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Giudici della Cassazione, alto grado

Giudici della Cassazione, alto grado di probabilità madre sia l’omicida

Motivazioni conferma carcere per Veronica Panarello
Giudici della Cassazione, alto grado di probabilità madre sia l’omicida
ROMA - La custodia in carcere di Veronica Panarello - accusata di aver ucciso il figlio Loris - deve essere mantenuta perchè si basa «su una coerente analisi critica degli elementi indizianti e sulla loro coordinazione in un organico quadro che appare dotata di adeguata plausibilità logica e giuridica nell’attribuzione a detti elementi del requisito della gravità nel senso della conducenza con elevato grado di probabilità della responsabilità dell’indagata per l’omicidio». Lo sottolinea la Cassazione nelle sue motivazioni. Ad avviso dei giudici della Prima sezione penale della Suprema Corte - che oggi hanno depositato la sentenza 45647 relativa all’udienza dello scorso 29 maggio che ha respinto il ricorso della Panarello contro il carcere - i magistrati del riesame di Catania, con ordinanza del 3 gennaio 2015, hanno correttamente convalidato la misura cautelare per i «gravi indizi di colpevolezza» a carico della donna. Secondo gli ‘ermellinì, tra gli elementi a carico della madre di Loris - che nei giorni scorsi ha detto al pm Marco Rota di non aver accompagnato il figlio a scuola il giorno del delitto, avvenuto il 29 novembre 2014 a Santa Croce Camerina nel ragusano - ci sono «gli spostamenti dell’indagata accertati tramite le videoriprese delle telecamere pubbliche e private», «il mancato arrivo a scuola del bambino mentre l’indagata ha continuato ad affermare di avere accompagnato a scuola Loris», «la localizzazione della Panarello tra le ore 9,25 e le ore 9,36 di quella mattina in zona prossima a quella in cui è stato trovato il cadavere, successivamente giustificata con il percorso fatto per buttare l’immondizia, benché fosse in direzione opposta a quella per Donnafugata, luogo dove la donna si doveva recare». Ulteriori elementi indizianti sono, prosegue la Cassazione, «il ritrovamento a casa dell’indagata di fascette di plastica del tipo di quella utilizzata per strangolare il bambino che la donna aveva giustificato sostenendo che il figlio le aveva portate in classe perché servivano per fare esperimenti, circostanza smentita dalle insegnanti». E poi, - prosegue il verdetto della Cassazione, articolato in diciassette pagine - «le menzogne dell’indagata nella ricostruzione dei suoi spostamenti», e «il fatto di non aver contattato il marito una volta resasi conto della scomparsa del figlio».

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