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Frana sulla A18, ecco le prime verità

Frana sulla A18, le prime verità «Tutto previsto, c’è chi sapeva»

 

MESSINA - Non è stato un “semplice” cedimento del muro perimetrale, ma una frana in piena regola. A innescare l’«ingente colata di fango e detriti», il 2 ottobre, sono state le «ingenti piogge». Ma, nella notte fra il 4 e il 5 ottobre, «in assenza di eventi piovosi estremi», c’è stato il cedimento definitivo in un’area già individuata come «soggetta a fenomeni franosi per erosione accelerata». Insomma: il disastro sull’A18 all’altezza di Letojanni era prevedibile, se non addirittura previsto. Ne erano a conoscenza la Regione, il Cas e il Comune di Letojanni. Emergono i primi elementi della filiera di responsabilità nello scandaloso crollo sulla Messina-Catania. Una prima relazione tecnica del Genio civile è finita ieri pomeriggio sul tavolo di Anna Maria Arena, sostituto procuratore di Messina, che ha aperto un fascicolo - finora a carico di ignoti e senza ipotesi di reato - sulla frana sulla carreggiata lato montagna dell’autostrada.  

Le conclusioni

Partiamo dalla fine. E cioè dalle conclusioni della relazione firmata dall’ingegnere capo del Genio civile di Messina, Leonardo Santoro. «Le possibili cause che stanno all’origine della frana sono da ritenere ascrivibili all’innesco di un primo cedimento della coltre superficiale del pendio, fortemente acclive sito a monte del muraglione della A18, a seguito delle ingenti piogge vericatesi a cavallo fra il mese di settembre e i primi giorni di ottobre». In pratica, «l’intero pendio, reso instabile dalla prima colata di fango, ha ceduto con una serie di crolli progressivi che hanno interessato la parte alta del pendio (...), fino a proseguire con un ingente crollo di massi e detriti asciutti che ha colpito violentemente il muraglione a gravità di controripa della A18 facendone crollare la parte sommitale». E quindi l’«ammasso terroso» ha invaso la strada. Detta così sembrerebbe una conclusione a metà fra il Catalano di Quelli della notte («La frana è stata provocata dalla pioggia», avrebbe detto) e il Benigni di Johnny Stecchino che escludeva l’esistenza della mafia e addebitava al «tttraffico» i problemi siculi. Perciò bisogna leggere con attenzione tutti i passaggi della relazione per entrare nel vivo della questione.  

 

La precedente frana

Nella stessa area c’era stata una precedente frana, il 9 settembre scorso. E due giorni dopo il Consorzio autostrade siciliane scrive al Comune di Letojanni, chiedendo di «convocare con urgenza un tavolo tecnico per la definizione delle attività necessarie per la messa in sicurezza dei pendii sovrastanti l’arteria autostradale della A/18, carreggiata di monte». Il Cas segnala al sindaco Alessandro Costa che «la cattiva regimentazione delle acque lungo la sommità degli stessi (i pendii, ndr), per la presenza di fabbricati, provoca continui smottamenti e non ultimo anche la formazione di considerevoli corpi franosi, lamentandosi per i continui interventi ai quali è costretto, «eseguiti in condizioni critiche ed al limite della incolumità» da parte del personale. Amara curiosità: nella lettera, il Cas preconizza un «basti solo immaginare se il traffico autostradale dovesse riversarsi sulla SS 114». Non c’è bisogno di immaginare: s’è verificato davvero; è stato un incubo. Anche la lettera, allegata alla relazione, è stata acquisita agli atti. Un’altra bacchettata arriva sul torrente Sillemi, «utilizzato impropriamente dal Comune di Letojanni come viabilità di accesso a diversi insediamenti abitativi», compresi «i complessi edilizi rilevati in cresta al pendio sovrastante la frana». Il Genio civile ha diffidato il Comune, nel 2012 e nel 2013, «a ripristinare lo stato dei luoghi». Ma l’amministrazione di Letojanni ha presentato ricorso al Tribunale delle Acque pubbliche.  

