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Valentina, sette anni di buio e depistaggi. «Ora fuori la verità»

Il 24 luglio 2010, la giovane di Biancavilla, veniva trovata impiccata ad una trave in una villetta appena fuori il paese. Un caso archiviato come suicidio, poi riaperto. L'amante adranita è sotto processo

Valentina, sette anni di buio e depistaggi. «Ora fuori la verità»

Un delitto “vestito” da suicidio. Uno degli innumerevoli casi di femminicidio, il cui autore ha tentato di seppellire non soltanto la vittima bensì la verità. Accusato di omicidio in concorso con un altro soggetto non ancora identificato, l’adranita Nicola Mancuso (detenuto oggi per altri capi d’accusa) con cui la ragazza avrebbe stretto negli ultimi mesi di vita una relazione sentimentale. La violenta morte di Valentina Salamone era stata archiviata come suicidio. L’avvio del processo lo scorso 18 ottobre grazie alla Procura Generale di Catania che ha poi avocato a sé l’inchiesta. Furono i carabinieri del Ris di Messina a rinvenire, sulle scarpe della diciannovenne calzate la sera in cui fu uccisa, tracce di sangue miste di Nicola Mancuso e della vittima.

«Giorni, anni d’inferno! L’hanno picchiata e uccisa, le hanno tolto infine la dignità poiché l’hanno dipinta priva di valori e senza gioia di vivere. Io e la mia famiglia - prosegue nel ricordo Nino Salamone, papà di Valentina - non abbiamo creduto, in nessun momento, che Valentina si fosse tolta la vita. Anzi! E tuttora lottiamo per conoscere la verità. Vogliamo, pretendiamo, che siano assicurati alla giustizia i colpevoli di questo atroce delitto. Solamente così mia figlia potrà riposare in pace. Oggi sarebbe stata una bellissima ventiseienne... Invece è sottoterra... Se avesse scelto di proseguire gli studi, chissà magari sarebbe già laureata in sociologia; sposata e addirittura sarebbe mamma. Nulla di tutto ciò. Oggi, piuttosto, nel settimo anno dall’anniversario della sua morte, mi reco al cimitero per pregare sulla sua tomba. Un padre e una madre - conclude Salamone - non possono seppellire i figli...».

Quello di Nino, papà di Valentina, è un sentimento provato da tutta la famiglia Salamone; famiglia unita anche nel Palazzo di Giustizia di Catania, dove si sta celebrando il processo nei confronti del pregiudicato Nicola Mancuso. L’uomo, sposato e padre di tre figli, amante di Valentina, si proclama da sempre innocente e parla ancora di suicidio nonostante abbia dichiarato agli inquirenti di «essersi allontanato dalla villetta la notte del 24 luglio 2010» quando è stata ritrovata priva di vita la giovane.

Nicola Mancuso era insieme con altre persone, che avrebbero “giocato” un ruolo non di poco conto quella la sera di mezza estate di sette anni fa. L’udienza-clou si è svolta lo scorso 20 luglio, quando - con l’imputato presente in aula, difeso dai legali Salvo Burzillà e Rosario Pennisi - è stato sentito, dal giudice Maria Concetta Spanto della Corte d’Assise, l’allora comandante del nucleo operativo dei carabinieri della Compagnia di Paternò, oggi capitano, Marco Beraldo, il quale ha sempre ipotizzato l’omicidio; fu poi trasferito altrove e non riuscì approfondire le indagini.

L’ufficiale dell’Arma ha sottolineato che l’avvio delle indagini siano datate 29 luglio 2010 (cioè soltanto cinque giorni dopo la morte di Valentina Salamone) in quanto il comandante della stazione di Adrano, Angelo Fisichella, all’epoca dei fatti, abbia «immediatamente» chiuso il caso come suicidio. È stata la caparbietà dei familiari della ragazza a smascherare i colpevoli di una morte a loro dire «strana».

L’intuito e la bravura dell’allora tenente dei carabinieri, poi, sino al 3 agosto di quell’anno, si dimostrarono un binomio vincente per far luce su alcuni elementi “anomali” riscontrati sulla scena del crimine. Fu lui a sequestrare innanzitutto il corpo privo di vita di Valentina; quel corpo che presentava segni di colluttazione e, soprattutto, una ferita al piede con una abbondante perdita di sangue. Fu sempre il capitano Marco Beraldo a sequestrare la villetta in cui fu ritrovata impiccata la ragazza, anche se il giorno dopo l’omicidio fu “ripulita” ed ordinata dal gruppetto di amici che la frequentava con Valentina.

Nel casolare alla periferia di Adrano, con un giardinetto esterno pieno di amache e con una piscina gonfiabile (materiale sparito), il 24 luglio 2010 si erano dati appuntamento amici e amiche per dare una festa e che con ogni probabilità avrebbe avuto al centro della serata un mix di droga ed alcol. Qualcosa deve esser andato storto. Valentina deve esser stata la nota stonata di una melodia che già quella notte ed in quella comitiva non emetteva più un dolcissimo suono. Anzi. La prossima udienza è prevista il 21 settembre, quando a rispondere in aula sarà proprio il maresciallo dei carabinieri della stazione di Adrano, oggi in pensione, Angelo Fisichella. «Chiederemo – dichiara il legale dei Salamone, Dario Pastore – come mai ha liquidato il caso come suicidio, senza attuare il protocollo previsto. Quel giorno, infatti, a costatare la morte, peraltro per suicidio, fu un medico di guardia e non un medico legale. Queste e tante altre domande – conclude il penalista – in un processo che finalmente vede la luce per arrivare alla verità». Intanto, proprio oggi i familiari di Valentina la ricorderanno nel settimo anniversario dalla morte.

«Oggi, a distanza di sette lunghi anni avremmo dovuto avere una sentenza per omicidio ed invece ci ritroviamo in aula a muovere i primi passi del processo». Mossa dalla rabbia parla una delle sorelle di Valentina Salamone: Claudia. È lei, battagliera più che mai, che chiede giustizia. «La sera dell’omicidio in quella maledetta villetta c’erano tante persone e pretendo che ciascuno si assuma la propria responsabilità. Devono chiedere scusa! Tutti, amici o pseudo tali di mia sorella, magistrati, carabinieri, medici, chiunque abbia “violato” la dignità di una ragazza di soli diciannove anni. Giustizia, verità – conclude Claudia Salamone - ma esigo anche le scuse alla mia famiglia e nel nome di Valentina affinché non sia stata uccisa due volte!».

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