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«Vado a "Top Chef" per parlare della mia Sicilia»

Bonetta dell'Oglio e la sua cucina culturale per far emergere la qualità "unica" dell'Isola

«Vado a "Top Chef" per parlare della mia Sicilia»

Da donna del Sud che coglie ogni occasione per far conoscere la bellezza della biodiversità siciliana il suo approccio al talent non poteva che essere “divulgativo”. Ma con un piglio da vera combattente, la sua cifra. Ai fornelli come nella vita.

Se Bonetta dell’Oglio diventerà un personaggio televisivo è ancora presto per dirlo, di sicuro sarà lei ad “utilizzare” la tv per parlare dei suoi argomenti preferiti: i valori della campagna, l’adesione alla terra, al mare e al rispetto dei ritmi della natura.

La chef palermitana “itinerante” dal 7 settembre sarà una delle cinque donne in gara a «Top Chef Italia» il talent show culinario nato negli Stati Uniti ed esportato in 18 paesi, in onda su «Nove». Dieci puntate nel corso delle quali 16 cuochi professionisti si sfideranno per il titolo di top chef italiano e per 50mila euro in gettoni d’oro. A giudicarli una giuria d’eccezione composta da Annie Féolde (Enoteca Pinchiorri, tre stelle Michelin) Giuliano Baldessari (Aqua Crua, una stella Michelin) e Mauro Colagreco (Mirazur, due stelle Michelin).

Perché il talent?

«Mi hanno chiamato loro, cercavano una donna del Sud ed ero stata segnalata. Ho risposto che avrei voluto capire di che si trattava, non guardo la televisione da vent’anni, con tre figli... Del programma ne avevo sentito parlare da Moreno Cedroni (lo chef di Senigallia due stelle Michelin ndr), avevo visto qualcosa anche su facebook, così sono andata a guardare e mi sono detta “perché no?”. Competere con i ragazzi di 20 anni, che peraltro ho conosciuto alle selezioni, non me ne importa niente, quello che posso fare, come atteggiamento, l’unica opportunità che ho, è parlare della Sicilia, di grani antichi, di animali felici, di allevamento etico, di tutte quelle cose che ogni volta lasciano sbigottiti, ogni volta i miei colleghi professionisti ogni volta che ne parlo».

Perché?

«Perché, diciamoci la verità, la conoscenza della materia prima, purtroppo, nelle cucine è un’utopia, non è che avere un orto significa conoscere le materie prime».

Eppure oggi tutti si riempiono la bocca con la biodiversità...

«Per carità, ormai una parola abusatissima».

Però in Italia, importiamo ogni anno 42 miliardi di prodotti alimentari e si perde ogni giorno una superficie coltivabile pari a 40 campi di calcio...

«Attenzione, non è che non c’è più dove coltivare, questo è quello che vogliono farci credere. Stiamo attenti prima di metterci dei marchi addosso. Dobbiamo conoscere le cose e non dobbiamo farci strumenti delle persone più potenti di noi. Voglio ricordare che quest’anno l’Ue ha messo a punto un progetto per dare 1.000 euro ad ettaro ai cerealicoltori per stare sette anni fermi, sette anni! Non perdiamo biodiversità in Sicilia nel momento in cui - con 52 grani antichi autoctoni che sono qui da millenni - io, da cerealicoltore semi disperato, non li coltivo per sette anni? Che senso ha?».

Cosa si dovrebbe fare?

