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«Ho denunciato il malaffare sfidando minacce e attentati»

«Ho denunciato il malaffare sfidando minacce e attentati»

«Ho denunciato il malaffare  sfidando minacce e attentati»

SIRACUSA. La geografia di ciò che è accaduto ieri durante la conferenza stampa congiunta della consigliera comunale Simona Princiotta e del deputato nazionale di riferimento Pippo Zappulla sui motivi che hanno portato la magistratura ad aprire un’inchiesta sull’affidamento di vari servizi a società private da parte del Comune, era tutta lì, sulla scrivania, disposta prima che il fiume in piena delle dichiarazioni della “scheggia impazzita” del Pd in consiglio comunale si rompesse e partisse la sua lunga disamina di cosa siano stati questi mesi di raccolta prove.

 

Evidenziatori colorati, un orologio a marcare la durata delle proprie dichiarazioni e un paio di occhiali da lettura per Zappulla, mentre per la Princiotta gli oggetti simbolo sono arrivati al termine del suo discorso: un bicchiere d’acqua, caramelle alla menta per la gola dentro la quale le parole si sono spezzate più volte e poi il salvifico pacco di fazzoletti per fare sparire le lacrime. Che si sono fatte vive due volte: la prima quando ha descritto in che clima ha condotto quella che considera la sua battaglia solitaria, sguardi storti e stop saluti dai colleghi, bersaglio di lettere anonime e accuse a mezza bocca, l’altra quando ha spiegato in che modo quella che considera la macchina del fango abbia tentato di trascinare dentro suo figlio, «facendolo passare per tossicodipendente e quindi oggetto di minacce attraverso la mia automobile data alle fiamme».

 

È mentre racconta di quelle fiamme che la gola le si è bloccata per la prima volta, e le parole hanno preso la forma di una spira materna, tagliente e protettiva: «Se soltanto accadesse qualcosa ai miei figli… Loro non si toccano. Lo facciano, e conosceranno fino a dove può arrivare l’ira di una madre». Era l’11 agosto del 2014 quando la sua automobile, una Chevrolet Spak 205, fu distrutta dalle fiamme. Allora in veranda, a notare un tipo sospetto che si aggirava intorno alla macchina, il figlio minore con un amico. Un’ora dopo quella strana visita in cortile, l’incendio. In quell’occasione la Princiotta parlò di «rifiuti umani che agiscono nell’ombra, motivati dalla mia azione politica».

 

Deve avere ricordato questo ieri, quando ha accennato al fatto che i suoi valori veri sono altri, fuori dalla politica, e che il suo vero sogno è essere eletta rappresentante di classe nella scuola del figlio, «e tornare a fare le gite in campagna con lui». Gite che al momento sono sostituite dalla presenza in aula consiliare, dove è arrivata con una lista civica «facendo opposizione a questa amministrazione». La Princiotta ricorda che ha iniziato il suo lavoro riferendosi alle carte che passavano nelle commissioni alle quali era assegnata, come quella alle Politiche Sociali e Sport «e da questo nascono i miei atti di indirizzo riguardo agli asili nido, al telesoccorso e alle società sportive. Non sono andata a cercare di proposito l’illecito, ho solo puntato la mia attenzione sugli affidamenti diretti che andavano avanti da 14 anni, in assenza di bando. Allora non sapevo neanche che fossero appannaggio di consiglieri comunali».

 

Ed è lì, racconta, che si sarebbe formata nel tempo quella cortina di allontanamento e isolamento che «mi ha fatto sentire addosso quale fosse l’ambiente, i toni. Una volta ho visto con i miei occhi un collega battere sulla spalla di uno dei consiglieri adesso sotto inchiesta e dirgli “non ti preoccupare, tanto l’ordine a questa non glielo votiamo”». E poi ancora «io sono stata espulsa dal mio gruppo consiliare, forse non tutti lo ricordano». Le trema ancora di più la voce quando ricorda che «i consiglieri di Forza Italia, oggi indagati, erano invitati e sedevano nelle sedi del Pd nelle riunioni di maggioranza. Io, la Princiotta, non venivo invitata». Nei fatti «un isolamento punitivo. Io non lo sapevo neanche cosa significasse, fino a quando non l’ho vissuto sulla mia pelle». Racconta che i consiglieri la salutavano nel cortile del Vermexio, «perché in aula era sconveniente darmi la mano. Nessuno firmava più i miei atti d’indirizzo. Non la volevano neanche leggere».

 

Parla di un “branco” interno al consiglio comunale che cerca di proteggere se stesso, isolando e attaccando chiunque possa turbare quella che oramai «loro considerano una normalizzazione dei fatti, un’abitudine a non provare più indignazione». Quell’isolamento che denuncia, dice, ha la forma anche di «mozioni mai messe all’ordine del giorno, rimaste sepolte nel cassetto del presidente del consiglio comunale». Mentre l’ombra lunga della Guardia di Finanza si staglia ancora sulla facciata del palazzo del Comune, presso il quale hanno chiesto di acquisire atti legati all’affidamento di servizi riguardanti il telesoccorso, lo sport e gli asili nido, lei dice che «non sapevo che si sarebbe arrivati a questo. Io ho fatto soltanto le mie denunce, mi sono difesa da 7 querele».

 

Quando ripete che «casa mia non si tocca» specifica anche che non è una minaccia, ma una dichiarazione. «Si difendano con gli avvocati. Non tocchino la mia famiglia». E, infine, esplode: «Hanno fatto male i conti. Non potendomi accusare di interessi personali, mi hanno prima dato della pazza, poi della poco di buono. Ma non osino sfiorare i miei figli. Mai. Perché se accadesse, se soltanto accadesse, il prossimo motivo per cui il procuratore capo della Repubblica di Siracusa dovrebbe convocarmi e sentirmi, sarebbe per omicidio».

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