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La catanese Manuela Ventura in tv è Tina Chinnici

L'attrice, rimasta molto legata alla sua città, interpreta il delicato ruolo della consorte del giudice ucciso dalla mafia, nel cui ruolo c'è Sergio Castellitto. Il film andrà in onda su Rai1

La catanese Manuela Ventura in tv è Tina Chinnici

Manuela Ventura e Sergio Castellitto

«Il rapporto con la storia è reale, non frutto di fantasia – dice Manuela - non ho conosciuto Tina se non attraverso la figlia e le pagine del libro, ma anche per Cettina Centamore ancora viva e che ho anche conosciuto, mi confronto con la storia reale». Cettina fu collaboratrice di redazione di Giuseppe Fava. Nel film di Daniele Vicari girato a Catania, in onda in primavera, la Ventura interpreta quel ruolo.

Come ti sei confrontata con Tina? Quale idea di sei fatta di questa donna?

«Tina come Cettina sono personaggi densi di emozione e di significato. La prima è morta negli anni ‘90. Letta la sceneggiatura, l’ho intrecciata alle pagine del libro, poi ho parlato con Caterina e con suo fratello Giovanni. Era una donna di grande determinazione e intelligenza. Decise di lavorare nonostante fosse già moglie e madre di 3 figli. Si trasferì perciò in Calabria per due anni. Emancipata ma attaccata al valore famiglia, nutriva grandissimo amore per il marito, suo sostegno e guida. Stavano sempre assieme e cercava lei di coinvolgere Rocco in momenti di svago. L’attenzione per i figli l’hanno condivisa fino alla fine. Avevano un progetto di vita. E’ come se il sacrificio di Rocco fosse l’esito di una scelta comune. Tina aveva chiesto al marito di scegliere una procura più sicura ma alla fine la scelta di restare a Palermo l’hanno fatta assieme. Caterina nel libro racconta il “dopo” di sua madre. Tina ha cercato di restituire alla famiglia la serenità tornando a San Ciro in campagna, casa delle vacanze, dove Rocco coltivava il suo roseto. La casa di San Ciro è così simbolo della felicità, del sole, delle rose».

Vi siete posti il problema della somiglianza fisica?

«Castellitto e Chinnici si somigliano un po’, la somiglianza tra me e Tina è più relativa. Era più alta di me, portava altre acconciature, gli occhi erano diversi dai miei. La mia è una rappresentazione di quel modo di essere madre, moglie, donna».

E con Cettina Centamore com’è andata?

«Era spalla di Pippo Fava, del gruppo dei carusi era la più grande. Le due storie hanno in comune il fatto che attraversano gli anni Ottanta, periodo buio della Sicilia e del nostro Paese. Ho dovuto prendermi una responsabilità, conoscere meglio per meglio raccontare, sentire quanta energia e vitalità c’era in quel periodo. Di Chinnici, Fava e tanti altri non pensare alla fine ma al prima. Non farne dei santini ma prenderne lo slancio. Chinnici diceva: “Se non ho il supporto delle coscienze dei giovani e di tutti i cittadini non riesco a fare un buon lavoro. Per questo andava nelle scuole. Lo stesso Fava”».

Impegnata nel doppiaggio di Questo nostro amore 80 (nuova serie sempre per Rai1 sulla saga della famiglie Costa  e  Strano  a  Torino) e nella promozione del corto di Michele Leonardi Uscire fuori interpretato con Peppino Mazzotta, Manuela Ventura molto legata alla città etnea dove vive con la famiglia (ha due gemelli, maschio e femmina), ha in programma a Catania dei reading per la Giornata della memoria e per l’associazione “Leggo presente indicativo”.

Dopo “Anime nere” di Francesco Munzi, film che ti ha dato visiblità internazionale, ora tanta televisione.

«Dipende dal momento. A volte troppe proposte e si è costretti a rinunciare. Poi si fa teatro, lettura, formazione. Mi piace entrare in relazione con la mia città a teatro , nei luoghi in cui si discute».

I tuoi figli hanno 9 anni. Come vedono il tuo lavoro?

«Sono felice dei progetti su Fava e Chinnici, è occasione per parlarne con i bambini che hanno già delle coordinate. Per loro Falcone, Borsellino, Impastato, Chinnici non sono degli sconosciuti. Per fortuna le maestre oggi parlano a scuola di queste storie aiutando gli alunni a distinguere tra cosa è giusto e cosa no, a capire cos’è sacrificio e cos’è utopia».

Cosa dovremmo chiedere secondo te a questo Paese e a chi l’amministra?

«Probabilmente siamo in una fase di saturazione di questa relazione tra cittadini e la politica. Le cose possiamo in fondo dircele tra noi nei teatri, nelle scuole, al cinema, nelle piazze, forti dei nostri diritti. La Sicilia vede partire ogni anno tantissimi giovani: a volte per scelta, a volte per costrizione. Il territorio così si depaupera. Pwnaiamo alle ricchezze della nostra bella Catania: barocco, mare, Etna. Bisogna investire sui giovani ma anche sulla dignità delle persone mature: chi perde il lavoro a 40, 50 anni non sa come ricominciare».

Tecnicamente formata a Catania con Nuccio Caudullo e poi all’Accademia Silvio D’Amico di Roma, come ti orienti nelle scelte?

«Il lavoro è in continua osmosi con il mio essere donna. C’è un investimento emotivo importante, sentimento, etica, ironia, gioia. Cambiare lavoro? Potrei pensarci ma quel modo di entrare in relazione con l’uomo mi mancherebbe».

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