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Cara di Mineo, anche "ombre" mafiose sulle forniture

"Blindate" le indagini su appalti e corruzione, vanno avanti gli altri filoni: è caccia ai flussi di tangenti

Cara di Mineo, anche "ombre" mafiose sulle forniture

C’è innanzitutto il fascicolo che innescò l’eruzione di Mafia Capitale sotto il Vulcano: gli atti trasmessi per competenza dalla Procura di Roma a quella di Catania. Ci sono le intercettazioni telefoniche effettuate «anteriormente e posteriormente al trasferimento per competenza». Ci sono i verbali degli interrogatori di Luca Odevaine (“ufficiale di collegamento” degli affaristi capitolini e siciliani), di Giovanni Ferrera (ex direttore del Consorzio dei comuni del Calatino), dei manager del gruppo “La Cascina, Salvatore Menolascina e Domenico Cammisa, e di Silvana Camiolo, cittadina di Mineo destinataria di promessa di assunzione al Cara in cambio di voti. Ci sono le sommarie informazioni testimoniali di soggetti utili a ricostruire i fatti, fra i quali: l’ex sindaco di Ramacca, Franco Zappalà, il consigliere comunale Pietro Catania, il candidato consigliere e blogger Leone Venticinque, e Francesco Macedone, esponente di un gruppo politico ex alleato del sindaco Anna Aloisi. Ci sono i documenti e il materiale informatico sequestrati nelle cooperative nel giugno 2015, ma soprattutto una monumentale informativa del Ros di Roma, “bibbia” della tesi accusatoria.

 

Insomma, la Procura di Catania è già pronta ad affrontare l’udienza preliminare fissata per il prossimo 28 marzo davanti al gup Santino Mirabella. Ovviamente le bocche, a piazza Verga, sono più che sigillate. Ma la strategia è chiara. Ed è quella che il procuratore Carmelo Zuccaro ha illustrato alla commissione parlamentare d’inchiesta sull’accoglienza dei migranti, nell’audizione dello scorso 24 gennaio. «Il fulcro dell'impianto accusatorio si fonda sulle intercettazioni e sulle dichiarazioni di Luca Odevaine, che ha assunto la veste di persona che ha deciso a un certo punto di collaborare con noi, anche se ovviamente non ha la veste formale di collaboratore di giustizia», dice Zuccaro. Ammettendo: «Le intercettazioni purtroppo risalgono soltanto a un certo periodo storico, perché noi veniamo investiti del problema soltanto quando il presidente dell'Anac rileva nell'appalto del 2014 delle chiare infrazioni alle regole di trasparenza e di evidenza pubblica». E quindi, rivela, «siamo in grado di intercettare questi accordi del 2014». La prima parte dell’indagine ha dunque un’altra struttura: «Ci possiamo basare soltanto sui fatti documentalmente accertati». Eppure «la chiave di lettura ci sembra del tutto rispondente ai fatti, perché è di tutta evidenza che il bando di gara è stato preconfezionato». Il valore aggiunto è soprattutto un altro, poiché «Odevaine - dice Zuccaro - ci fa capire chi è intervenuto in questo accordo». Le dichiarazioni del “Facilitatore” quasi-pentito, «per quello che abbiamo potuto accertare noi, allo stato sono state riscontrate al cento per cento». Zuccaro è molto esplicito anche sulla “tracciabilità” delle ipotesi di corruzione elettorale. «Nell'ambito dell'informativa viene precisato, in relazione alle singole competizioni elettorali, quali sarebbero state le utilità promesse», afferma il capo della Procura. Riferendosi a tre elezioni: Comunali di Mineo e Politiche del 2013, Europee del 2014.

 

Nei 45 minuti audizione il procuratore di Catania dettaglia il procedimento appena chiuso con le richieste di rinvio a giudizio, «un’indagine molto complessa». Ma accenna anche al fatto che «non tutti i filoni investigativi che noi stiamo seguendo siano stati conclusi», ovvero «i filoni di cui ancora non abbiamo avuto un'informativa finale». Questa parte del verbale viene secretata, così come quella relativa alla sollecitazione del deputato di Sinistra Italiana, Erasmo Palazzotto, su «eventuali capi d'accusa per associazione mafiosa».

 

Non a caso i due aspetti potrebbero in parte essere collegati. Perché autorevoli fonti rivelano che, derubricata come «pista fredda» quella delle coperture altolocate al malaffare nel Cara di Mineo (Viminale e prefetti), le attenzioni dei pm catanesi si starebbero concentrando su altri aspetti. Il primo sarebbe una corruzione legata non più allo scambio di voti, ma a contropartite ben più “classiche”: tangenti pagate in denaro. E gli investigatori sarebbero a caccia di questi flussi, non necessariamente legati solo a soggetti coinvolti nell’inchiesta già nota. Il secondo filone, ancor più delicato, riguarderebbe le ombre mafiose attorno al centro d’accoglienza più grande d’Europa: ipotesi di infiltrazioni soprattutto fra le imprese fornitrici, ma anche nelle assunzioni. Agli atti c’è già un chilometrico elenco: tutti i fornitori di ognuna delle coop che gestiscono i servizi all’interno del Cara, oltre che la lista completa di tutti i lavoratori. E, infine, fra la dozzina di faldoni ce n’è uno che contiene i verbali degli interrogatori di due pentiti mafiosi catanesi, entrambi raccolti il 16 dicembre del 2015. Il primo è Paolo Mirabile, esponente dell’omonimo clan, fratello dell’ergastolano Giuseppe e nipote acquisito di Nitto Santapaola. Il secondo è Gaetano D’Aquino, ex reggente del clan Cappello.

 

Finora, nell’imputazione dei reati di turbativa d’asta e di corruzione, la Procura non ha contestato la cosiddetta «aggravante speciale dell’utilizzo del metodo mafioso», prevista dal dl 152/1991. Ma, in attesa che il Ros termini il suo lavoro, c’è già più di un elemento che colloca Cosa Nostra ben oltre il cancello d’ingresso dell’ex villaggio dei marines americani.

Twitter: @MarioBarresi

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