organizzato qui. Se c'è una regione - ha continuato - che ha dimostrato negli ultimi mesi che i luoghi comuni sono assurdi e da respingere al mittente, questa è la Sicilia. Durante un incontro internazionale persone autorevoli mi hanno detto "in Sicilia c'è la mafia", in quel momento ho pensato al G7 qui». Ad ascoltarlo in platea, il sindaco di Catania Enzo Bianco e il presidente della Regione Rosario Crocetta, oltre a deputati regionali ed europei. Parla con la sicumera di sempre, cita il presidente della Repubblica siciliano Sergio Mattarella «per noi - dice - è punto di riferimento e garante», non lesina stoccate al leader della Lega Salvini, che riesce a non nominar.  «C'è chi strumentalizza il lavoro dei servitori dello Stato, chi si permette di andare in giro con le magliette immaginando di rappresentare lui la polizia ma per sette anni hanno bloccato il contratto di quelle persone e noi lo abbiamo sbloccato e abbiamo riconosciuto con gli ottanta euro che sono servitori dello Stato, non di un partito. Tenetevi le vostre camicie verdi e lasciate le magliette della polizia a chi è degno di portarle». 

Battute al vetriolo anche per il suo antagonista di partito Massimo D'Alema, che imita anche nella voce : «E' venuto qui per parlare di politica estera e ha parlato di riforma. Voleva essere simpatico e non gli è riuscito, qualche volta capita: ha detto che la segreteria del Pd vieta di legge libri. Ma io nel 1995 mi stavo laureando quando ho letto un libro: Massimo D’Alema, "Un paese normale". Ve lo consiglio perché in realtà è scritto da Velardi e Cuperlo che scrivono molto bene, D’Alema ci ha messo solo la firma».

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Parole invece di politically correct per il sindaco di Roma Virginia Raggi. «Non attacchiamo Virginia Raggi: rispettiamo il voto dei cittadini di Roma, facciamo vedere che siamo diversi da chi pensa che la politica sia guerra nel fango. Che abbiamo uno stile. Questo non significa abbassare la guardia» ma «noi le istituzioni le rispettiamo sempre, non quando c'è qualcuno dei nostri a governare. Prima del Pd c'è l'Italia». 

Dalla platea si scaldano gli applausi, ma si leva anche qualche voce di contestazione, una signora viene fatta allontanare. Il tema che brucia è quello della disoccupazione a fronte di una ripresa che non tutti ancora vedono. La battuta è veloce: «Lo so ci siete anche voi, e bisogna ascoltare tutti». Si accende quando sempre dalla platea qualcuno lo sollecita con un "vergogna" sull'argomento scuola. «Vergogna? Non è vero. Abbiamo assunto centomila persone a cui lo Stato aveva detto vi do un incarico e poi se n'è stato fregato. Non è stato facile, alcuni hanno dovuto lasciare la loro Regione perché il bene della scuola non è dei professori, ma dei loro ragazzi».
«Vi propongo: lavoriamo insieme per il tempo pieno, per gli asili al Sud, per fare dell’educazione la leva che solleva il mondo. Ma non si costruisce la rivoluzione come quella nel giro di un giorno. Voglio sfidare il Pd: finché ci sarà un bambino che non avrà gli stessi diritti dell’altro bambino lì ci sarà il fallimento della politica. Insieme dobbiamo fare più ore a scuola, tenere le scuole aperte il pomeriggio».

Cita anche Aldo Moro il presidente del Consiglio. «Aldo Moro diceva che bisogna dire sempre la verità: la verità è che questa riforma è iscritta nella storia del nostro partito e l’abbiamo voluta e costruita negli anni: non riduce gli spazi di democrazia, riduce le poltrone». Poi un un tuffo nel passato e uno nel presente ricordando l'ingegno di Archimede ("Datemi una leva e vi solleverò il mondo"), Giorgio Li Pira e Pietro Di Bartolo il medico diventato un uomo simbolo nella gestione dell'accoglienza ai tanti migranti che sbarcano soprattutto a Lampedusa. «Non possiamo dimenticare che sono nostri fratelli - ha detto il premier in riferimento agli immigrati - il nostro dovere è quello di salvarli, non possiamo lasciarli annegare in mare».

E giù poi con riforme e referendum. «Qui prendo un impegno, quello di proiettare la riforma verso il futuro». E ancora: «Ci hanno detto che il problema del referendum era la legge elettorale: abbiamo detto che siamo pronti a discuterne. C'è bisogno però che gli altri facciano proposte, noi facciamo le nostre». «A chi vuole trasformare il referendum costituzionale nel congresso del Pd, diciamo: chi ha i voti vinca il congresso. Io ci sarò e aspetto anche loro». «Vi invito a scegliere coerentemente l’Italia che dice sì e non mette veti, non dice no al futuro. Il referendum sta al bivio tra chi vuole cambiare e chi vuole la paura. Noi siamo l’Italia che dice sì». 

Conferma infine la "disponibilità totale" a parlare di modifiche alla legge elettorale: «Fate le vostre proposte, faremo la nostra». Ma nel chiudere la Festa nazionale dell’Unità, Matteo Renzi riserva parole di fuoco alla sinistra Pd e «all’esperto di passato» Massimo D’Alema. E a chi minaccia di votare No al referendum costituzionale se l’Italicum non cambierà, dice: «Alcuni leader del passato vorrebbero fregarci il futuro con risse interne quotidiane. Ma non ci faremo trascinare nella guerra del fango delle correnti al nostro interno da chi pensa che sia opportuno litigare tra di noi, dimenticando che fuori di qui non ci sono le magnifiche sorti progressive, ma destra e populismi. E se non ce ne rendiamo conto tradiamo il nostro passato e il nostro futuro».



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