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Pietrangelo Buttafuoco: «A Catania il provincialismo non ci fa vedere il bello che c'è»

Intervista sulla città con lo scrittore e giornalista etneo: «Catania non è più un laboratorio politico, è diventata periferica»

Pietrangelo Buttafuoco: «A Catania il provincialismo non ci fa vedere il bello che c'è»

«Sant’Agata incarna una dimensione più ampia della santità, Agata arriva alla dimensione della sacralità, i due termini non sono sinonimi, la sacralità è un concetto che supera la semplice biografia di una santa, abbraccia una consistenza spirituale che viene confermata giorno dopo giorno dall’atteggiamento dei devoti. Mi spingerei a dire che la sacrissima vergine Agata è qualcosa di anteriore addirittura alla sua verità storica, come se nel catanese ci fosse stato un “presagio” di Agata… come se l’essenza universale di Agata si fosse incarnato nel catanese ancor prima dell’apparizione storica di Agata: un anelito, un desiderio, che si è incarnato proprio là dove doveva incarnarsi, dove più grande e perfetto era questo desiderio, questa preghiera, ossia a Catania».

 

- Qualche giorno fa, in “Provincia Capitale”, seguitissima trasmissione di Edoardo Camurri, dedicata a Catania, hai ricordato che questa città è terra di scrittori.

«Facendola facile possiamo dire che se Genova è la grande capitale italiana del cantautorato, così Catania è un grandissimo capitolo di quel libro che è la Sicilia e la Letteratura. Dagli autori ritenuti più popolari, come Micio Tempio, alle espressioni più classiche, come Giovanni Verga che fu considerato appunto un “classico” già in vita, non lo si può pensare, leggerlo, senza paragonarlo a Tolstoj, così come in Brancati c’è il riflesso italiano di Gogol. Nel catanese c’è quel piacere dell’affabulazione, quella capacità innata di donare una lingua, di costruire un linguaggio e un mondo, che lo fa unico, che solleva la narrazione a un livello inevitabilmente più alto, che la fa “letteratura” appunto. La narrazione non è mai soltanto un resoconto, ma un vero e proprio dono, nel catanese una storia diventa un regalo che si elargisce. Non bisogna dimenticare quale vetta ha prodotto Catania, quella unione di letteratura e teoretica che è stato Manlio Sgalambro, un gigante, il suo lascito filosofico è immenso. Ma i catanesi sono troppo provinciali, vale per lui la frase di Massimo Cacciari a proposito di Gentile: esiste un provincialismo alla rovescia di cui è vittima la nostra cultura. Uno che è nato a Castelvetrano ha zero probabilità di essere letto a Heidelberg, l' ultimo cretino di Heidelberg ha molte probabilità di essere letto a Castelvetrano».

 

- Catania una volta era considerata il laboratorio politico italiano…

«Non è più così, è un capitolo esaurito. Catania è diventata periferica, come la Sicilia tutta. Nel lavoro quotidiano, nelle redazioni, qualunque notizia riguardi la Sicilia, o Catania, viene accolta con un’alzata di spalle, veniamo percepiti come estrema provincia, persino nelle sue manifestazioni più folkloristiche. Credo sia dovuto alla scissione che è avvenuta in città tra le eccellenze professionali e la politica. A Catania la politica era il punto di arrivo di una vita eccellente, penso all’altre grande catanese, Pietro Barcellona, che all’opposto di un politicante è riuscito a dare alla politica una dimensione profondamente intellettuale. Mi auguro che “Palermo Capitale della Cultura 2018” possa cambiare le cose e che Catania possa beneficiarne».

 

- L’Etna e il mare.

«Questo è un rovello al quale nessuno potrà mai dare risposta. E’ un accoppiamento divino, solo Dio poteva decidere di mettere così vicini questi elementi opposti, il fuoco e l’acqua, la neve e isole. Ricordo un risveglio all’alba in un albergo sulla via Etnea in cui sono stato colto dalla sindrome di Stendhal, a destra Etna (mi piace chiamarlo al maschile) e a sinistra, in quello scorcio di via Etnea, il mare. Mi sono sentito come l’asino di Buridano, fermo indeciso tra fieno e acqua. Anche in questo dimostriamo il nostro provincialismo, affollando i luoghi turistici della massa senza riuscire a cogliere la nostra bellezza. Fortunatamente esiste una élite del gusto che vive la Sicilia come noi non sappiamo fare. Questa élite frequenta Etna, la trovi nei cottage nascosti, a fare escursioni, a leggere i miti, l’Odissea, è capace di percepire cosa sia Etna. Noi no. Siamo provinciali, le cose di fuori ci sembrano sempre più belle».

