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Caso Loris: Veronica, ecco le carte dell’accusa

Caso Loris: Veronica, ecco le carte dell’accusa

Caso Loris: Veronica, ecco le carte dell’accusa

RAGUSA - Nel processo delle telecamere irrompono nuove telecamere. In tutto 19, per lo più private. Che però non inquadrano più il “film” di Veronica Panarello per le vie di Santa Croce Camerina, la mattina del 29 novembre del 2014, quando morì suo figlio Loris Stival. Quelle nuove immagini, una corposa parte delle 247 pagine di Cnr (Comunicazione notizia di reato) di polizia e carabinieri alla Procura di Ragusa, raccontano un’altra storia. Confermando le bugie della mamma accusata di aver strangolato il suo bambino di 8 anni, gettandolo in un canalone in contrada Mulino Vecchio. Perché scandagliano, secondo dopo secondo, tutti i possibili percorsi alternativi: sia quelli ipotizzati dalla donna, sia quelli ipotizzabili da qualsiasi navigatore satellitare. Ma niente: la Wolkswagen Polo non c’è. Non passa mai, non viene inquadrata nemmeno per un attimo.  

 

E per l’accusa - che si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per omicidio aggravato e occultamento di cadavere - è la “prova regina” moltiplicata al quadrato. «C’è nelle riprese delle telecamere che descrivono un percorso diverso da quello raccontato dalla donna e non c’è mai in nessuna di quelle che avrebbe potuto inquadrarla se la ricostruzione fosse sbagliata», dicono gli inquirenti. I quali, sempre con l’aiuto delle stesse telecamere utilizzate per raccontare il percorso del giorno del delitto, hanno fatto un salto indietro. Descrivendo le due mattinate precedenti: e lì sì che Veronica c’è. E anche Loris, assieme a lei e al fratellino piccolo. L’uscita da casa, il panificio, la prima tappa alla “Falcone-Borsellino” per lasciare il figlio più grande. Che si vede: apre lo sportello, saluta, va verso la scuola. Tutto quello che la madre ha raccontato al procuratore Carmelo Petralia e al sostituto Marco Rota: «L’ho lasciato a scuola». Ma è così il 27 e il 28 novembre, non quello stramaledetto giorno. In cui emerge, tra le altre, una anomalia: Veronica, rientrando a casa la prima volta, parcheggia l’auto all’indietro, in garage. Non l’ha mai fatto, sostengono i familiari e i vicini. Come Gisella Pellegrino, che la incrociò proprio quella mattina: «Ad onor del vero, ho visto raramente Veronica entrare l’auto all’interno del garage. Subito dopo, l’ho salutata da lontano e sono entrata all’interno dell’esercizio commerciale, perdendola di vista».  

 

E allora perché questo insolito comportamento? «L’ha fatto perché sapeva già di dover portare il corpo di Loris in garage», è la tesi dell’accusa. E poi le testimonianze. Che confermano le accuse, ma soprattutto smentiscono alibi e piste alternative. A partire da Natale Ventura, l’ex titolare del bar “Orchidea” di via Matteotti, lo snodo decisivo del percorso raccontato da Veronica. «Era fuori a fumare, l’ho salutato», ha detto ai pm. Ma il diretto interessato smentisce: «Escludo categoricamente che durante la mia permanenza nel locale o nei pressi dell’uscio possa aver notato la Panarello transitare. Io escludo che ciò sia accaduto, anche in virtù del fatto che i nostri rapporti non erano tali da poterci scambiare il saluto».  

 

Oltre alla ritrattazione della prima testimonianza della vigilessa che raccontò di aver visto Veronica e Loris nei pressi della scuola («la somiglianza derivava soltanto dalla statura e dalle fattezze fisiche e non dai lineamenti del viso e dal vestiario dallo stesso indossato»), l’accusa gioca un’altra carta. Il “giallo” dell’orologio della donna accusata di omicidio. Veronica racconta ad Angela Cavallo, titolare della ludoteca “Divertilandia” dove accompagna il figlio più piccolo di «aver perso l’orologio al corso di cucina, probabilmente dimenticandolo lì, dopo essermi lavata le mani in bagno». Ma la responsabile del corso di “Bimby” al castello di Donnafugata, Virginia Piazzese la smentisce seppur in parte: «Nelle attività non ci si sporca le mani e poi non è stato mai rinvenuto nessun orologio nei locali di nostra pertinenza». La conclusione dell’accusa: Veronica «ebbe anche a smarrire l’orologio, ma ciò non accadde, certamente, presso i locali ove si teneva il corso di cucina; è inequivocabile l’ulteriore elemento psicologico del fatto reato ». E sempre sul tragitto per il castello.

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