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Ecco le anomalie dell’Ast di Lo Bosco

Ecco le anomalie dell’Ast di Lo Bosco Buchi e pagamenti cash (e Crocetta sapeva)

Le manutenzioni d’oro e mezzo milione l’anno per le gomme

Ecco le anomalie dell’Ast di Lo Bosco Buchi e pagamenti cash (e Crocetta sapeva)

PALERMO. E dire che Rosario Crocetta voleva pure mettergli le ali. In un afoso pomeriggio di fine luglio del 2013, seguendolo in un tour istituzionale nel Ragusano, fummo testimoni di una delle sue «notizie–bomba»: una «delibera di giunta rivoluzionaria», anzi «quasi un atto insurrezionale contro il mercato oligopolista di Alitalia», ovvero «far volare l’Ast, con low cost da Comiso» allo scopo di «far decollare lo sviluppo della Sicilia». L’allora assessore regionale ai Trasporti, il compassato Nino Bartolotta (che un sindaco ibleo scambiò per un «Cartabellotta molto dimagrito»), prese tempo. «Se ne occuperà il presidente, in prima linea», disse ai microfoni. E poi tutelato dalla privacy del taccuino che gli assicurava l’anonimato ci smozzicò: «È una crocettata di mezz’estate. Non se ne farà nulla».

 

E così fu. Anche perché l’Azienda siciliana trasporti è un carrozzone talmente appesantito da debiti e da mancati incassi (molti dei quali di contributi regionali) da poter, a stento, percorrere il disastrato asfalto di Sicilia. L’azienda partecipata al 100% dalla Regione, fino a ieri presieduta da Dario Lo Bosco (45mila euro di indennità da presidente, così come il vice Stefano Polizzotto e il consigliere Rosario Carlino) costa ai siciliani circa 26,5 milioni l’anno. Nove milioni dei quali servono per pagare gli oltre mille dipendenti, oltre che a mandare avanti un servizio di trasporto pubblico tutt’altro che di qualità. Non a caso più volte, s’è parlato di liquidazione, nonostante si sia passati da una perdita di 8,9 milioni (nel 2011) a un utile di 83mila euro nel 2013, ultimo bilancio disponibile.

 

Ma non è soltanto un problema di conti. C’è più di un’ombra nell’ultima parte della lunghissima era Lo Bosco alla guida della società. Di «rilevanti anomalie», infatti, parla più di un verbale del Consiglio di sorveglianza dell’Ast, riunitosi le ultime quattro volte fra luglio a ottobre scorsi. Una documentazione stracolma di rilievi e di richieste di chiarimenti, finita sul tavolo di Palazzo d’Orléans dopo essere passata da quello dell’ormai ex assessore ai Trasporti, Giovanni Pizzo. I “guardiani” della gestione dell’Ast (l’organo è presieduto dal dirigente regionale Fulvio Bellomo, affiancato da Emanuele Nicolosi e Giovanni Giammarva) hanno sollevato più di un dubbio. A partire dalla «analisi dei conti cassa delle dipendenze di Messina e Catania». Negli esercizi 2013 e 2014, affermano nella riunione del 16 luglio, «sono emerse una serie di anomalie (...) che appare possano compromettere l’attendibilità delle scritture contabili». In particolare «gli elevati saldi per centinaia di migliaia di euro dei conti cassa e la rilevazione di impossibili saldi negativi» che segnalano «una non reale rappresentazione della struttura patrimoniale dell’azienda».

 

Tra i documenti per chiarire questi aspetti, il consiglio di sorveglianza chiede le schede contabili e le fatture sui pagamenti in contanti, l’elenco dei fornitori con particolare riferimento a chi fa le manutenzioni e vende il carburante. Sui pagamenti “cash”, il direttore generale Giovanni Amico spiega avvengono «attraverso assegni circolari intestati ai fornitori e cambiati in banca per l’equivalente importo in contante». Nella seduta del 6 agosto si registra la dura reprimenda del revisore contabile, Maria Sole Vizzini. Che definisce «gravi» le conclusioni della relazione provvisoria sulla gestione della liquidità aziendale a Messina e a Catania.

