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A18, ecco tutti i misteri della frana

A18, ecco tutti i misteri della frana tra abusivismo e vasche d’irrigazione

A18, ecco tutti i misteri della frana tra abusivismo e vasche d’irrigazione

LETOJANNI - Il mostro di detriti e terra rinsecchita è lì, in bella vista. Più ci si avvicina e più - in fondo - sembra un mostriciattolo innocuo, paragonandolo all’immensità della montagna, ferita e fors’anche per questo ancor più minacciosa. Eppure pare godersela da lassù, ammirando uno stuolo di assessori, presidenti di enti, sindaci con e senza fascia, tecnici, forze dell’ordine. Tutti con il naso all’insù e il dito puntato. A indicare direzioni opposte, strade per nulla coincidenti. E lo scontro sulle responsabilità per il crollo sull’A18 rischia di diventare ben più di uno scambio di vedute: sotto l’ennesimo cumulo della vergogna, se davvero si dovesse scavare fino in fondo, si potrebbero rinvenire responsabilità pesanti. Più dell’uomo che della natura. In mattinata l’ipotesi più inquietante: «È colpa delle case abusive». Ma dopo il sopralluogo - fra smentite, mezze ammissioni e altre novità - si cristallizzano un paio di scenari. Entrambi gravi, seppur in netta contraddizione tra loro. La Procura di Messina ha aperto un’inchiesta, «un fascicolo esplorativo contro ignoti».  

 

Il muro “ballerino”

A Letojanni, sul luogo del delitto, poco prima di mezzogiorno sfilano le autorità siciliane. Arrivano i due assessori regionali che hanno competenza sul pasticcio. E la sensibile distanza fisica, in apparenza casuale nel corso del sopralluogo, diventa una lontananza siderale quando si comincia a entrare nel dettaglio. Maurizio Croce, che ha le deleghe su Territorio e ambiente, scandisce la sua diagnosi, «da assessore, ma prima ancora da tecnico». Ovvero: «Questa non è una vera frana». Nel senso che «non è una frana umida, dovuta alla pioggia, quindi bisogna capire la causa». E quale potrebbe essere? «Io mi sono fatto un’idea precisa: non potendosi configurare uno smottamento, si può parlare di cedimento del muro perimetrale». Del resto, rivela, «c’erano già segnalazioni di muri lesionati, non esattamente in questo tratto, ma molto vicino a qui». Anche perché, fa notare l’assessore, «se fosse stato un crollo i detriti avrebbero invaso l’intera sede stradale, anzi sarebbero arrivati quasi fino al mare... ».

In brusca sintesi: Croce, ex commissario governativo per la mitigazione del rischio idrogeologico, indirettamente assolve se stesso poiché «qui non c’entra il dissesto». E neppure l’abusivismo: «Il fatto che non ci sia stato un crollo non è un dettaglio, significa che nemmeno le costruzioni c’entrano». Accanto a lui annuisce il vicesindaco di Santa Teresa di Riva, Nino Famulari, che «parlando anche da ingegnere», rafforza il concetto: «Essendo un muro a gravità, l’acqua ha portato con sé il materiale d’accumulo». Anche Giuseppe Picciolo, capogruppo del Pdr all’Ars, dà manforte all’assessore Croce: «Chissà quanti altri muri come questo ci sono! La prevenzione è essenziale, ma è pure assente».  

 

La difesa del Cas

Se fosse davvero così, la principale responsabilità ricadrebbe sul Consorzio autostrade: insufficiente manutenzione del muro, se non addirittura sciatteria nel non rispondere a eventuali segnalazioni. «Ma in Sicilia sparare sul Cas è come sparare sulla Croce rossa», sbotta il presidente Rosario Faraci. Che frena anche sull’ipotesi trapelata dai suoi uffici in mattinata, e cioè il legame fra frana e abusivismo. «Aspettiamo il parere del Genio civile, ma noi stiamo facendo tutte le verifiche in tempo record, affidandoci all’Ordine dei geologi e alle Università ». Allora, è stato davvero il cedimento di un muro perimetrale? «Riterrei di no, ma non ho la presunzione di sputare sentenze se prima non ho tutte le carte».  

