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Da narcotrafficanti a uomini d'onore, storia della famiglia mafiosa dei Nizza

Radicati nel quartiere di Librino ma con importanti diramazioni a San Cristoforo e a San Giovanni Galermo. La loro storia è stata ricostruita grazie alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia.

Da narcotrafficanti a uomini d'onore, storia della famiglia mafiosa dei Nizza

I fratelli Nizza in foto segnaletiche di diversi periodi: da sinistra, Andrea, Giovanni, Salvatore, Fabrizio e Daniele

CATANIA - Da perfetti sconosciuti a famiglia fra le più importanti della criminalità organizzata catanese. E’ questa la parabola dei Nizza, radicati nel quartiere di Librino ma con importanti diramazioni a San Cristoforo e a San Giovanni Galermo. La loro storia è stata ricostruita grazie alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia: da Santo La Causa, ex reggente del clan Santapaola, a Paolo Mirabile, dell’omonima famiglia; da Davide Seminara, ex luogotenente di Andrea, allo stesso Fabrizio Nizza, divenuto collaboratore di giustizia nel dicembre 2014.

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I fratelli Nizza – Giovanni, Fabrizio, Salvatore, Andrea e Daniele – cominciano la loro carriera con piccoli reati contro il patrimonio, ma in breve capiscono che il grande affare su cui possono e devono puntare è rappresentato dallo spaccio di sostanze stupefacenti. Nel 2006 detengono il controllo di una serie di piazze abbastanza remunerative fra San Cristoforo e Librino e questo dà fastidio ad Angelo Santapaola, defunto cugino del boss Nitto, che comincia a muoversi per estrometterli dal giro. Daniele Nizza – rivela Fabrizio – decide di cercare protezione e riesce, con successo, ad entrare in contatto con Santo La Causa e Melo Puglisi (responsabile del gruppo della Civita). I Nizza transitano armi e bagagli nella famiglia Santapaola e da quel momento negli ambienti criminali cittadini diventa noto a tutti che chi ha a che fare con loro ha a che fare con Cosa nostra catanese.

 

Nel giugno del 2008 per due dei fratelli Nizza (e per Ignazio Barbagallo) arriva anche la legittimazione più importante: in una villetta di San Giovanni Galermo, alla presenza di Santo La Causa, Melo Puglisi, Orazio Magrì, Saro Tripoto, Benedetto Cocimano ed Enzo Aiello, quest’ultimo rappresentante provinciale di Cosa nostra, vengono fatti “uomini d’onore”. La Causa è il padrino di Fabrizio, killer del gruppo, Puglisi è il padrino di Daniele e di Ignazio Barbagallo.

 

Il cerimoniale è il solito: la “punciuta”, la santina che brucia, la declamazione della formula del giuramento. Fabrizio viene nominato responsabile del gruppo di Librino e Daniele del gruppo di San Cristoforo. In particolar modo Daniele, affiancato da Saro Lombardo, diventa il ras delle tre piazze di spaccio di via Alogna, del quadrilatero compreso fra le vie Villascabrosa, Stella Polare, Plaia e del Principe, e pure di Zia Lisa.

 

I Nizza, in verità, non dimenticano le loro “origini” malavitose. E nel 2011 finiscono nei guai per una serie di rapine in villa che, a quel tempo, terrorizzano gli abitanti dell’hinterland etneo, al punto tale che l’ex comandante provinciale dei carabinieri Giuseppe La Gala e l’allora comandante del Reparto operativo Luca Corbellotti allestiscono una task force per catturare i delinquenti. Un’iniziativa coronata da successo.

 

Nel febbraio 2012 per Fabrizio Nizza arriva l’ennesimo arresto, che poi diventa carcere duro nel 2013. E’ il momento del cambio al vertice. Andrea Nizza, causa le disavventure degli altri fratelli, prende lo scettro del comando e da quel momento diventa quasi inafferrabile. La sua latitanza, però, comincia concretamente l’11 dicembre del 2014, ovvero il giorno dopo in cui gli viene inflitta una condanna a sei anni e otto mesi di reclusione, confermata in appello. E così entra nella lista dei 100 latitanti più pericolosi d'Italia. Una latitanza che si è conclusa oggi.

 

Sempre secondo i collaboratori di giustizia, e fra questi, da pochissimo, anche Salvatore Cristaudo, Andrea Nizza controlla ancora oggi il traffico di stupefacenti, che spesso parte anche dalle coste dell’Albania, e pure l’assegnazione delle singole piazze agli affiliati: «Gli albanesi non portavano soltanto marijuana, ma anche kalashnikov».

 

Ecco come la famiglia si è approvvigionata in questi anni di armi potentissime. Parte di queste, fra l’altro, sono state fatte rinvenire da Davide Seminara, che ben ne conosceva l’ubicazione, quando nel settembre del 2014, dopo una latitanza di appena due mesi, decise di pentirsi e di collaborare con la giustizia.

 

Tornando ad Andrea Nizza, è lui che ha curato il riavvicinamento con la famiglia degli Arena, storici nemici di quelli che erano, in pratica, i loro “dirimpettai”. Ha pure seguito le evoluzioni di alcuni attacchi da parte di soggetti appartenenti al clan Cappello (e non mancarono i momenti di tensione), interessati a piazze di spaccio controllate dai Nizza, ma ha pure gestito le tensioni conseguenti ad alcune rapine di sostanze stupefacenti (forse ai corrieri), organizzate da un gruppo di Picanello che sospettava che il nuovo leader del gruppo si fosse “appropriato” dei suoi fornitori.

 

Di recente sarebbero stati riscontrati dei malumori fra gli affiliati, che “facevano la fame” mentre Andrea Nizza non si sarebbe risparmiato nell’aprire i cordoni della borsa per garantirsi la latitanza, fors’anche con qualche lusso di troppo.

 

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