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Caso Loris: le “indagini fai-da-te”

Caso Loris: le “indagini fai-da-te”

Caso Loris: le “indagini fai-da-te”

RAGUSA. Chi pensa che la detenuta più famosa d’Italia abbia trascorso gli ultimi dieci mesi a guardare assorta - magari girandosi i pollici - il soffitto della sua cella nel carcere di Agrigento dovrà ricredersi. Dietro le sbarre Veronica Panarello ha letto minuziosamente tutte le carte, fino a impararle a memoria. Ma soprattutto ha avuto tutto il tempo di macinare idee su idee; e di ascoltare ogni potenziale trama, anche la più artificiosa, su un “altro finale” possibile della morte di Loris.  

 

Tra le carte dell’informativa alla Procura di Ragusa, i pensieri passano dalla bocca della giovane donna, ma pure dei suoi ultimi supporti umani, soprattutto la zia acquisita Antonella Stival e il compagno Giovanni Penna, hanno disegnato incroci inediti, talvolta «privi di alcun fondamento logico». Come nel colloquio in cui due ipotizzano un collegamento con l’omicidio di Michele Brandimarte, calabrese sparato a Vittoria il 14 dicembre 2014. Qui, arrivano a sostenere, «senza alcun dato di fatto - si legge nelle carte dell’accusa - che a costui, ucciso perché implicato in un traffico di armi e droga, potrebbe essere collegato il nipote Davide, autotrasportatore e pertanto utile allo scopo». Il tutto ipotizzando che il bambino sia stato ucciso «per vendetta nei confronti del padre che si è rifiutato di trasportare droga per conto della mafia».

 

Ma l’accusa inserisce la tesi «in un contesto talvolta irrazionale talaltro surreale». L’accusa, a tenore delle stesse «perplessità», cita anche il colloquio intrattenuto dalla Stival con una amica, nel quale le due donne ipotizzano la possibilità che Veronica possa essere stata colta da malore, in carcere, perché avvelenata. E di quella volta che Antonella, ha pensato di ricorrere al soprannaturale per ottenere le dovute risposte, grazie a una medium che sarebbe riuscita a instaurare un legame con Loris che avrebbe suggerito alcune parole-chiave: “cavalluccio”, “tappeto rosso”, “macchinina”, “bandiere” e “tromba”. Un rebus affidato a Veronica nelle ore ferme del carcere. Antonella rilancia in sala visite anche l’intrigo mafioso, di cui sarebbe stato vittima - secondo lei - pure un finanziare suicidatosi in quei giorni (ma per lei ucciso) a Santa Croce. È Veronica stessa dire, in questo frangente, che «si stanno facendo fin troppe chiacchiere e pochi fatti».

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