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Mafia, azzerato il clan di Belpasso: il capo era il boss che faceva sparire i cadaveri

Il blitz Araba Fenice dei carabinieri: la cosca era affiliata ai Santapaola Ercolano ed era guidata da Carmelo Aldo Navarria tornato in libertà tre anni fa dopo 26 anni di carcere per sei omicidi

Mafia, azzerato il clan di Belpasso: il capo era il boss che faceva sparire i cadaveri

Sono oltre 100 i Carabinieri del Comando Provinciale di Catania ed unità specializzate, che, dalle prime ore del mattino, hanno eseguito un provvedimento cautelare emesso dal Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale di Catania su richiesta della Dda etnea, nei confronti di 15 persone, ritenute appartenenti al clan di Belpasso affiliato alla famiglia mafiosa catanese Santapaola – Ercolano. Tutte sono accusate a vario titolo di associazione mafiosa, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, rapina, sequestro di persona, danneggiamento seguito da incendio e riciclaggio, con l’aggravante del metodo mafioso.

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Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, hanno ricostruito l’organigramma del clan individuandone i capi ed i gregari. Gli investigatori hanno documentato l’ingente volume di affari illegali del clan, riscontrando un diffuso condizionamento illecito dell’economia locale, il sistema di gestione dell’attività di spaccio di cocaina e marijuana e le estorsioni agli imprenditori, nonché le rapine nei confronti di autotrasportatori.

Il boss del clan di Belpasso sarebbe secondo gli investigatori il pericoloso e spietato “boss” Carmelo Aldo Navarria, scarcerato nel 2014 dopo 26 anni di reclusione per sei omicidi e che negli anni ’80 era considerato lo “spazzino” e cioè colui che faceva sparire i cadaveri del clan “Malpassotu” braccio armato di Nitto Santapaola.

L’indagine, denominata “Araba Fenice”, iniziata dal Nucleo Investigativo di Catania nel 2015, veniva avviata mediante attività tecniche e controlli sul territorio (successivamente riscontrati dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia) allo scopo di monitorare le attività del sodalizio criminale e dei suoi associati dopo la scarcerazione di Navarria il quale, in data 23 giugno 2014, veniva rimesso in libertà avendo scontato la pena definitiva di ventisei anni e mezzo di reclusione per sei omicidi (pena dell’ergastolo poi ridotta a trent’anni e infine a ventisei anni e mezzo di reclusione).

Uscito dal carcere Navarria era tornato pienamente operativo al comando del “gruppo” mafioso alle dirette dipendenze di Francesco Santapaola, arrestato dai Carabinieri nell’aprile dell’anno scorso nell’ambito dell’indagine Kronos quale reggente del clan Santapaola - Ercolano.

Nonostante la lunga carcerazione, durante la quale aveva comunque percepito lo “stipendio” e aveva continuato a guidare il gruppo di Belpasso attraverso i propri generi, Gianluca Presti e Stefano Prezzaventio, il ritorno di Navarria nel “suo” territorio ha fatto sì che riaffermasse il proprio ruolo di referente locale del clan con l’aiuto della moglie Patrizia Paratore, anche lei finita in carcere per associazione mafiosa. La donna ha organizzato incontri, ha recapitato comunicazioni, ha favorito la latitanza del genero Stefano Prezzavento e, dopo l’arresto del marito, si è preoccupata delle sorti degli affiliati detenuti.

Il clan è anche responsabile di due rapine con sequestro di persona, commesse a Belpasso il 14 gennaio ed il 3 febbraio 2015 contro autotrasportatori del settore alimentare, ma anche di estorsioni nei confronti di imprenditori locali anche con danneggiamenti. Le indagini hanno fatto luce su una estorsione – per la quale dieci persone erano già state arrestate – ai danni della ditta “Lavica Marmi s.r.l” di Belpasso, i cui titolari erano stati costretti a corrispondere il pagamento di una somma di 600 euro al mese a titolo di “pizzo”. Il 22 marzo scorso inoltre è stata fatta piena luce sulla scomparsa dell’imprenditore agrumicolo di Paternò Fortunato Caponnetto (con ordine di cattura per Navarria e altre tre persone per omicidio e distruzione di cadavere avvenuti in Belpasso l’8 aprile 2015). Il movente del delitto sarebbe il rifiuto della vittima di sottostare alle pressanti richieste estorsive cui era sottoposto, rifiutandosi di assumere Navarria presso la propria azienda e licenziando la moglie di quest’ultimo, in precedenza assunta fittiziamente proprio su imposizione di Navarria e anche per alcuni dissidi sorti con alcuni appartenenti ad un altro clan per un debito contratto da un congiunto della vittima e per il quale Navarria avrebbe fatto da garante.

Quindici i provvedimenti cautelari eseguiti (9 in carcere e 6 obblighi di presentazione alla PG). Sei misure sono state notificate a persone già detenute.

In carcere sono finiti Gaetano Doria, 48 anni, Michele La Rosa 46 anni, Rosario La Rosa di 39 anni, Carmelo Aldo Navarria, 55 anni, Patrizia Paratore di 51 anni, Gianluca Presti di 36 anni, Mirko Presti di 30 anni, Antonino Prezzavento di 47 anni, Stefano Prezzavento di 32 anni.

Obbligo di presentazione per Carmelo Salvatore Assero di 60 anni, Simonetta Battaglia di 55 anni, Concetta Fichera di 52 anni, Claudio Grasso di 42 anni, Salvatore Leotta di 53 anni e Giuseppe Nicosia di 55 anni.

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