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L’ex capo della Polizia De Gennaro”Falcone allarmato dopo Addaura”

L’ex capo della Polizia De Gennaro ”Falcone allarmato dopo Addaura”

Deponendo in Tribunale l’ex vertice della Polizia ha raccontato del suo rapporto con il magistrato ucciso insieme alla moglie e alla scorta il 23 maggio del 1992: “Pensava di avere alzato il tiro delle indagini”

L’ex capo della Polizia De Gennaro ”Falcone allarmato dopo Addaura”

Dopo il fallito attentato all’Addaura, sugli scogli vicino alla villa estiva del giudice Giovanni Falcone, nel giugno del 1989, il magistrato era “preoccupato” perché pensava di “avere alzato il tiro delle sue indagini”. Il ricordo è di Gianni De Gennaro, ex Capo della Polizia e oggi a capo di Finmeccanica, durante la deposizione, sul banco dei testimoni, sul processo sulla trattativa tra Stato e mafia.

 

“Subito dopo l’attentato io lo raggiunsi nella sua villa estiva all’Addaura – racconta De Gennaro, rispondendo alle domande del Procuratore aggiunto Vittorio Teresi – Francesca Morvillo, la moglie, non c’era e noi rimanemmo a parlare fino a notte fonda”. Ricorda anche della “amarezza” espressa da Giovanni Falcone “dopo le ipotesi che circolavano quell’estate sul falso fallito attentato”. “Rimasi a chiacchierare con Falcone – racconta ancora De Gennaro – furono conversazioni tra due persone che svolgevano lo stesso lavoro, seppure con responsabilità diverse. Falcone, ritenendosi vittima di quel fallito attentato, mi parlò dei rischi che correva. La preoccupazione era di avere alzato un pò il tiro delle sue indagini. Fu considerato un atto di aggressione al magistrato, a Giovanni Falcone. Il giudice era un obiettivo di Cosa nostra”.

 

Poi, De Gennaro ha ripercorso la sua conoscenza con il magistrato ucciso nella strage di Capaci, il 23 maggio 1992: “Ho conosciuto Giovanni Falcone nel 1981, lui era arrivato da poco all’Ufficio Istruzione di Palermo e con lui trattammo una importante indagine che era iniziata a Roma. Da quel primo incontro nacque un rapporto di collaborazione che si protrasse fino alla sua morte, oltre che un rapporto di lavoro c’era anche un rapporto di stima, amicizia e affetto”. Tra i suoi ricordi anche la collaborazione dell’ex boss mafioso Tommaso Buscetta: “Nel 1984 ero stato incaricato dalla Direzione centrale polizia criminale di recarmi in Brasile per andare a prendere Buscetta, erano arrivati segnali dal Brasile perché si poteva dare corso all’estradizione – ricorda – Ottenemmo dopo qualche giorno la consegna del detenuto che abbiamo accompagnato in Italia. Già durante il viaggio di rientro in Italia, il detenuto che aveva ancora segni di sofferenza evidenti, mi fece capire che avrebbe dato una sua disponibilità a incontrare i magistrati italiani. Ricordo che al mio arrivo in ufficio chiamai Falcone, ma non lo trovai e così chiamai Cassarà che mi disse che poteva raggiungere Falcone. Il giudice Falcone venne il giorno dopo, lo accompagnò Cassarà. Ci fu solo un primo interrogatorio, il primo e unico a cui ho assistito, durante il quale Buscetta manifestò a Falcone la sua disponibilità a collaborare con l’autorità giudiziaria. Si limitò solo a questo dato le sue condizioni di salute”.

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