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Così i clan si "dividono" Catania: tra droga, "pizzo" e alleanze con le 'ndrine

Ecco la mappa della Direzione investigativa antimafia su chi comanda (e dove) nel territorio etneo

Così i clan si "dividono" Catania: tra droga, "pizzo" e alleanze con le 'ndrine

E’ questa la mappa della mafia in città a Catania disegnata dalla Dia nella relazione relativa al secondo semestre del 2016.

Una mafia quella catanese che proietta la sua egemonia sulla parte orientale dell’Isola e che è tuttora caratterizzata dalla presenza delle famiglie legate a cosa nostra tradizionale come i Santapaola, i Mazzei e i La Rocca e dai clan Cappello Bonaccorsi e Laudani «le cui dinamiche criminali di alleanze e conflittualità» sono «sostanzialmente inalterate».

E’ ormai la droga il vero business delle organizzazioni criminali catanesi che, nonostante i duri colpi inflitti dalle indagini e dalla forze dell’ordine, tendono a perseguire «una strategia di basso profilo» che consente comunque di affermare «la propria supremazia sul territorio».

 

E, come emerso in diverse operazioni (ad esempio la Carthago dei carabinieri che ha colpito gli affiliati alla famiglia Santapaola Ercolano), è stato rilevato come si siano nel tempo «rinsaldati i rapporti esistenti tra le famiglie catanesi e le ‘ndrine calabresi», specie per quanto attiene all’approvvigionamento di cocaina. Per la marijuana invece il canale privilegiato è con i clan campani e pugliesi.

Rapporti con le ‘ndrine talmente stretti che anche la mafia calabrese sembra avere investito nel Catanese con l’evidente via libera dei clan etnei: lo scorso mese di ottobre ad esempio sono stati sequestrati beni nella disponibilità di esponenti della ndrangheta reggina (gli Aquino Coluccio e i Bellocco Piromalli). Rapporti internazionali che sono stati rilevati anche su altri settori, quali il contrabbando di carburanti riscontrato ad esempio nell’operazione “Matrioska”, della Guardia di Finanza a novembre, che ha coinvolto anche un esponente del clan Laudani.

Le estorsioni più che una fonte di guadagno – è storicamente il “bancomat” delle cosche che ci pagano anche il sostentamento delle famiglie dei detenuti – è uno strumento di controllo del territorio e si manifesta sia su vasta scala che nei confronti di piccoli operatori economici. Ma – spiegano gli investigatori della Dia – si tratta di un fenomeno criminale “silente”, dove le denunce sono l’eccezione e non la regola («C’è la tendenza non infrequente a coprire dette attività con condotte di favoreggiamento»).

Ma che sia un fenomeno diffuso e a tappeto lo dimostrano le diverse operazioni delle forze dell’ordine che hanno colpito indistintamente membri del clan Mazzei, detti “Carcagnusi”, della famiglia Santapaola Ercolano e della sua articolazione Toscano Tomasello Mazzaglia. Strettamente collegato alle estorsioni vi è il fenomeno dell’usura che viene spesso utilizzata per ottenere la «subdola acquisizione delle attività produttive in genere», attraverso meccanismi “trasversali” di finanziamento.

La Dia rileva anche la crescita della incidenza della criminalità extracomunitaria «fermo restando il controllo del territorio da parte delle consorterie mafiose». Soprattutto si tratta di nordafricani o di soggetti dell’est europeo, coinvolti in genere nel traffico di droga e nello sfruttamento della prostituzione.

Quest’ultimo è anzi di totale appannaggio delle organizzazioni criminali rumene, albanesi e nigeriane, e queste ultime appaiono «particolarmente efferate nei confronti delle giovani connazionali ridotte in condizioni di schiavitù».

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