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«Vi racconto come arrestammo l'inafferrabile Pippo 'u Malpassotu»

Va in pensione il comandante della storica "Catturandi" dei carabinieri

«Vi racconto come arrestammo l'inafferrabile Pippo 'u Malpassotu»

La storica "Catturandi": Guercio, Marcantonio,Girardi,Prestigiacomo,Moschella,Pisacreta,Di Perna,Versace,Caputo,Venezia,Castiglione e Guardo

«Oggi - spiega - ci sono congegni quasi invisibili per seguire a distanza un’autovettura, per eseguire un’intercettazione ambientale. A quei tempi, invece, tutto era ingombrante e meno duraturo. Basti pensare che per seguire un’auto su cui era stato montato un segnalatore a impulsi e a batteria, che quindi si scaricava rapidamente e frequentemente andava sostituito, avevamo bisogno di un macchinario grande quanto il portabagagli di una “Fiat Regata”. Anche lo stesso segnale era molto labile e spesso se ne perdevano le tracce all’improvviso».

Accadde anche quando vi metteste sulle tracce di Giuseppe Pulvirenti, il “Malpassotu”.

«E accadde tante volte! Avevamo individuato il suo vivandiere, che ogni sera tornava a casa, chiudeva la macchina in garage, fingeva di mettersi a letto e poi a tarda ora usciva di nuovo per andare nelle campagne di Belpasso. A un certo punto era inevitabile che si perdesse il segnale in quelle strade di campagna in cui l’uomo si infilava a fari spenti con la sua vecchia Ritmo, cambiando sistematicamente strada. Però ogni volta si guadagnava una porzione di terreno e il cerchio attorno a Pulvirenti si stringeva».

Fino a quando…

«Fino a quando, la notte del primo giugno, dopo essere stati bagnati dalla testa ai piedi da un contadino che lavorava in zona e che la notte andava a irrigare le sue terre, non arrivammo all’obiettivo».

Bagnati perché?

«Eravamo appostati, vestiti di nero e indossavamo il mefisto. Il contadino non si accorse di noi e azionò l’impianto di irrigazione, restando a un paio di metri da noi. Fu un bene anche per lui, perché avremmo dovuto sequestrarlo fino al termine dell’operazione».

Accadde da lì a poco.

«Ma noi non eravamo sicuri che il Malpassotu si trovasse dove poi l’abbiamo scovato. Lui dormiva in una stanzetta sottoterra cui si accedeva attraverso una botola su cui venivano riposte delle cascine. Quando arrivammo e trovammo la casa vicina vuota pensammo di avere fallito, poi un cane, il cane del Pulvirenti, andò ad accucciarsi accanto alle fascine e capimmo ogni cosa».

Fu una grande gioia.

«La più grande. Eravamo alla vigilia della Festa della Repubblica. Il comandante generale dell’Arma, Federici, definì la nostra squadra quella dei magnifici dodici».

Non fu l’unica gioia.

«No, non fu l’unica. Di latitanti di primissimo livello ne abbiamo catturati davvero tanti. Però quello fu un arresto particolare. Qualche settimana prima la polizia aveva arrestato, col contributo di Roma, il boss Nitto Santapaola. Replicammo alla nostra maniera e ricordo che il nostro indimenticato comandante, Ermanno Fenoglietti, un uomo che ha dato tantissimo a questa città e che morì tragicamente nei Balcani, descrisse quell’operazione in maniera particolare. Parlò di torta della nonna, fatta in casa, paragonandola con quella ottima ma che viene realizzata in laboratori industriali».

Ricorda il suo primo arresto?

«Come no? Un ladro di autoradio in Piemonte».

E un aneddoto?

«Quando a Casale Monferrato mi fu chiesto di interpretare un’intercettazione fra calabresi. I miei colleghi del Nord proprio non capivano cosa significasse “ma tu chi nicchi nacchi cu iddru?”... Ma tu che c’entri con lui?».

C’era bisogno di carabinieri siciliani....

«Ma ce n’era bisogno anche in Sicilia. Infatti la guerra alla mafia ricevette un impulso quando le istituzioni decisero di mandare i carabinieri siciliani in Sicilia. Ci sono frasi, espressioni facciali, silenzi che qui possiamo comprendere soltanto noi. Con il rientro del sottoscritto e di tanti miei colleghi - da Franco Di Perna a Pippo Moschella fino a Nino Castiglione - fu fatto il salto di qualità. Grandi cose furono fatte fino al 2009, quando poi qualcuno decise di smembrare questa squadra».

Polemico?

«No, ma so che potevamo dare ancora tanto e pensare a quei fatti mi fa male».

Fra le sparatorie quale ricorda?

«Quando dovetti ferire un calabrese che stava dirigendosi armi in pugno verso il nostro comandante: non si era accorto della sua presenza».

E il più grande rimpianto?

«La mancata cattura di Santo Mazzei. C’eravamo arrivati noi, ma la polizia ebbe l’intuizione giusta e, tentando il tutto per tutto, ce lo soffiò da sotto il naso».

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