 

La mano dell’uomo

L’assessore alle Infrastrutture, Giovanni Pizzo, ha un enorme punto interrogativo stampato in faccia: «Non lo so, ‘sta cosa del muro non mi convince». Poi cambia argomento: «Chiederò a Crocetta di dichiarare lo stato di calamità per l’emergenza viabilità nell’Isola. Ne ho parlato al telefono con il ministro Delrio: abbiamo un problema complessivo, la libera circolazione delle persone e delle merci in Sicilia. Un commissario romano per l’emergenza viabilità? E perché no? Se arrivano per l’acqua o per i rifiuti, perché non per un settore decisivo per il Pil. Ma anche per la libertà di muoversi, non soltanto per prendere l’aereo e scappare da questa terra maledetta». Il tono, a metà fra Leopardi e Shopenhauer, si accende all’improvviso. Quando un tecnico comunale mostra - sul display del proprio telefonino - un’altra potenziale chiave di lettura. È una mappa del Pai, il Piano di assetto idrogeologico di Letojanni. La montagna interessata dal crollo, in contrada Sillemi, è segnata come “zona bianca”: rischio zero.

 

 

I due promontori “confinanti”, a poche centinaia di metri, hanno tutt’altra catalogazione. Quella più a sud, in zona Andreana, è censita come “R4”, il più alto tasso di rischio idrogeologico; l’altra, più a nord in contrada San Filippo, è “R3”, appena meno grave. L’assessore Pizzo storce il naso: «Ma com’è possibile che una montagna, dove tra l’altro risultano costruite abitazioni, sia a rischio zero mentre le due montagne confinanti, a parità di conformazione, siano ad altissimo e alto rischio? ».

Bella domanda. La giriamo all’accorrente sindaco di Letojanni, Alessandro Costa. Che ci conferma la mappa del Pai, «realizzata tempo fa dal Comune e poi approvata dalla Regione». I puntini neri sono le case, «appartamenti del “Residence Letojanni”, nato più di trent’anni fa come uno dei primi villaggi Valtur della Sicilia». Ricevuto. E adesso chi vive lì sopra? «C’è un centinaio di appartamenti, con una quarantina di residenti fissi, perché gli altri sono stagionali, villeggianti o in multiproprietà». In cinque di questi, «nei giorni scorsi c’è stato un sopralluogo dei vigili del fuoco e un’ordinanza di sgombero, così come in un’altra zona residenziale poco più avanti, con 200 appartamenti e 50 abitanti fissi». Ma hanno lasciato le case? «Non tutti», ammette imbarazzato il sindaco.

 

Le ipotesi del Genio civile

Nel caos calmo, qui la persona più affidabile sembra Leonardo Santoro. Il dirigente del Genio civile di Messina, caschetto giallo in testa, gira come una trottola. E riceve decine di telefonate. «Sono i miei uomini, stanno facendo sopralluoghi ovunque, accompagnati dai carabinieri anche per facilitare l’ingresso in abitazioni e proprietà private». Ma c’è già una pista privilegiata? «I profili sui quali stiamo facendo le verifiche sono l’edilizia privata, l’abusivismo edilizio e le opere di irrigazione e di accumulo delle acque irrigue». Quest’ultima ipotesi, l’ingegnere Santoro, la ritiene «verosimile». Perché è stata rinvenuta «una vasca di raccolta acque, che, fratturandosi, è andata giù». La frana potrebbe esser dunque «la concausa e l’aggravamento della lubrificazione del substrato roccioso», come dimostra «il movimento subìto dai sovrastanti detriti». Perché «il costone si presenta asciutto, ma ha continuato a scivolare anche dopo il nubifragio». Il che, se fosse vero, smentirebbe clamorosamente la tesi dell’assessore Croce, ma anche una parte dei sospetti dell’assessore Pizzo.

 

«Mandateci l’Esercito»

Chi non ha problemi di dover trovare spiegazioni è il Movimento 5 Stelle. A Letojanni c’è la deputata regionale messinese, Valentina Zafarana. Che denuncia «il caos nel servizio 3 del dipartimento Ambiente, che dovrebbe occuparsi di dissesto». Con «poco personale, nessuna rendicontazione dei progetti e l’impossibilità di raccogliere le sollecitazioni dei sindaci». E poi un «meraviglioso progetto, il Sufra, sulla suscettibilità alla frana, che resta al palo». Il collega Giancarlo Cancelleri ascolta tutti, soprattutto i tecnici e i sindaci. Poi sospira: «Qui ci vorrebbe l’esercito». Invoca «il quarto Reggimento Genio Guastatori di Palermo». Ma a far cosa? «Siamo in guerra, contro l’incapacità di Crocetta e del suo governo». twitter: @MarioBarresi

 

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