«In Italia ci vuole un impegno politico serio. Bisogna sedersi attorno ad un tavolo e la Sicilia in questo campo sarebbe la capofila perché è la regione più “biodiversa” d’Europa. O ci riconosciamo queste cose, o gli ospedali si mettono in testa di fare delle ricerche vere sui benefici di un’alimentazione con i grani antichi, oppure non abbiamo dove andare. Non ci si può permettere di far fare degli articoli a Dario Bressanini (un chimico, uno dei divulgatori scientifici più seguiti sul web ndr) per denigrare il grano antico. Facciamo una ricerca universitaria con i malati e vediamo quali miglioramenti per la salute comporta un’alimentazione a base di cereali che hanno un dna di 10mila anni. Questi sono argomenti molto delicati, ci vogliono delle competente per affermare determinate cose. Purtroppo oggi la gente va di fretta, non ha tempo. Tutti compriamo per riempirci le pance ma non per nutrirci veramente. Prima spendevamo il 70% dei nostri capitali mensili, oggi non più del 10-15 per cento e andiamo negli hard discount dove arriva di tutto».

Come definirebbe la sua cucina?

«Culturale. Il mio approccio alla cucina è questo, non me ne frega niente delle stelle, io le “stelle” le faccio a casa, per i miei figli e per la mia famiglia, dopodiché sono pronta a confrontarmi e a sedermi ad un tavolo per parlare di questi argomenti. Quanti ambasciatori del gusto hanno “nominato”? S’è mai sentito di qualche progetto fatto da tutti questi mega ambasciatori invitati con tutti gli onori anche al Quirinale? E sono tutti due-tre stelle, perché in Italia minimo ne devi avere due, sennò sei un coglione».

Cuoca itinerante tra Londra, Oslo, New York, Montecarlo, San Paolo, il messaggio sulla biodiversità “passa” più facilmente all’estero?

«Assolutamente. Noi abbiamo finito per credere che siamo degli imbecilli e, ormai, i siciliani sono convinti di non saper fare niente, il risultato è che stiamo regalando tutto agli altri. Proprio oggi che comincia ad esserci un interesse internazionale nei confronti della Sicilia. Ho sentito gli svizzeri e i cinesi che cercano grandi aziende in Sicilia perché hanno compreso, loro sì, quanto sia unica la qualità intrinseca che la Sicilia può esprimere. Ma ci pensiamo? Un triangolo al centro del Mediterraneo “soffiata” da determinati venti, bagnata da determinate acque, con una determinata umidità con montagne che vanno dai 3.350 metri di un vulcano per arrivare alle coste passando dai Nebrodi alle Mmadonie ai Monti Sicani, con le più antiche tradizioni agricole. Ci dobbiamo rendere conto che tutto questo esiste e fa parte di noi, e iniziamo a rispettare la terra evitando di fare degli immondezzai, perché la Sicilia è ormai un immondezzaio. Ormai è un problema che investe la dignità dell’uomo e la dignità della Sicilia».

Se vincesse Top Chef Italia?

«Non me ne frega niente di vincere il titolo, 50mila euro fanno comodo a tutti intendiamoci, ma credetemi io campo lo stesso, e non è per fare la snob distaccata, non mi frega niente dei soldi, tanto lo Stato ci massacra e ci massacrerà».

Come per il suo ristorante?

«Il mio ristorante è stato un salasso, pazienza è così che funziona. Al momento l’ho venduto e sto lavorando ad un progetto molto bello parte dall’agricoltura per poi arrivare in cucina e parlare di emozioni».

Il piatto del cuore?

«Ovviamente grano, anche se quest’anno ho lavorato tantissimo sulla carne con un bravissimo allevatore, Giuseppe Grasso. Sono stata vegetariana tanti anni mi sono posta anche il problema della dignità degli animali e ho trovato in lui una persona molto “avanti”, la stessa cosa ho trovato in Filippo Drago e il mondo del grano. Il piatto che sicuramente mi rappresenta di è più in questo momento è la “cupola araba” un piatto di grano spezzato dedicato a Palermo. Tengo molto alla mia “palermitanità” ma mi sento anche molto isolana, l’Isola la amo, la giro e la cucino tutta».

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commenti 1
  • robychi

    05 Settembre 2017 - 11:11

    Che titoli ha per dire che Bressanini non parlare dei grani antichi? Questa signora ha fatto degli studi precisi e documentati?

    Rispondi

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