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Oratori 2.0, palestre di vita

Viaggio nelle strutture di volontariato riservate ai giovani di famiglie svantaggiate, tra speranze e carenza di fondi

Oratori 2.0, palestre di vita

Don Domenico Luvarà, responsabile della pastorale giovanile di Sicilia, ha la risposta pronta e seraficamente spiega che «anche i salesiani si sono dovuti adattare alle dinamiche e alle dimensioni attuali, tanto da portare consolle e biliardini dentro gli oratori per essere ancora allettanti. La configurazione delle comunità dei salesiani è varia ed è determinata dal tipo di servizio reso nel quartiere in cui ciascuna opera. Fino a un decennio fa, tutti i centri salesiani erano posti nella condizione di offrire ai ragazzi un piano formativo. Oggi, invece, l’istruzione è una specialità della casa di Cibali in cui sono presenti tutti gli ordini di scuola, mentre al Sacro Cuore di Barriera resistono alcuni istituti professionali. I tagli dei fondi della regione Siciliana, inoltre, hanno azzerato l’offerta formativa alle Salette di San Cristoforo e ai San Filippo Neri di via Teatro Greco e di via Giuffrida, in cui l’unica espressione rimasta è quella dell’oratorio. È questo il filo conduttore di tutte le case salesiane».

Gli oratori, dunque, sono ancora espressione di aggregazione, ricreazione, evangelizzazione, catechesi e promozione sociale, così come li aveva concepiti il loro fondatore?

«Sì, soprattutto nei quartieri in cui c’è un vivo bisogno di assistenza e di supporto. Mi viene in mente l’oratorio di San Cristoforo che, trovandosi nel cuore di un centro storico, riesce ad essere di aiuto a tanti ragazzi che vivono grandi disagi sociali e le cui prospettive, spesso, sono limitate. Le comunità salesiane hanno sempre prestato molta attenzione a queste forme di povertà e ad oggi hanno esteso il loro servizio ai “nuovi poveri”: da chi ha perso il lavoro o la famiglia agli immigrati, guidandoli in un percorso di integrazione. Insomma, l’oratorio si è aperto ai bisogni di tutti e questo è uno dei punti di forza che ha avvicinato tanto i ragazzi quanto le loro famiglie».

Qual è la trasformazione più significativa che ha inciso nell’evoluzione degli oratori?

«L’essere passati da luoghi di aggregazione a centri dispensatori di servizi. Dai banchi alimentari all’assistenza medica fino al pagamento dei servizi d’utenza quando necessario: chi vive l’oratorio è consapevole di potere contare sull’aiuto di qualcuno, soprattutto perché c’è un forte senso di solidarietà tra i membri delle comunità. Mi viene in mente un progetto dei miei confratelli della scuola di Cibali che in questi ultimi anni hanno investito i loro ragazzi di una grande responsabilità: aiutare i coetanei degli oratori popolari delle Salette e di via Teatro Greco».

A volere pensare male, dietro il mutuo soccorso potrebbe celarsi una crisi di presenze.

«Il contesto in cui operano gli oratori è lontano da un’implosione, anzi. I ragazzi si mettono a disposizione in maniera genuina, gratuita, spontanea e disinteressata. Il Comune, inoltre, ci supporta tramite i suoi assistenti sociali. Insomma, il carisma dei salesiani coinvolge molti giovani che tramite la solidarietà sperimentano l’essere gruppo: il ragazzo è al centro della nostra opera che consiste in un’educazione che parte dal basso e che segue il processo evolutivo, così come ci ha insegnato don Bosco. Tant’è che gli oratori sentono l’esigenza di allargare le proprie offerte in relazione alle richieste e alle necessità dell’oggi».

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