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Catania, così fu ordinato il pestaggio del medico all'Ove

Nuovi retroscena dall'operazione della squadra mobile che ha portato a sette arresti

Catania, così fu ordinato il pestaggio del medico all'Ove

Nella pagine dell’ordinanza in questione si legge, infatti, che già Di Maggio, cognato di Mauro Cappadonna (l’uomo che pretendeva di conoscere le generalità di una minorenne coinvolta in un incidente stradale in cui aveva subìto dei danni la sua “Nissan Micra”, parcheggiata in via della Concordia), al secco rifiuto del medico di riferire i dati sensibili richiesti aveva tentato di aggredire l’interlocutore. In quell’occasione fu portato via da una delle guardie giurate in servizio, che all’esterno cercò pure di rabbonirlo, spiegando che con un’aggressione a un medico si sarebbe rovinato. Di Maggio, invece, che pare avesse già chiamato alcuni “amici” a supporto, non se ne sarebbe dato per inteso: avrebbe dato l’ordine al commando di agire, perché «con l’educazione non si ottiene nulla, se sei educato te la mettono nel culo: dateci ‘na sugghiata di coppa». E così è stato.

 

 

Emerge, a questo punto, il ruolo discutibile delle guardie giurate. Perché a fronte di una reazione di questo genere, beh, forse sarebbe stato davvero il caso di far scattare subito l’allarme al 112 o al 113. E, magari, di chiudere quella sbarra d’accesso da e per via Plebiscito quanto meno per rendere più difficoltoso l’allontanamento dei picchiatori (Federico Egitto, Santo Antonino Lorenzo Guzzardi, Giuseppe Tomaselli, Luciano Tudisco e Angelo Vitale) che da lì erano già entrati e che avevano pure avuto la tracotanza di parcheggiare i loro tre scooter al fianco della Mercedes Classe B del Di Maggio, lasciata in un’area in cui nessuno avrebbe potuto sostare.

 

Le guardie giurate hanno spiegato durante l’interrogatorio che ogni tanto chiudono un occhio per soggetti con difficoltà di deambulazione. Ma né Di Maggio né gli altri sei giovinastri erano affetti da alcuna patologia, cosicché ci si chiede per quale motivo sia stato consentito loro il parcheggio in quell’area (Di Maggio, in verità, avrebbe detto che sarebbe mancato pochi minuti, ma questo non può giustificare la differenza di trattamento con la normale utenza) e come mai non si sia ritenuto opportuno quanto meno di ritardarne l’uscita. Una delle due guardie giurate ha dichiarato di non essersi accorto dell’ingresso degli scooter a causa dei fari di un’ambulanza che lo avrebbero accecato: scusa leggerina, per lo meno, perché se così realmente fosse il Vittorio Emanuele sarebbe perennemente alla stregua di un porto di mare.

 

La sensazione è che in quel contesto i vigilanti abbiano voluto evitare di correre rischi personali che potevano venire da uno scontro con i componenti del commando. A questo punto, però, continuiamo a chiedere: visto che una delle guardie giurate aveva avuto modo di comprendere che aria tirava, perché non fare scattare l’allarme con le forze dell’ordine?

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