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Loris, Veronica e la quasi confessione

Loris, Veronica e la quasi confessione «Credevo di essere dentro un incubo»

Il reportage Mario Barresi. Domani l'udienza dal Gup / VIDEO

Loris, Veronica e la quasi confessione «Credevo di essere dentro un incubo»

È stata rinviata a domani, 20 novembre, l'udienza preliminare sulla richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura di Ragusa per Veronica Panarello, la donna accusata di avere ucciso il figlio Loris di otto anni. Un legittimo impedimento, un'udienza in Cassazione, ha bloccato a Roma il legale dell'imputata, l'avvocato Francesco Villardita. L'udienza si terrà domani alle 10:30.

 

RAGUSA - Quando? «Subito dopo aver accompagnato l’altro mio figlio, il piccolino, alla ludoteca». Dove? «A casa nostra, dove sono risalita». Cosa? «Ho trovato Loris, aveva le fascette che gli stringevano il collo. Era vivo, ma agonizzante, poi mi è morto fra le mani. E così ho deciso di prendere il suo corpo e portarlo al canalone». Perché? «Quando l’ho visto così sono entrata nel panico, non ho capito più nulla. Avevo paura che mio marito mi rimproverasse perché non l’avevo fatto andare a scuola e non ero rimasto con lui, avevo paura del giudizio della mia famiglia, avevo paura che incolpassero me». Per completare le cinque “W” ne manca una.

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Chi: Veronica Panarello. Che barcolla, ma non crolla. Perché alla fine dell’ennesima interminabile giornata - dal carcere di Agrigento a Santa Croce e infine in Procura a Ragusa - non confessa. Anche se, sempre con il suo avvocato Francesco Villardita al fianco, ci sono stati momenti in cui sembrava stesse crollando. Che fosse a un passo dal mettere la parola fine, a quasi un anno dall’omicidio del 29 novembre 2014, alla telenovela. Non è stato così. E anche quest’ultima versione di Veronica viene definita «quanto meno bizzarra» da fonti in prima linea nell’inchiesta.  

 

«È stato un incidente, è stato un incidente». L’ultimo colpo di scena. L’ultima litania singhiozzata. L’ultima “verità” di Veronica. Che era già venuta fuori nell’interrogatorio di venerdì scorso, quando in carcere era stata sentita, su sua richiesta, dal pm di Ragusa Marco Rota. E tutto ciò che è successo ieri è un replay, dal vivo, «con qualche cosa nuova», dei principali elementi raccolti nelle circa sei ore dell’ultimo interrogatorio. «C’è un sopralluogo in corso dopo nuove dichiarazioni rese dall’imputata, che sono coperte da segreto istruttorio e che saranno riversate al Gup nell’udienza per la richiesta del suo rinvio a giudizio», spiega, nel pomeriggio, il procuratore di Ragusa, Carmelo Petralia.

 

Sul campo il capo della Mobile, Nino Ciavola, e il comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri, Domenico Spadaro. Riavvolgiamo il nastro. Venerdì scorso la donna ha ammesso uno dei due reati che le attribuiscono: «L’ho buttato io nel canalone, mio figlio». Aggiungendo un altro elemento: «Forse mi ricordo dove ho buttato lo zainetto di Loris». Un “ovetto” blu e dalle stringhe gialle, di Toy Story. Mai ritrovato nonostante le ripetute ricerche. Veronica avrebbe raccontato che, percorrendo di nuovo le strade di Santa Croce, in occasione della visita al cimitero autorizzata lo scorso 7 agosto dai giudici, «un altro flash». Con la localizzazione del posto in cui potrebbe aver buttato lo zainetto: «In una campagna, vicino a un casolare abbandonato con un cancello in ferro sulla strada per il castello di Donnafugata». Per chi ha il quadro complessivo degli atti delle indagini, invece, Veronica comincerebbe a recuperare i ricordi perduti un po’ dopo (dalla fine dell’incidente probatorio), con un “picco” di nitidità dopo il decreto di conclusione delle indagini. In quelle carte, schiaccianti per l’accusa, ci sarebbe la chiave dell’evoluzione della “smemorata di Santa Croce” nelle ultime settimane.  

 

A ogni modo, la prima tappa del “tour della memoria” di ieri, alle 13 circa, si svolge proprio nel tragitto verso il corso di cucina al castello. Con più soste in luoghi diversi, una molto più lunga delle altre. Ma senza alcun risultato: dello zainetto non c’è traccia. Su questo punto l’idea dell’accusa resta sempre la stessa: la donna s’è disfatta della compromettente prova gettandola in un cassonetto di Donnafugata, che - essendo frazione di Ragusa - all’epoca dei fatti non fu sottoposta allo stop nel ritiro dei rifiuti decretato dal sindaco di Santa Croce per facilitare le indagini. Poco dopo le 15 la monovolume blu con i vetri oscurati, con Veronica seduta sul sedile posteriore, si ferma sul luogo del ritrovamento del cadavere. Il canalone, costeggiato da un fitto canneto, di contrada Mulino Vecchio. Qui la donna ha un cedimento fisico, sembra quasi svenire. Poi si riprende, sostenuta dalle forze dell’ordine che la scortano. E scoppia in lacrime. Piangnucolando il suo evergreen: «Non l’ho ucciso io, il povero figlio mio». Dopo aver sorseggiato un po’ d’acqua, ha comunque rivelato alla squadra mobile e ai carabinieri di Ragusa il punto esatto dove gettò Loris. Che corrisponde a quello dove è stato ritrovato.  