 

- A proposito della via Etnea, è stato il luogo simbolo dell’agorà, della conversazione politica e intellettuale…

«Non è più così. Fa parte di quel tramonto della politica di cui dicevamo prima. Non è più Il Luogo. La via Etnea era il nostro “dasein”, il nostro “esserci” o con quella splendida metafora usata da Manlio Sgalambro e Franco Battiato il nostro “thè danzante”, consentiva agli spiriti liberi di confrontarsi e confortarsi a vicenda. L’abbandono delle strade del centro storico da parte degli intellettuali, il rintanarsi in luoghi asettici, intonacati, in non-luoghi, dà la cifra di una città che perde la propria identità, il proprio genius loci. Fra un po’ rinunceremo anche alla carne di cavallo».

 

- Eppure a Catania la sera puoi ancora incontrare intellettuali, persone come Antonio Presti, Mario Venuti...

«Ecco… si contano sulle dita di una mano, di mezza mano. Grazie però mi avermi dato la possibilità di parlare del grande Antonio Presti! Ce ne vorrebbero figure come lui, non solo a Catania, ma in tutte le città! Non si spaventa di sporcarsi le mani, anzi sa che sporcarsi le mani, o forse pulirsele, è l’unica maniera di svolgere il vero lavoro intellettuale. Io citerei anche Nuccio Molino, uno che della città sa tutto, il mio Virgilio».

 

- A proposito dello stare in mezzo alla gente, a marzo, per “La nave di Teseo”, uscirà il tuo nuovo libro “I baci sono definitivi”, racconti presi in metropolitana, tra le persone ordinarie che trasmettono storie straordinarie.

«E che dobbiamo fare se non immergerci nella vita...»

 

 

- Passiamo alla prossima domanda. Il teatro era un luogo di incontro…

«E’ un aspetto di quell’istinto alla letteratura del quale il teatro è figlio, o forse padre. Io identifico il teatro con quella maschera raffinatissima che è stato Angelo Musco, una maschera che vive quotidianamente nelle espressioni e nei tic dei catanesi. Dico maschera raffinatissima perché Musco ha innalzato la farsa a spezia, a condimento dell’intelligenza, è riuscito a fare del comico un’arma della conoscenza, tramutandola in arguzia. Si dice del perditempo, dell’inconcludente, che “fa teatro”, ma a Catania “fare teatro” è una maniera di passare la giornata a contatto della conoscenza. Che non si sia riuscito a fare di Catania una Bollywood rientra in quella tragedia epocale per cui chiudono i cinema, le librerie. La geniale app di Sant’Agata è una metafora di questo tempo: Sant’Agata nell’app e Angelo Musco sullo smartphone».

 

- L’Islam, che attraversi e dal quale sei attraversato, conserva rapporti con Catania?

«Direi di no. Al contrario di Palermo. A Catania l’Islam viene percepito come una novità dovuta ai migranti. Probabilmente il terremoto del 1693, cancellando le architetture arabe, ne ha cancellato la memoria. Ma c’è anche da dire che a Catania è talmente forte la dimensione sacrale legata a Sant’Agata che ingloba qualsiasi altra esigenza spirituale, Agata non è solo cristiana, è anche, come si sa, paganitas, nel senso non solo di “pagano” ma anche etimologicamente latino, “pagus”, borghese, è la terza festa della cristianità, ma è anche la prima festa legata al culto isideo. C’è Agata, non c’è spazio per nessun altro culto a Catania».

 

- E veniamo quindi alle “fimmine”. Come sono queste “fimmine” catanesi?

«Sono l’ascolto. Dobbiamo farci muti e ascoltarle. L’espressione massima della “fimmine” catanesi, per quello che dice, per le varie sfaccettature, per la grande capacità di orchestrazione, è Carmen Consoli. Il suo repertorio è insieme la partitura delle “fimmine” e la risposta alla domanda “cosa sono le fimmine a Catania?”. Se invece vogliamo porre la domanda al singolare ed essere filologicamente esatti, allora la risposta non può che essere una: la “fimmina”, a Catania, è solo Sant’Agata».

 

Dal sacro al profano: la Destra a Catania.

«La Destra a Catania ha solo un nome: Nello Musumeci. I catanesi lo conoscono, conoscono la sua storia e conoscono quale sarà il suo percorso».

 

E i Cinquestelle?

«A Catania non ce ne sono. Vanno in piazza quando arriva Grillo o Di Battista o Di Maio ma picchì su’ curiusi. Probabilmente non esiste un catanese grillino dal carisma tale da potere fare da traino. Non so, certo che è strano».

 

Forse perché ai catanesi piace il potere. E fino a quando i grillini non prendono il potere… Prima vedere cammello…

“Vero è! (risate, nda), i catanesi sinni stanu futtennu dei meetup, iddi volunu i segreterie politiche, con le liste… Il catanese dice: prima vediamo se vanno al governo e poi ne possiamo parlare».

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