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L'Istituto Bellini di Catania era un bancomat e nessuno controllava

Al di là delle responsabilità penali emerge un quadro di sospetti e preoccupanti vuoti: disarmante la facilità con cui per quasi dieci anni si è rubato

L'Istituto Bellini di Catania era un bancomat e nessuno controllava

La cassa usata a proprio piacimento. Un gioco evidentemente troppo facile al quale avrebbero partecipato in molti. Assegni circolari, bonifici, carte prepagate, anche contante. Mente e artefice, secondo gli inquirenti, la responsabile dell’ufficio di Ragioneria. Agata Giuseppe Carrubba, 60 anni compiuti a febbraio, avrebbe cominciato ad approfittare l’1 ottobre del 2007, finendo il 29 febbraio del 2016. Nove anni in cui solo lei avrebbe portato via ben 5.041.502,49 centesimi. Un fiume di denaro distribuito negli anni, scrivono i magistrati, nel modo seguente. 53.001,03 dal primo ottobre 2007 al 3 dicembre dello stesso anno. Poi, nell’ordine 690.164,20 nel 2008; 727.783,76 nel 2009; 928.283,83 nel 2010; 960.917,37 nel 2011; 567.302,53 nel 2012; 434.325,18 nel 2013; 217.659,98 nel 2014; 394.796,56 nel 2015 e infine dall’1 gennaio al 29 febbraio del 2016 solo 69.258,05 centesimi.

Una ricostruzione meticolosa quella degli investigatori, che se confermata, confermerebbe la disinvoltura dell’approfittarsi e insieme l’assoluta mancanza di verifiche, controlli e supervisioni. Ma non è tutto, perché i soldi sottratti all’Ente (a parte la tabella con la distribuzione dei fondi dal 2007 al 2015 versati all’istituto da Comune e Provincia soprattutto - oggi Città Metropolitana - principali proprietari dell’Ente). Un fiume di denaro necessari all’istituto per vivere, in buona parte utilizzato per fini personali, per garantire benessere e amicizie, oltre che potere e insieme il rispetto del ruolo e del blasone.

Più di 5 milioni di euro addebitati alla Carrubba, ma ci sono anche tutti gli altri, condivisi, distribuiti, versati e poi in parte riottenuti. Nello stesso periodo altri due milioni e 700mila euro circa contestati insieme a Vita Marina Motta. Altri due milioni e mezzo con Lea Marino, 104mila con Paolo Di Costa e tanti altri ancora, per svariati centinaia di migliaia di euro distribuiti “a pioggia” anche sotto forma di premi, tra chi e con chi avrebbe avuto un ruolo nell’affare. Occorre specificare che alcune somme sarebbero state restituite, una scelta che avrebbe permesso di alleggerire la propria posizione, spiegando di non sapere, di non avere inteso e/o capito...

Per gli inquirenti però ci sarebbero pochi dubbi e il denaro circolato in uscita attraverso una serie innumerevole di società, molte delle quali senza avere in realtà veri rapporti con l’Istituto, proverebbe il livello dell’associazione e del giro organizzato tra chi aveva deciso, complice oltre che la propria immoralità anche la mancanza di controlli e regole certe, di saccheggiare e approfittare. Con buona pace dell’Ente, delle sue difficoltà quotidiane e di chi per anni ha anche lavorato nel rispetto delle regole.

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commenti 2
  • massiveattack77

    02 Giugno 2017 - 07:07

    E' rimasto ancora da rubare in Sicilia?

    Rispondi

  • antonino

    02 Giugno 2017 - 14:02

    Senza parole La gestione del denaro pubblico nelle mani di gentaglia senza scrupoli ed avidi di denaro. Solo la confisca dii tutti i loro beni, può lenire la rabbia della gente per bene. ente

    Rispondi

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