 

Parlando di «saldi negativi o eccessivamente elevati non ritenuti fisiologici con l’attività svolta» e denunciando «la rappresentazione contabile di ingenti pagamenti per contanti». Si parla di «ammanchi di cassa», giustificati dal direttore generale dell’Ast con il contenzioso con i lavoratori e confermando che «alcuni dipendenti non avevano versato nelle casse sociali le somme derivanti dalla vendita dei biglietti trattenendoli indebitamente». Con un meccanismo descritto in questi termini da Amico: «I dipendenti dichiaravano l’incasso e non lo versavano». Per lui questa «non è da considerare una sottrazione di denaro», bensì trattasi di «una anticipazione, non autorizzata, a fronte di stipendi non erogati». La spiegazione, ovviamente, non convince il consiglio di sorveglianza.

Che chiede altre spiegazioni, «supportate da idonea documentazione». Passa l’estate. E arriva l’altro incontro: il 6 ottobre. I “sorveglianti” mettono subito le mani avanti. Chiedendo «dettagliate relazione» su alcuni punti critici: le «mansioni svolte dai dipendenti», le «procedure riferite alle manutenzioni e riparazioni» e la «cartolarizzazione effettuata nei confronti dei fornitori» per i debiti al 31 dicembre 2014. Non è un fulmine a ciel sereno, per i vertici dell’Ast, visto che da precedenti ispezioni «sono emerse rilevanti anomalie peraltro discusse con il direttore generale facente funzione». Il riferimento è ad ammanchi di cassa, pagamento in contanti (non tracciabile) per fatture di ricambi e forniture per un totale di 97.781,44 euro, ma anche «lavorazioni presso terzi non registrate contabilmente e prive degli ordini e della relativa movimentazione di magazzino». Insomma: un caos. Che viene alimentato anche dallo scontro sulla contabilizzazione del costo del personale.

 

Un incremento di circa un milione in un anno, giustificato dall’aver considerato il costo figurativo delle ferie non godute nel bilancio. Ma il consiglio di sorveglianza non si fa persuaso e – citando leggi e sentenze di Cassazione – arriva a una conclusione: «Il risultato del precedente esercizio, pari a euro 463.431, potrebbe essere ridotto per effetto della mancata contabilizzazione delle ferie». Per questo chiede agli uffici amministrativi di «ricalcolare, extracontabilmente, il risultato dell’esercizio contabile 2013 e la relativa refluenza fiscale». Insomma: i conti non tornano. Nemmeno qui. L’ultima seduta del comitato risale allo scorso 8 ottobre.

 

L’Ast si lamenta della mancata «possibilità di assunzione di personale o di progressione di carriera di quello esistente» che «può pregiudicare le attività dell’azienda». Ma poi si va a finire su un’altra «perplessità». Che riguarda la «discrezionalità della circolarizzazione dei fornitori», con una tirata d’orecchi sulla «grave omissione degli uffici preposti». In pratica l’Ast ha attivato la richiesta a una minima parte di fornitori (15 su 375 nel 2012, pari a 613mila euro su 19,4 milioni di debiti; 17 su 338 nel 2013, ovvero 577mila euro su 15,8 milioni di esposizione) e «nei due esercizi sono stati selezionati i medesimi nominativi».

 

Pochi, ma buoni. E sempre gli stessi. Poi l’affondo è su manutenzioni e riparazioni. Che «non prevedono un sistema di controllo finalizzato alla certezza della necessità delle attività e alla loro reale consistenza». E fra le richieste finali, oltre a chiarimenti sul noleggio autovetture (a che servono?) si chiede una relazione sugli pneumatici, con «il dettaglio dei costi e i mezzi ai quali è stata effettuata la sostituzione con il relativo anno». Ma perché questa curiosità? L’Ast, l’anno scorso, ha speso 464.383,56 in copertoni dei bus.

twitter: @MarioBarresi

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