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«A sud della Sicilia c'è l'inferno, centinaia di migliaia pronti a partire»

Giorgia Linardi (Msf): «La gente è pronta a rischiare la vita pur di fuggire. Arrivano qui dopo sevizie e torture conservando una umanità che è ricchezza»

«A sud della Sicilia c'è l'inferno, centinaia di migliaia pronti a partire»

Ce lo racconta Giorgia Linardi, responsabile affari umanitari sull’Aquarius di Medici senza frontiere. E le parole di questa giovanissima esperta di diritto internazionale originaria di Caltagirone, sono pugnalate, sono ricostruzioni dettagliate di quell’inferno in cui si trovano nell’area della Libia qualcosa come 700.000 persone, forse un milione. Sono scosse alle nostre balbettanti coscienze, agli osservatori neutrali che giudicano guardando massacri, naufragi e dolore soltanto in differita televisiva. I racconti di Giorgia sono le testimonianze raccolte in questi mesi di interventi, di accoglienza, di supporto a popolazioni letteralmente scaraventate in mare da trafficanti internazionali senza scrupoli, da sistemi politici fragili o inesistenti sotto la linea del Mediterraneo, da un sistema di ordine e di sicurezza corrotto e compromesso, spesso, con le stesse organizzazioni criminali.

«Laggiù in Libia è un inferno, proprio un inferno. Quel che ci raccontano donne e uomini che riusciamo a trarre in salvo, è impressionante, spesso quasi incredibile. Ma, purtroppo, sono storie vere, perché i racconti sono tutti uguali, si somigliano, aggiungono, semmai, altri particolari, altra ferocia, altra violenza».

Quel che vediamo noi, dunque, non è che la parte finale di un dramma umanitario in corso. Donne, uomini, bambini, neonati che annegano in mare aperto e i cadaveri che galleggiano. Oppure i salvataggi. Una nave come l’Aquarius, che potrebbe portare non più di 600 persone, ne imbarca sino a 1.400, perché non si possono mica lasciare in acqua quei disperati. E l’arrivo, la triste passerella, le bare e la gente sfinita, i centri di accoglienza che non hanno spazi, i minori che si disperdono e chissà che fine fanno. Ma tutto comincia là.

«Là, in Libia - dice Giorgia - ci sono centinaia di migliaia di immigrati che arrivano perché attratti ancora dall’idea che in quel Paese ci siano opportunità di lavoro e di riscatto. Nella maggior parte dei casi non sanno che cosa è accaduto in Libia, quale sia oggi la situazione di quel Paese. E, così, finiscono dritti dritti nelle braccia dei trafficanti. Perché è lì che comincia per la maggior parte di loro una autentica odissea. Li rapinano, li derubano, li minacciano, li picchiano, li torturano. Li obbligano a chiedere soldi alle alle famiglie per pagare i riscatti per riottenere la libertà, ma è solo una strategia del terrore. Un terrore che non finisce mai. E quando qualcuno prova a ribellarsi la reazione dei criminali è, se possibile, ancora più violenta. Per questo quando possono scappano via e rischiano anche la morte in mare pur di sfuggire a quelle violenze».

C’è la storia di un ragazzo di ventisei anni, Jude. Quando è riuscito a salire sulla nave di Medici senza frontiere era in condizioni pietose. «E’ salito con molta fatica, perché lo avevano torturato, bastonato. Era con un gruppo di ragazzi finiti nella mani di una banda. Hanno provato a fuggire, ma alcuni sono stati catturati. Jude era lì, ed è stato punito brutalmente per dare un esempio anche agli altri. Botte che gli hanno provocato ferite terribili ai piedi, alle caviglie, ai polsi. Aveva cicatrici spesse un dito e, soprattutto, la paura stampata sul viso. Anche perché ci ha confermato anche lui la stessa cosa che ci avevano raccontato altri immigrati e cioè che i carcerieri, i loro aguzzini, nella maggior parte dei casi sono drogati o ubriachi che nessuno controlla, che fanno ai prigionieri quel che vogliono, spesso soltanto per il gusto di umiliarli, di esercitare il loro folle potere».

E poi c’è il capitolo del destino che tocca alle donne, terribile, storie di sfruttamento, violenza, inganni, stupri, prevaricazioni che nascono già nei villaggi, dove a tradire la loro fiducia sono persone che magari conoscono sin da quando sono nate.