 

Ma il momento più importante del flash forward di Veronica è il ritorno sul luogo del delitto. La casa di via Garibaldi 82, nel centro di Santa Croce Camerina. Dalla quale la donna uscì, per l’ultima volta da libera cittadina, nel pomeriggio dello scorso 8 dicembre. È dentro la casa, ormai disabitata, della ex «famiglia del Mulino Nero» (per ripescare una celebre citazione di una familiare) che si consuma la parte più importante dei riscontri all’interrogatorio di venerdì scorso. «Sono tornata a casa - racconta la madre - e sapevo di trovare Loris, perché era salito con le chiavi, quelle con l’orsacchiotto, che gli avevo dato. Quando sono entrata era nella sua stanzetta a giocare. Io ho cominciato a fare le faccende domestiche e poi ho sentito dei rumori. Sono andata a vedere cosa stesse succedendo e l’ho trovato lì, a terra, con le fascette elettriche che strette al collo. Forse ci stava giocando, sapeva dove trovarle dentro casa. Era ancora vivo. Ho provato a salvarlo, a rianimarlo. Ma non ci sono riuscita». E quando la madre capisce che per il figlio prendere dal panico». Perché, sostiene Veronica, «nessuno avrebbe creduto a un incidente». E così decide di disfarsi del cadavere di Loris: «L’ho portato in un posto dove nessuno l’avrebbe trovato». Ma perché è andata a scuola a prendere Loris se sapeva di aver buttato il suo cadaverino al Mulino Vecchio? La risposta è poco convincente: «Ero in uno stato confusionale. Credevo di essere dentro un sogno, anzi un incubo». Nega, infine, il coinvolgimento di complici: «Ho fatto tutto io, con me non c’era nessuno. Non ho chiamato nessuno».  

 

 

 

La donna trascorre dentro casa quasi due ore. Esce alle 17,20 e viene portata in Procura, a Ragusa. Dove sarà sentita per altre due ore. In tutto questo lasso di tempo, però, non riesce a chiarire i tanti buchi neri della sua ultima versione. Perché dalla relazione del medico legale Giuseppe Iuvara (alla luce degli ultimi fatti, ancor più una “bibbia” sugli orari e sulle circostanze della morte), nei polsi di Loris risultano i segnali delle medesime fascette, che fanno pensare «a un’immobilizzazione ». Nella stessa ricostruzione non ci sarebbe spazio per l’ipotesi di un autostrangolamento, perché gli elementi raccolti propenderebbero per una sorta di «azione di sorpresa».  

 

L’altra incongruenza sono i vestiti. Il bimbo è stato ritrovato al canalone con i pantaloni abbassati (un consapevole tentativo di depistaggio, secondo l’accusa), ma soprattutto con abiti diversi rispetto a quelli che indossava appena uscito. «Si è cambiato lui, da solo. Quando sono tornata l’ho trovato con i nuovi vestiti». Clamorosamente smentita, inoltre, la spiegazione di un altro insolito comportamento. Quella mattina Veronica posteggia la sua Volkswagen Polo non in uno dei tanti spazi liberi sotto casa, ma in garage ed entrando in retromarcia. «Dovevo cercare un vecchio passeggino conservato lì sotto, per portarlo a un’amica che ne aveva bisogno». La donna fa il nome della destinataria del “prestito”, ma la diretta interessata, sentita dagli investigatori, giura di non saperne nulla. Veronica esce, torna ad Agrigento. Mentre tutte le telecamere e i giornalisti inseguono il mezzo della polizia penitenziaria, esce dal tribunale il suo avvocato.  

 

Villardita, quasi stupito di questa insolita solitudine, non rilascia però dichiarazioni sul contenuto degli atti. Smozzica solo una frase, scontata ma non troppo: «Ho difeso, difendo e difenderò Veronica nel pieno esercizio del mio mandato». Più esplicito, dal suo studio di Vittoria, il collega Daniele Scrofani, legale di Davide Stival. «Siamo sgomenti per l’ennesimo balletto delle versioni. Non ci accontentiamo di una quasi- confessione, così come non abbiamo mai accettato brandelli di verità». Si rivedranno - assieme ai pm iblei - venerdì 20, data effettiva di inizio dell’udienza preliminare che formalmente si aprirà domani davanti al gup Andrea Reale. Che, acquisiti i nuovi atti (i verbali dei due interrogatori e un’ulteriore informativa di polizia e carabinieri) dovrà pronunciarsi sulla richiesta di rinvio a giudizio per omicidio aggravato e occultamento di cadavere. Non c’è lo stesso freddo di quella notte, ma sembra un remake la scena dell’auto che esce dall’interrato del tribunale, con la stessa passeggera e la stessa destinazione: il carcere. Ma in quasi un anno tutto è cambiato. La mamma di Loris non è più una donna che grida al mondo di essere estranea all’assassinio del figlio. Le sentenze, i vuoti di memoria, le mezze ammissioni. Non ancora rea confessa, ma molto meno innocente. In attesa di un’altra verità. La prossima. L’ultima.

Twitter: @MarioBarresi

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