 

I sopralluoghi

Ma la parte centrale riguarda la relazione firmata dai dirigenti (Matteo Bonfiglio e Anna Maria Trio) che, scortati dai carabinieri di Letojanni, hanno effettuato i primi sopralluoghi su tutte le zone coinvolte dalla frana. La prima tappa è stata al complesso “Elayon Residence Silem”, sulla cresta del pendio, «ove sono stati rilevati due movimenti franosi» riguardanti un muro di sostegno e una scalinata d’accesso nei pressi di un traliccio elettrico. Sulla regolarità sismica dei fabbricati i tecnici si riservano di «verificarla con gli atti in possesso». Ma affermano comunque che il movimento franoso «sembra orientato sul versante che insiste sul depuratore e non già, quindi, sul sottostante corpo della frana principale che ha colpito l’autostrada». Anche nella zona del depuratore altri due smottamenti che hanno interessato una griglia e un muro di sostegno. Da lì il sopralluogo s’è spostato sull’autostrada. Laddove «parte del muro di sostegno appare collassato nella parte sommitale, mentre la porzione intermedia in altezza, in direzione Messina, risulta leggermente traslata, con una evidente rottura dei conci costituenti il muraglione e quindi una complessiva disarticolazione, in altezza, del manufatto di sostegno». Ultima tappa, «per completezza di rilievo», in contrada Andreana, teatro di altri smottamenti in un altro residence dopo i quali il Comune ha emesso ordinanza di sgombero. «Tali movimenti franosi - si legge nella relazione inviata dal Genio civile alla Procura di Messina - non risultano connessi con la frana che ha interessato la sede autostradale».  

“Assolti” gli abusivi

E si arriva dunque all’esclusione, «dalle prime notizie acquisite», di uno dei potenziali colpevoli della frana: il cemento. Il Genio civile di Messina assicura infatti che «non appaiono manufatti abusivi responsabili dell’innesco della frana quali l’apertura di fronti di scavo per strade interpoderali, per la realizzazione di manufatti o presenza di grandi vasche di accumulo acqua eventualmente collassate a seguito delle ingenti piogge». Non è detta l’ultima parola, poiché «l’eventuale presenza di tali manufatti abusivi collassati dovrebbe rilevarsi nei residui eventualmente presenti all’interno del corpo di frana». Allo stesso modo, «non si sono rilevati accessi a piste in terra abusive o fronti di scavo non autorizzato». Ma per arrivare alla verità definitiva ci vorranno altri rilievi, «mediante l’utilizzo di rocciatori in parete o riprese tramite droni». L’“assoluzione” del cemento, «in attesa di ulteriori riscontri sui fascicoli inerenti l’abusivismo edilizio in possesso di questo ufficio», non è con formula piena. «I fabbricati realizzati in cresta al pendio sono stati realizzati tra il 1981 e il 1988, in epoca precedente alla redazione del Pai (Piano di assetto idrogeologico, ndr) ». Un dettaglio tutt’altro che insignificante.  

Rischio “molto elevato”

E qui si entra nella mappa del rischio idrogeologico. L’intera zona, si legge nella relazione, dal 2013 è inserita sia nella «cartografia dei dissesti», sia nella «cartografia delle pericolosità». In quest’ultimo ambito, quello delle frane, si registra un “R4” - ovvero “rischio molto elevato” - per il costone e per la strada, ma anche per due immobili. In sintesi: la frana non è stato un evento a sorpresa. C’erano tutti gli elementi per sapere che, anche senza il diluvio universale, sussistono «complessive condizioni di instabilità del pendio». Con un monito: «Non è da escludere che a seguito di ulteriori eventi meteorici si possano aggravare le criticità già riscontrate». Il che, tradotto dalla lingua “buro-tecnica”, significa: speriamo che non piova.

twitter: @MarioBarresi

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