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La piccola azienda di Aci Castello che ha battuto il gigante della moda Roberto Cavalli

Luciana Cavalli disegna scarpe da 35 anni, ha vinto in giudizio contro lo stilista che aveva richiesto la cancellazione del suo marchio

La piccola impresa di Aci Castello che ha battuto il gigante della moda Cavalli

Alle 10, nel laboratorio, si lavora tra pezzi di pelle, rocchetti colorati, macchine da cucire, presse, modelli, colla e chiodi. In media un paio di scarpe firmate Luciana Cavalli costa 110 euro e qui se ne sfornano 20 al giorno.

Sarà contento suo nonno...

«Da lassù penso di sì, di sette figli nessuno ha seguito le sue orme, solo io da nipote. E’ una vittoria dellla passione che abbiamo per il nostro lavoro».

Dov’è iniziato tutto?

«A Scordia, dove ho vissuto fino ai 14 anni, da piccola tagliavo la pelle e facevo cinture incollando i pezzi. Poi lamamma ha sostenuto la mia passione iscrivendomi all’Istituto d’Arte e sono arrivata a Catania. Da lì è partita la mia avventura».

Quando vi è arrivata la notifica della causa intentata da Cavalli come avete reagito?

«Guardi, me lo ricordo perfettamente, era luglio del 2011. Arrivò un faldone enorme, pensavo fosse un regalo, invece c’erano un sacco di documenti con i nomi di una sfilza di avvocati a partire dallo studio legale Jacobacci & e Partners (oggi una delle principali realtà europee nell'ambito della difesa della proprietà intellettuale ndr), nei quali mi si chiedevano di togliere il marchio e mi si accusava di contraffazione. Che poi, a me, il genere suo neanche piace...».

Ecco, diciamolo.

«E’ molto eccentrico, io invece cerco di essere molto più semplice rispetto a lui».

Torniamo alla causa. Le sarà cascato il mondo addosso.

«Il Signore è stato grande a farmi trovare un’amica come l’avvocato Simona Pavone che è stata non superba, di più. Nessun avvocato l’avrebbe presa così tanto a cuore. Lei mi conosce, sa cosa ho fatto, cosa facciamo qui ogni giorno, quanto lavoriamo. Sa che difficoltà incontrano le piccole aziende soprattutto in questo periodo e soprattutto al Sud».

Una con il suo talento perché non è rimasta a Milano?

«Dopo l’Istituto d’Arte ho frequentato l’Istituto Marangoni di Milano (scuola di Moda, Arte, Design) che, colloca gli studenti più bravi negli studi stilistici. Io ero già collocata in uno di questi studi con un magnifico stipendio, ma da buona terrona, sono tornata giù, l’ho rifiutato».

S’è mai pentita?

«Assolutamente no, perché amo molto la mia terra anche se lavorare qui è molto dura. Se fossi stata a a Milano in 35 anni di attività penso che sarei diventata qualcuno. Qui, invece è molto difficile».

Quindi un pizzico di rimpianto c’è...

«No, voglio solo dire che lì sarebbe stato molto più facile».

Voi rispetto alla Cavalli Spa che fatturato annuo avete?

«Non glielo dico perché sarebbe ridicolo».

Allora diciamo così, com’è andata quest’anno?

«In questi sei anni di persecuzione da parte della maison Cavalli non è andata molto bene. Non le nascondo che questa storia mi ha molto depresso, ho avuto anche una crisi creativa, oltre che nei fatturati. Non riuscivo a capire perché ce l’avesse con me, io ero convinta che ognuno avrebbe potuto fare il proprio lavoro senza problemi. Esistiamo da 35 anni, su internet da 16, e lui se ne accorge all’improvviso? Perché? Che danno economico gli abbiamo fatto?».

La legge tutela il marchio notorio.

«Lo so e questa è la cosa pazzesca, la notorietà vince su tutto anche se hai una storia di sacrifici alle spalle».

I vostri clienti sono solo italiani o vendete anche all’estero?

«Lavoriamo principalmente sul territorio e, tramite internet, abbiamo un rapporto diretto con i clienti. Abbiamo lavorato anche per conto d’altri, Valeria Marini, Gai Mattiolo, ma ormai non più, non paga nessuno, solo Armani. Per lui lavora il mio collega Roberto Dovico che ha testimoniato al processo in mio favore».

Adesso, per festeggiare, creerà un modello “3 febbraio 2017”, giorno della sentenza?

«Perché no? E’ un’idea».

Comunque Cavalli può fare ricorso.

«Sì l’avvocato me l’ha spiegato, infatti stiamo a vedere, dovrà avvenire entro sei mesi. Nel frattempo è giusto che si sappia quello che è successo. E’ un caso senza precedenti».

Cosa le ha insegnato questa vicenda?

«Ad essere più dura, più forte, più consapevole dei miei mezzi. E poi che la giustizia esiste. A volte».

Se incontrasse Roberto Cavalli cosa gli direbbe?

«Gli andrei incontro gli stringerei la mano e gli direi... Beddu, ho vinto!».

Twitter: @carmengreco612

 



La causa

Il 3 febbraio scorso è stata pubblicata la sentenza della IV sezione civile del Tribunale di Catania che vedeva la «Roberto Cavalli Spa» contro la ditta individuale «Luciana Cavalli». La prima chiedeva, tra le altre cose, di dichiarare la nullità del marchio “Luciana Cavalli” e di cancellarlo dal registro italiano delle imprese. In più la “Luciana Cavalli” era accusata di contraffazione e concorrenza sleale. Il Tribunale ha rigettato le richieste della maison fiorentina, convalidato il marchio “Luciana Cavalli” e riconoscendo che può essere operato in tutt’Italia.

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