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Il presidente Iss Ricciardi: "La mia battaglia

Sanità: Walter Ricciardi rilancia la campagna contro l’ignoranza del no ai vaccini

"L'ex assessore Lucia Borsellino? Si era isolata"

Sanità: Walter Ricciardi rilancia la campagna contro l’ignoranza del no ai vaccini

CATANIA - «I medici che sconsigliano i vaccini vanno deferiti all’Ordine». Non ha dubbi Walter Ricciardi, che abbiamo intervistato a margine del convegno “Catania in prima fila contro la fuga di cervelli: alleanza pubblico privato tra Università e Fondazione Eli Lilly”. Il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità rilancia la sua battaglia contro gli anti–vaccinatori. E ci fa il check–up della sanità siciliana. Parlando anche dell’ex assessore Lucia Borsellino.  

 

L’ultima novità sui vaccini è che mancherebbero 300 milioni e l’accordo in conferenza Stato–Regioni è saltato: cosa succede?

«L’aspetto positivo è che la Conferenza Stato–Regioni ha approvato all’unanimità il contenuto del piano, questo è un passo estremamente importante. Poi ci sarà, io credo, un accordo tra governo e regioni: si tratta di vincolare una parte dei fondi del servizio sanitario nazionale e non di aggiungere fondi nuovi. Quindi è un rinvio di carattere tecnico: confidiamo che il 5 novembre ci sia l’approvazione anche dal punto di vista operativo».  

 

Quello dei vaccini è un tema ancora caldo. Lei è stato duro con i medici che sconsigliano a un genitore di vaccinare il bambino.

«Noi abbiamo lanciato l’allarme perché abbiamo visto che il calo, che è dell’ultimo decennio, era stato costante, ma quest’anno siamo andati al di sotto della soglia del 95%. Una soglia che consente ai germi di malattie che non sono sparite di circolare, e di colpire. In questo momento noi stimiamo che ci siano 15.000 bambini non vaccinati e fortemente a richio. E non è che lo diciamo noi, è la consolidata scienza internazionale, l’Oms, che lo dice. Io sono stato duro con quella sparuta minoranza di medici che non solo non vaccina, ma addirittura sconsiglia attivamente le vaccinazioni, fa spaventare le mamme, fa affermazioni non fondate su evidenze scientifiche».  

 

Si parla anche di un 33% di genitori che inizialmente hanno paura.

«Queste mamme hanno paura o perché si informano su internet, o perché si informano purtroppo da questi antivaccinatori che organizzano incontri capillarmente, in tutte le città italiane. Alcuni li fanno gratis, altri li fanno addirittura pagare. Le mamme, in buona fede, partecipano e si informano lì: il 33%. Poi fortunatamente quando vanno ai servizi vaccinali o dai medici di medicina generale, o dai loro pediatri, molte cambiamo opinione perché vengono correttamente informate da bravi colleghi. Ma quello che noi diciamo è: possibile che medici, pediatri e ostetriche, pagati dal servizio sanitario nazionale, possano continuare ad avere un comportamento del genere?».  

 

E che vuole fare? Licenziare chi sconsiglia il vaccino?

«Noi non abbiamo parlato di sanzioni, ma di deferimento agli ordini medici e professionali. E poi saranno i colleghi a valutare se questo comportamento è etico e scientifico».  

 

Ma perché questo fenomeno è così diffuso?

«Sono pochi, però il problema è che sono estremamente attivi e capaci di comunicare. Usano parole comprensibili, usano le leve giuste. Come quando uno dice a una madre “il vaccino contiene i metalli pesanti che uccidono? ”, oppure “il vaccino viene sperimentato su dieci topi e poi viene dato a tuo figlio”, o “il vaccino causa l’autismo”. Ecco, questa è ignoranza. E in certi casi anche malafede. Perché se tu sei in medico, se sei stato formato, se ti sei aggiornato…».  

 

I medici italiani non sono aggiornati?

«Il problema strutturale dell’Italia è che è l’unico Paese in cui il medico non viene mai ricertificato durante la sua carriera. In Inghilterra, ogni cinque anni un medico inglese deve dimostrare che si è aggiornato, ha studiato. Pensi: in Albania ogni due anni. L’Italia è l’unico posto al mondo dove quest’obbligo non c’è».  

 

Quanto incide la disinformazione della rete?

«Il web conta tantissimo oggi, come così i social media. Direi il 75–80% delle fasce d’età più giovani si informa su internet: e quindi ci sono tutte le mamme e tutti i papà. Se digita “vaccini” su Google sui primi 200 siti il 95% è di antivaccinatori... Queste sono teorie che affascinano: i complotti, le case farmaceutiche che affamano».  

