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Rosalba Bentivoglio: «Anche la musica contro il caos di una città tenace»

"La voce jazz di Catania" racconta se stessa e la sua città

Rosalba Bentivoglio: «Anche la musica contro il caos di una città tenace»

Rosalba Bentivoglio, da sempre vanto di una città che mescola biasimo e fascinazione, è innamorata della sua Terra e del Vulcano, tanto da dividersi tra la turbolenza urbana e la quiete di Milo.

Catania è più Europa o Africa?

«Più Africa, perché stenta a trovare la rotta europea e oggi più che mai stiamo diventando una società multietnica con colori, suoni odori, usi e costumi certamente più africani e mediorientali».

E questa connotazione è un bene o un male? E’ un dato positivo essere più in linea con il Continente nero piuttosto che con nazioni moderne e in particolare con la rifiorente Mitteleuropa?

«Non siamo preparati per una corretta accoglienza, non solo umanitaria ma anche culturale e ciò crea difficoltà anche di ordine pubblico. Dovremmo cogliere gli aspetti migliori della cosiddetta globalizzazione, specialmente noi artisti. E’ proprio con questo sentire il desiderio d’Africa, è appunto con questa attrazione fisica e psicologica per una Terra meravigliosa e martoriata, che ho scritto il brano “Sulle vie dello Zimbabwe” pubblicato sul mio cd “Only light blue”. Mi sento attratta dalle culture, dai ritmi “più a Sud” e Catania secondo me si colloca in questo ambito anche se spesso la città non ha la capacità di creare un ponte culturale con l’Europa. Quindi vedo la Sicilia sempre più isola, sempre più chiusa a riccio».

Altri difetti del centro alle falde dell’Etna?

«Non siamo governati adeguatamente. Come tutte le città del Sud, Catania soffre per una piaga che senza esagerazione può definirsi storica, e oggi più che mai sentita, la precarietà del lavoro. La disoccupazione spinge i giovani ad allontanarsi verso realtà produttive, anche artistiche, più interessanti e convenienti. Ora addirittura si va sempre più di frequente all’estero. Stati Uniti, Francia, Germania, Inghilterra, Paesi Bassi e perfino la Cina sono meta di under 20 in cerca di un’attività anche umile e provvisoria, di un salario dignitoso. Non di rado tornano sconfitti dal meteo inclemente, dall’inospitalità degli abitanti, dalla solitudine e dalla nostalgia di casa e degli affetti più cari. Molte altre volte, mettono radici. Vorrei auspicare che la politica presti la giusta attenzione a tutte le forme culturali, artistiche e didattiche che qui scarseggiano, con gran disagio per chi deve costruirsi un futuro quanto meno decente».

Qual è la situazione del jazz, della musica, del teatro, insomma dello spettacolo a Catania?

«Il jazz sforna tantissimi talenti, la maggior parte dei quali vanno via, anche oltreconfine, perché qui di arte e cultura non si vive».

Manca una casa del jazz?

«Sì, non esiste in tutto il Sud, ma pure al Nord, un ritrovo spazioso ed efficiente dove si possa ascoltare il genere afroamericano dal vivo. C’è una struttura a Roma… e basta. Uno sfacelo…».

Perché questa deficienza? Eppure da qualche anno si assiste a una rinascita del jazz e degli stili annessi come lo swing, il be bop, l’hard bop eccetera.

«Perché sono assenti la competenza e la forza politica. Soltanto Roma si salva, noi siamo penalizzati in quanto nessuno paga come dovrebbe, i debiti si accumulano a debiti pregressi, le iniziative fioriscono ma poi naufragano. Anche nel cinema e in teatro è così. La crisi pare infinita e, anziché placarsi, diventa sempre più galoppante».

L’arte funziona? E’ valida o c’è dilettantismo?

«Guardi, c’è un po’ di tutto: guitti e artisti seri, musicisti in gamba e suonatori della domenica. Ogni città è lo specchio di altre. Dal punto di vista della vivibilità, Catania gode di alcuni privilegi che la rendono attraente: si affaccia sul mare e vive gli usi e costumi della gente del Mediterraneo. Catania è la Perla di questo mare. Il mare è sinonimo di progresso, i popoli del mare sono più aperti, evoluti, vivaci. A questo mare mi sono ispirata per la realizzazione di un workshop di canto intitolato “The sing of white sea”, cioè il canto del mare bianco. Un canto di sirene che sa di sofferenze, paure, ma anche di libertà, quel bene prezioso che è la libertà».

Il mare (nel nostro caso lo Jonio che confluisce nel Mediterraneo) serve ad affratellare i popoli o no?

