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Quelle reti colabrodo che assetano la Sicilia

Quelle reti colabrodo che assetano la Sicilia Nell’isola dove si perde 1 litro d’acqua su 2

Nelle condotte 377 mln di m³ ma solo il 54,4% arriva nei rubinetti

Quelle reti colabrodo che assetano la Sicilia Nell’isola dove si perde 1 litro d’acqua su 2

Un disastro dalle immani conseguenze non solo economiche ma anche sociali. E a certificarlo sono i numeri che danno una fotografia allarmante dello stato delle reti idriche e del sistema che le gestisce in Sicilia. Basta solo citare il dato del Censimento delle Acque dell’Istat, pubblicato due anni fa e che si riferisce al 2012, per scoprire che in Sicilia si disperde il 45,6 per cento dell’acqua potabile immessa negli acquedotti. E il bello è che tra il 2008 e il 2012 non solo è aumentata la quantità di acqua che si disperde ma è anche diminuita la quantità di quella erogata. Se infatti nel 2008 ai siciliani sono stati erogati 403 milioni di metri cubi di acqua potabile, nel 2012 i milioni di metri cubi sono diventati 377.

 

Di questi quasi 172 milioni di metri cubi sono andati perduti chissà dove. E se nel 2008 ogni siciliano aveva ogni giorno 220 litri di acqua, nel 2012 i litri sono scesi a 207. La Sicilia almeno in questo non è la peggiore d’Italia perché, facendo raffronti con altre regioni, il Censimento delle Acque dell’Istat indica una dispersione del 54,8 per cento in Sardegna, del 45,8 in Campania, del 47,2 in Molise. Le migliori sono – more solito – al Nord: in Lombardia si perde «solo» il 26,2 dell’acqua erogata, in Trentino e in Emilia Romagna il 25,6. In generale in tutto il Paese, tra il 2008 e il 2012 c’è stato un peggioramento e solo Valle d’Aosta, Abruzzo e Puglia hanno migliorato. «Sebbene l’efficienza dell’infrastruttura della rete idrica costituisca un’esigenza diffusa e ormai improrogabile, le dispersioni continuano a essere persistenti e gravose – ha rilevato l’Istat –. Nel 2012, infatti, le dispersioni di rete nel Paese – calcolate come differenza percentuale tra i volumi immessi ed erogati – ammontano al 37,4%, in aumento rispetto al 2008 (32,1%) ».

 

Le perdite hanno diverse ragioni, perché c’è la dispersione fisiologica legata all’estensione della rete, al numero degli allacci, alla loro densità e alla pressione d’esercizio ma anche alle criticità di vario genere, come le rotture nelle condotte, la vetustà degli impianti, i consumi non autorizzati e pure gli errori di misura. E inoltre sempre l’Istat segnala che «le attività di manutenzione degli impianti, a causa di una diffusa riduzione degli investimenti nel settore idrico e – in generale – a causa della crisi economica, sono diminuite negli ultimi anni, con inevitabili conseguenze sui volumi dispersi». Nel complesso in Italia le dispersioni di rete ammontano a 3,1 miliardi di metri cubi: significa 8,6 milioni di metri cubi persi al giorno, ovvero poco meno di 100 mila litri al secondo. Si disperdono quindi, per ogni residente, 144 litri al giorno oltre quanto effettivamente consumato. In Sicilia si perdono invece complessivamente 47,1 milioni di litri ogni giorno.

 

Sta di fatto che indagare sul mondo del servizio idrico è un vero e proprio ginepraio. Persino il CoViRi, la commissione di vigilanza sull’uso dell’acqua potabile, quando ha provato a fare chiarezza sul settore si è trovato di fronte ad un vero e proprio muro di gomma. Era il 2009 e l’indagine non ha potuto riguardare l’intero territorio nazionale, perché «numerosi gestori non hanno comunicato i dati richiesti o Rapporto sullo stato dei servizi idrici inviando schede di rilevazione dati largamente incomplete e quindi inutilizzabili». Un buco nell’acqua, è proprio il caso di dirlo. Un comportamento – fu rilevato dalla commissione – che «mostra un mancato rispetto della necessaria collaborazione istituzionale nel settore idrico, ma in più prefigura una scadente, se non completamente mancante, conoscenza dei volumi di acqua gestiti».

 

Ma probabilmente, almeno per quanto riguarda la Sicilia – che in quella indagine sostanzialmente fallita del CoViRi ha visto molti gestori protagonisti delle non risposte – la regione è anche legata al fatto che vi sono in esercizio 446 acquedotti, 434 dei quali di pertinenza dei nove Ambiti territoriali ottimali della Sicilia e 13 del sovrambito gestiti da Siciliacque, la società mista tra la Regione e un partner privato. Siciliacque oltre che tredici acquedotti per quasi 1800 chilometri di condotte, gestisce pure sette invasi. La sola provincia di Messina ha 122 acquedotti di ambito ed è toccata da due acquedotti di sovrambito.

 

Eppure è bastata una frana a Calatabiano per assetare una città di 250 mila abitanti. Palermo di acquedotti ne ha 95, Catania 56, Agrigento 49, Trapani 33, Caltanissetta 25, Siracusa 21, Enna 20 e Ragusa 13. Le infrastrutture insomma ci sono, ma sono vetuste e non a caso il dato della dispersione dell’acqua erogata è in aumento nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012. Senza contare che nonostante tutto ci sono zone, molto ampie e popolate, dell’isola in cui l’acqua non è erogata 24 ore su 24, come nelle province di Agrigento e di Caltanissetta. Un caso limite è quello che sta accadendo in queste ore nel Canicattinese dove a causa prima di una manutenzione dell’acquedotto del Fanaco e poi dello stop dovuto ad un inquinamento batteriologico, l’ultima volta l’acqua è stata erogata il 2 novembre e non ci sarà alcuna distribuzione per almeno altri tre giorni. Ma questi sono luoghi dove pure il mercato immobiliare è ormai strettamente correlato alla questione acqua: una casa con una vasca di grande capienza ad esempio ha un prezzo di mercato superiore a quella che la vasca non ce l’ha.

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