 

A proposito di aziende farmaceutiche: cosa si può fare per mettere a frutto gli investimenti per creare sviluppo e lavoro? La Sicilia, e Catania in particolare, ha anche una tradizione in questo campo.

«La sanità, le scienze delle vita e la salute sono l’unico settore italiano che è in crescita e attrae investimenti. Noi dobbiamo favorire ciò. Ormai i programmi europei finanziamo solo la ricerca che è buona dal punto di vista scientifico, ha un impatto sociale, ed è buona dal punto di vista industriale. Lì ci sono i soldi veri. Soltanto se fai tutte queste cose sei competitivo».  

 

Quindi la nostra Regione, che non brilla per capacità di spesa di fondi europei, può puntare su questo settore nella programmazione 2014/20?

«Secondo me lo deve fare perché questa è l’ultima occasione per il Sud, perché i prossimi piani di convergenza avranno tutt’altre priorità. Quindi se non lo fanno adesso non lo farà più. Nel passato l’ha fatto in maniera non esattamente organizzata, e quindi molti fondi sono stati sprecati o addirittura sono ritornati. La Sicilia, che ha ottime università e ha ottimi giovani, lo deve fare. Ma si deve organizzare meglio. Noi come Istituto superiore della sanità vogliamo dare una mano e siamo a disposizione anche della Sicilia e delle istituzioni siciliane per farlo».  

 

Proviamo a fare un check–up della sanità siciliana. Non crede che il cappio del piano di rientro ci abbia costretto a fare più i ragionieri che i manager?

«Questo onestamente non è colpa solo della Sicilia, ma dell’impostazione che il Mef è in particolar modo la Ragioneria generale dello Stato ha dato ai piani di rientro. Che sono stati in larga parte impostati com attenzione ai conti, ma non alle esigenze della gente. Ma la Sicilia aveva le stesse leggi della Lombardia e del Veneto: non è che viveva in un altro mondo…».  

 

La sua è un’assoluzione o una condanna con le attenuanti?

«La Sicilia è una delle regioni che si è mossa più tardi e peggio rispetto ad altre. La colpa non è tutta della Sicilia, perché il ministero dell’Economia che impone determinati paletti a cui adeguarsi. Però lo poteva fare prima, nessuna l’ha obbligata ad andare in piano di rientro».  

 

E questo da cosa dipende?

«Da una scarsa capacità di programmazione, cioè da una scarsa capacità di lettura dei bisogni della popolazione, e poi anche da una difficoltà nel trasferire queste informazioni alle decisioni. È questo fa un po’ specie, perché in Sicilia ci sono delle ottime università. Se la Regione si avvantaggiasse delle eccellenze presenti, potrebbe fare tanto».  

 

Al culmine del caso Nicole, il ministro Lorenzin ipotizzò un commissariamento della sanità siciliana. Ne avremmo bisogno davvero?

«Non c’è dubbio, perché il ministro si riferiva a una cosa molto chiara: c’è un accordo Stato–Regioni sui punti parto, dovrebbero essere chiusi tutti quelli al di sotto dei mille parti l’anno. In Sicilia ci sono ancora centri sotto soglia, è chiaro che le mamme e i bambini sono a rischio. Perché è una evidenza scientifica. Aveva ragione il ministro: si sapevano queste cose, perché avete consentito la permanenza di punti parto così pericolosi? La Sicilia non prendendo queste decisioni si espone in maniera immotivata».  

 

Conosce il nostro ex assessore Lucia Borsellino? L’ha incontrata nel suo nuovo ruolo romano all’Agenas?

 

«Io stimo moltissimo Lucia Borsellino. Ne stimo molto l’integrità morale, apprezzo il tentativo che ha fatto. Se devo rimproverarle qualcosa è di averlo fatto un po’ da sola. Queste situazioni da soli non si cambiano, bisogna creare gruppi di lavoro, squadre che seguano i diversi aspetti. Perché da soli, anche con la massima buona volontà, poi si viene schiacciati, come abbiamo visto, dalla complessità delle cose. Questo vale dappertutto, a maggior ragione in Sicilia, dove devi combattere delle resistenze, delle situazioni consolidate. Tu da solo non fai niente: e questo forse è stato il suo problema, oltre a quello di non essere in grado anche di mantenere delle persone che c’erano in Sicilia che magari adesso sono andate via».

Twitter: @MarioBarresi

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