«Una ragazzina - dice ancora Giorgia Linardi - ci ha raccontato di essere stata ingannata con la promessa che l’avrebbero portata in una città dove avrebbe potuto lavorare e guadagnarsi onestamente da vivere. Era la promessa fatta da una persona che conosceva e lei, pur sapendo quale sia nella maggior parte dei casi il destino delle ragazze, aveva accettato, sperando nella buona sorte. Purtroppo, invece, ha seguito lo stesso percorso di tantissime altre ragazze. Torturata, violentata, seviziata e, soprattutto, imbarcata verso una destinazione a lei sconosciuta. Quando si è ritrovata in mezzo al mare, che non aveva mai visto prima, è stata presa da crisi di panico, ha avuto paura, ma a quel punto non poteva più fare nulla. Ha dovuto subire. Quando l’abbiamo soccorsa, le abbiamo spiegato attraverso quali canali cercare di costruirsi qui un’esistenza tranquilla, ma queste ragazze sono vittime di ricatti, hanno paura per i riti voodoo cui sono sottoposte prima di lasciare i loro villaggi, sono costrette a fare le prostitute per restituire i soldi ai trafficanti. Ma l’aspetto sconvolgente che emerge dalle storie di queste ragazze è anche un altro: spesso si lasciano convincere a lasciare i loro paesi e venire qui perché pensano che fare le prostitute in Europa sia più sopportabile rispetto alla vita che conducono. Scoprono solo quando finiscono scaraventate nelle strade che il destino che devono affrontare è umiliante e devastante, per un donna, per un essere umano».

Guardi oggi il mare straordinariamente tranquillo qui nel porto di Catania. Nella nave di Sos Mediterranee e Medici senza frontiere regnano pace e silenzio, spezzate solo dalle parole di Giorgia e da quelle di Carolina Montenegro, anche lei di Msf, responsabile per la comunicazione del progetto soccorso e salvataggio dell’Ong. Ma torna quel pensiero, forte, quell’immagine, quei momenti in cui sotto la nave spuntano le imbarcazioni cariche di esseri umani che stanno annegando, stremati, provati. Che cosa succede a quel punto, che cosa passa per la testa di Giorgia, oggi, riflettendoci nella quiete di questo giorno di pausa? Che cosa si deve fare?

«Io dico che non si può voltare la testa dall’altra parte. Ma dico di più: penso che anche le persone che guardano in tv gli sbarchi, che hanno paura per questa situazione e dicono e urlano che si deve fermare la macchina dei salvataggi e dell’accoglienza, se si trovassero qui in mare con noi, se guardassero in acqua e vedessero quelle persone che annaspano tra le onde, che sono sul punto di essere risucchiate in fondo al mare, io sono convinta che anche le persone più ciniche non potrebbero non tendere un braccio per salvare quelle vite. Questo è quello che facciamo noi, che abbiamo questa missione, questo compito».

Ma la gente ha paura. Ma il sistema dell’accoglienza scricchiola. Ma ci sono state polemiche sul ruolo delle Ong. Lasciamo stare i dibattiti in corso, le posizioni differenti, i confronti e inchieste giudiziarie. Ogni cosa ha il suo corso. Noi lasciamo stare per non ridare fiato a strumentalizzazioni politiche odiose, distorsive e insopportabili per tutti. Torniamo alla questione umanitaria. Chiediamo a Giorgia di svestire per un attimo quella pettorina bianca con il marchio di Medici senza frontiere. C’è da avere paura?

«Certo, c’è da avere paura. Ma la paura che dobbiamo avere non è per l’arrivo degli immigrati, anche perché parliamo sempre di numeri che sono assolutamente sopportabili per un Continente come l’Europa, soprattutto se consideriamo, per esempio, i flussi che si sono spostati in Uganda o nel Libano. La paura, invece, è quella di non riuscire a fare processi reali di integrazione, a far esplodere nelle prossime generazioni che vivranno nelle nostre città, una rabbia legata ai disagi che incontrano oggi, alle difficoltà di inserirsi nel nostro tessuto sociale. E’ a questo che dobbiamo pensare e su questo impegnarci. Ripenso a Jude, alla serenità con cui ha reagito a quelle violenze, a come si è presentato a noi conservando intatta la sua umanità. E’ questa la risorsa, l’arricchimento, la condivisione che dobbiamo vivere».

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