«Mare bianco, come ho detto, è il Mediterraneo, nell’antica lingua araba e turca era chiamato così ed era sinonimo di solidarietà. In questo ultimo decennio purtroppo ha diviso i popoli, testimone diretto e indiretto di dolorose piaghe come gli sbarchi clandestini, con migliaia di morti, e gli estremismi islamici».

Ora quindi non è più Mare bianco?

«La situazione politica internazionale è quella drammatica e tragica che conosciamo. Sentiamo tutti il bisogno di venti di pace. Le guerre dilaniano, dividono, accrescono l’odio. I giusti vogliono e chiedono la distensione».

Tu canti da quando?

“…Da quando sono nata, da piccolissima, mio padre era ancora in vita…».

E sei mamma da 41 anni. Tuo figlio è Samyr Guarrera, uno dei migliori sassofonisti in circolazione. Spesso vi esibite insieme. E’ emozionante cantare col figlio?

«E’ una bellissima sensazione, una suggestione profonda. Lui ascoltava musica già quando era nella mia pancia e io suonavo la chitarra. La prima canzone l’ho composta per Samyr. Con lui ho un rapporto molto intenso, intuitivo, magari stiamo giorni senza parlare però ci pensiamo incessantemente, fra noi c’è una straordinaria empatia».

Ricorderai il palco della musica al Giardino Bellini, dove nelle sere d’estate affiatate orchestre e spigliate bande intonavano arie classiche. Perché non si torna a quegli eventi così semplici quanto entusiasmanti?

«Magnifica idea, bel progetto, ma siamo sempre al tasto dolente: tutto dipende dalla volontà politica. Il sito del Palco conserva il suo antico fascino, che ci riporta a un tempo felice, quello della giovinezza!».

Abiti in pieno centro storico di Catania, area della movida e dunque della confusione notturna che si dirada all’alba. Non lasci la città, ma il tuo buen ritiro, l’oasi di pace e profumi agresti rimane Milo… C’è un rapporto di amore-odio con la città?

«A Catania non compongo più, c’è molto rumore, troppi clacson, caos, venditori ambulanti e urlanti, un caravanserraglio fastidiosamente rumoroso che mi spinge assai spesso a immergermi nel silenzio di Milo, dove ripararono anche Dalla e Battiato. Comunque l’amore per la mia Catania resta inalterato. E’ forte come l’amore fra due amanti».

Nelle metropoli europee ma anche americane si assiste al cosiddetto jazz di strada: gruppetti e solisti che si esibiscono, appoggiati a un muro, proponendo evergreen di swing e bop. Anche a Catania si vede qualcuno di questi chansonnier on the road…

«Per me è una realtà positiva, i musicisti di strada esistono dappertutto, sarebbe meglio se ce ne fossero ancora di più, la sonorizzazione delle arterie urbane darebbe un tocco di poesia a una città frastornata dal traffico».

Come vedi una mattinata a Catania non da artista ma da casalinga?

«Andare al mercato a piedi mi entusiasma, mi piace stare a tu per tu con la città, percepirne gli odori, scrutarne i colori e le vanniate da città levantina. Non vado mai in autobus, a piedi mi sento libera e nel mio habitat ideale, una città afflitta da tanti problemi ma straordinariamente viva e tenace».

Il caos ti piace o preferisci la Catania by night un po’ misteriosa e corrotta?

«Al mercato non ci sono auto, c’è una dimensione più umana, meno tossica, mi piace il contatto con la gente e la mescolanza un po’ zingara dei colori e dei suoni. E’ un folklore abbacinante dietro il quale si cela una tela commerciale fittissima, una capacità imprenditoriale che forse non ha eguali».

Perché il turismo non decolla come altrove?

«Perché siamo gestiti male, perché i tesori turistici non sono valorizzati. Abbiamo perle come il Liberty e il barocco ma chi sta al potere si gira dall’altra parte badando spesso ai propri interessi, in nome di un tornacontismo pernicioso».

E come vedi il settore della sanità?

«Spesso scontiamo un gap di strutture e organizzazione. noi del Sud, anziché lavorare in team, tendiamo a diventare unici, a isolarci. Come disse Montanelli, siamo 5 milioni di isole. E ci rifugiamo nei viaggi della speranza per non incappare nelle insidiose maglie della malasanità».

Di cosa ha bisogno la musica in una città come la nostra?

«Qui non esistono operatori culturali. La musica si fa nelle birrerie, nei pub, in effetti mancano gli organizzatori di eventi non commerciali. Non c’è una figura “tecnico-imprenditoriale” che proponga progetti di impegno sociale, storico e artistico. Peccato, perché Catania è una città dove c’è tanta voglia di fare e produrre».

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