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La galassia Lo Bosco, da Confindustria ai politici amici

La galassia Lo Bosco, da Confindustria ai politici amici

La galassia Lo Bosco, da Confindustria ai politici amici

A Catania lo ricordano ancora in molti, quel 29 dicembre 2012. Indossava uno dei suoi consueti doppipetti – un po’ civettuoli, ma sempre di taglio sartoriale – Dario Lo Bosco. Poggiò il cappotto di cachemire su un tavolo della sala riunioni della Sac. E disse, con un sorriso rassicurante: «Eccomi qui». Fu l’inizio della fine dell’era del già ex presidente della Regione (e già indagato per mafia) Raffaele Lombardo all’aeroporto di Catania. L’antimafia siciliana festeggiò a champagne, quella notte.

 

Il Male Assoluto andava verso la sconfitta definitiva. Perché sotto il Vulcano, col voto decisivo di Lo Bosco – commissario straordinario della Camera di Commercio nominato, il giorno prima, dal governatore Rosario Crocetta in sostituzione del lombardiano Fausto Piazza – ci fu il ribaltone. Il duo di vertice di Fontanarossa (l’ex dirigente del Pci, Peppino Giannone, presidente; l’imprenditore turistico Nico Torrisi ad) venne defenestrato. E oltre a Confindustria, che aveva griffato la nomina di Lo Bosco, festeggiò pure Giuseppe Castiglione, che da ex presidente della Provincia aveva osteggiato l’acerrimo nemico autonomista. Nemmeno immaginava che sarebbe diventato, oggi, l’opposizione–ombra alla Sac. Il 4–4, “fisso” da mesi per il voto in base alle quote dei soci Sac, si trasformò in una schiacciante vittoria per il new deal: eletti Enzo Taverniti e Gaetano Mancini. Aeroporto “delombardizzato” e vittoria legalitaria dei soci a trazione confindustriale. Non senza morti e feriti: cause, ricorsi, pure un fascicolo aperto dalla Procura per un presunto falso nell’elezione dei predecessori.

 

E il sipario calò in un clima incandescente fra i contendenti. «Io ti rovino», si sentì urlare con tono felpato, davanti a tutti, Sandro Gambuzza, che continuava a opporsi al cambiamento. Sciclitano, laurea in Economia all’“Eliot College” delll’università di Canterbury, imprenditore agricolo e – a quell’epoca, ancora per poco – presidente della Camera di Commercio di Ragusa. Ruolo dal quale, qualche tempo A dopo, fu costretto a dimettersi per scansare l’onta della sfiducia. Oggi la sua azienda agricola, dopo aver affrontato un’altra improvvisa sfiducia (quella delle banche) va a gonfie vele. E dal suo profilo Facebook gongola con eleganza: «A cosa sto pensando? Sto pensando che manca poco e cadranno le false icone». Nessuno – né quella sera, né nei mesi a venire – si curò del “campagnolo” sciclitano.

 

Capodanno, poi la Befana. E il 9 gennaio del 2013, già archiviata l’urgente “pratica Sac”, Lo Bosco s’insediò alla Camera di Commercio. «Sarò a disposizione di tutti», disse ai giornalisti accorsi a raccontare la Grande Svolta. E in fondo è proprio questo il segreto dell’ex presidente di Rfi arrestato per tangenti: essere a disposizione di tutti, avendo tutti (o quasi) a disposizione. Ora è tutto un fuggi–fuggi di «io manco lo conosco». Ma alzi la mano chi non ha apprezzato quel manager che a Catania descrivono «preparato, preciso, attento alla forma»? Crocetta non ha memoria della nomina alla CamCom etnea («per la verità nemmeno me lo ricordo», dice al nostro Tony Zermo) e ne prende le distanze: «Un mio uomo? Ma quando mai... Solo due–tre telefonate». Derubricando il potente boiardo di Stato («la sua parrocchietta è agrigentina») a un “mariuolo” che gioca coi trenini nella Valle dei Templi.

 

Eppure su una cosa Crocetta, forse, non mente: non è un suo uomo, Lo Bosco. Perché è di tutti e di nessuno, amico di molti, fratello di alcuni eletti. Ma soprattutto perché quella nomina, così come la conferma al vertice della sgangherata Ast, nasce dai due principali demiurghi dell’ascensione di Saro da Gela a Palazzo d’Orléans: Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia indagato per mafia, e Beppe Lumia, senatore del Pd. Due dei nomi di quello che Attilio Bolzoni, su Repubblica di ieri, definisce «un “club” che ha deciso ogni scelta in Sicilia dal 2005» nel contesto di «una Cupola che sembrava intoccabile».

 

Parole durissime, quelle sul «califfato di Palermo», fra «complicità» di pezzi dello Stato e identikit dei convitati agli incontri all’hotel Bernini di Roma, il mercoledì mattina. Ma nella “galassia Lo Bosco” non svolazza soltanto l’aquilotto di Confindustria. È un album di figurine e di figuranti, che – se completato – racconta gran parte della storia di Sicilia degli ultimi decenni. Tralasciando il fatto che il manager agrigentino sia salito sul bus dell’Ast facendo tutte le fermate (da Capodicasa a Lombardo, passando per Vincenzino Leanza e Cuffaro), dietro la sua sfavillante carriera c’è Gianfranco Micciché, talent scout che lo scoprì.

 

Al viceré berlusconiano di Sicilia lo presentò l’allora baby–forzista Angelino Alfano. Un rapporto che è cresciuto e s’è rafforzato nel tempo. Addirittura quei malpensanti di Dagospia, nel 2013, scrissero che «Angelino e Renatino (Schifani, ndr) pensano solo a mettere il loro amicuzzo siculo Dario Lo Bosco a presidente di Trenitalia». C’è anche tanto di agrigentino e di enneciddino, pur raccontando di persone neppure indagate, nell’humus che si annusa nell’ordinanza del gip dell’operazione “Black List”.

 

Molto successiva la cordiale stima reciproca fra l’ex presidente di Rfi e i maggiorenti dell’Udc siciliana, dal senatore Gianpiero D’Alia (che ne apprezzò le doti manageriali all’Autorità portuale di Messina) all’assessore regionale Giovanni Pistorio. Ma a Catania, i testimoni della notte della rivoluzione alla Sac, Lo Bosco continuano a rimembrarlo come «confindustriale fino al midollo». Così in cielo, come in terra. Ve lo ricordate Gambuzza da Scicli? «Semplice sciame sismico o vero terremoto? Aspettiamo che chi di dovere decida», scrive commentando proprio Bolzoni.

 

E in effetti è questo il punto. Lo Bosco: uno, nessuno, centomila. Il simbolo plastico di quel sistema «messo in crisi dalle indagini». Forse sarà così. Eppure sono in molti, nel fronte dell’antimafia old style, quella con la giacca di velluto e le toppe ai gomiti, a essere quasi certi della rivincita sugli antimafiosi businessmen e parvenu, col gessato blu. E fioccano le indiscrezioni, gli spifferi di procura. Come le triangolazioni Trapani–Firenze–Buenos Aires, che portano dritti al cuore del problema. Verità, mezze ammulature, polpettoni al gusto Tutino. Chissà.

twitter: @MarioBarresi

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