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Catania, blitz antimafia: 54 arresti. Il clan
guadagnava 40 mila euro alla settimana

L'operazione Docks dei carabinieri, sgomitata organizzazione che imponeva il pizzo e che trafficava con la droga

Catania, blitz antimafia: 54 arresti. Il clan guadagnava 40 mila euro alla settimana

CATANIA - Cinquantaquattro persone sono finite in manette nell’ambito di una operazione, denominata doks, condotta dai carabinieri del Comando Provinciale di Catania che hanno eseguito un’ordinanza cautelare emessa dal gip del tribunale etneo su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia catanese. In 40 sono finite in carcere, altre 14 invece sono state poste ai domiciliari. Tutte sono accusate a vario titolo di associazione mafiosa, armi, traffico di stupefacenti, estorsione e rapina, e sono anche ritenute appartenenti alla famiglia Santapaola ed in particolare, al “Gruppo di San Giovanni Galermo” e cioè il clan ritenuto tra i più affidabili e tenuta maggiormente in considerazione da “Nitto” Santapaola. L’indagine ha anche permesso di sequestrare un notevole quantitativo di droga e le dinamiche interne al clan per il controllo e la gestione delle attività di spaccio della droga, con introiti che si aggiravano intorno alle 40 mila euro a settimana ma anche le numerose estorsioni commesse in danno di imprenditori e commercianti.

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Il provvedimento è stato eseguito da oltre duecento Carabinieri del Comando Provinciale di Catania, supportati dai reparti specializzati (Compagnia di Intervento Operativo del XII Battaglione “Sicilia”, Nuclei Cinofili ed Elicotteri), su tutto il territorio nazionale, ed ha riguardato – spiegano gli investigatori - figure apicali e semplici affiliati del clan “Santapaola-Ercolano” attivo nel capoluogo e con ramificazioni in tutta la provincia di Catania. L’indagine, condotta dal Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Gravina di Catania dal 2014 al 2016 ha permesso di riscontrare anche le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia.

Sono così state ricostruite le dinamiche del clan che era anche piuttosto violento. Come il 15 maggio del 2013, quando per cause legate a contrasti interni al per acquisire la leadership in seno al “gruppo” mafioso di San Giovanni Galermo, Vincenzo Mirenda e suo fratello Arturo insieme ad un altro esponente del clan si era messi alla caccia di Vittorio Benito Fiorenza allo scopo di ucciderlo. Non trovandolo si recarono nella sua casa minacciando con una pistola i suoi familiari. Da qui partirono le indagini e le intercettazioni sui fratelli Arturo e Vincenzo Mirenda che ha fatto luce sul gruppo criminale e sul gruppo di spacciatori che, capeggiati da Alessandro Palermo, si occupavano dell’acquisto di cospicue quantità di stupefacente da destinare sulle piazze dei comuni dell’hinterland nord della provincia per il tramite di pusher locali.

Le intercettazioni hanno consentito di individuare l’alternanza delle figure apicali a seguito degli arresti fino all’ultimo leader, Francesco Lucio Motta, che dopo l’arresto di Vincenzo Guzzetta, detto “Enzo il biondo”, si era posto prima agli ordini di Salvatore Fiore, “Turi ciuri” e, dopo l’arresto di questo, alle dipendenze di Salvatore Gutrreri, “il puffo”, ed infine sotto Vincenzo Mirenda, “Enzo patata”.

Salvatore Fiore è considerato una figura di spicco in seno al clan mafioso di riferimento, anche dopo il suo arresto avvenuto ad aprile del 2013 (operazione Fiori Bianchi 2). E’ emerso anche come ci siano stati contrasti tra i fratelli Mirenda su chi dovesse assumere la leadership del gruppo mafioso, con Arturo che ha tentato di scalzare il fratello Vincenzo cercando l’appoggio di Salvatore Fiore (con la moglie di quest’ultimo che fungeva da messaggera durante i colloqui in carcere). L’indagine ha consentito, secondo la Procura, di accertare la responsabilità delle persone arrestate anche in relazione all’appartenenza al “gruppo” della famiglia di Cosa Nostra catanese operante nel quartiere popolare di San Giovanni Galermo, inizialmente capeggiata da Salvatore Gurrieri, che, dai domiciliari, dirigeva dirigeva le attività illecite grazie ai fratelli Mirenda, Vincenzo, Arturo ma anche Angelo. L’inchiesta ha anche ricostruito le posizioni degli affiliati nell’ambito del clan e gli affari nei settori delle estorsioni e rapine ai danni di imprenditori e commercianti, e del traffico di sostanze stupefacenti.

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