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Palermo, azzerato il clan di Corleone

Palermo, azzerato il clan di Corleone ”Così i boss volevano uccidere Alfano”

Mafiosi intercettati in carcere: “Deve fare la fine di Kennedy” / VIDEO

Palermo, azzerato il clan di Corleone ”Così i boss volevano uccidere Alfano”

I carabinieri del Gruppo di Monreale, con l’aiuto di unità cinofile per la ricerca di armi e di un elicottero, hanno eseguito un’operazione antimafia tra i comuni di Corleone, Chiusa Sclafani e Contessa Entellina, nel Palermitano. L’inchiesta, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ha svelato i nuovi assetti di Cosa nostra nel mandamento dei boss Riina e Provenzano. Le attività di indagine avrebbero scongiurato un omicidio già pianificato. Tra gli arrestati dai carabinieri del Gruppo di Monreale, che hanno azzerato i vertici del mandamento di Corleone, c’è anche Rosario Lo Bue, capomafia già finito in carcere nel 2008, ma poi assolto e liberato, fratello di uno dei fiancheggiatori dell’ultima fase della latitanza del boss Bernardo Provenzano. La Cassazione dichiarò nullo il decreto che aveva autorizzato le intercettazioni a suo carico.

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L’indagine ha svelato anche il progetto di un omicidio imminente: alcune persone si sarebbero rivolte a Cosa nostra per risolvere problemi legati alla riscossione di una grossa eredità. L’inchiesta, che è una prosecuzione di due blitz dell’Arma sulle “famiglie” di Corleone e Palazzo Adriano, è stata coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Leonardo Agueci. A carico dei sei fermati le accuse sono di danneggiamento, illecita detenzione di armi e associazione mafiosa. Lo Bue, capo carismatico e autorevole, porta avanti una linea d’azione prudente, sulla strada indicata dal boss Bernardo Provenzano.

 

 

Proprio questo suo modo di condurre le attività del mandamento avrebbe creato non poche fibrillazioni all’interno della famiglia mafiosa di Corleone. Dall’indagine emerge come un altro esponente mafioso, Antonino Di Marco, arrestato nel 2014, da sempre ritenuto vicino alle posizioni dall’altro storico boss corleonese Salvatore Riina, si sia più volte lamentato del modo di gestire gli affari di Lo Bue. Le attività hanno, dunque, ribadito che ancora oggi sussistono in Cosa nostra due anime: una moderata che fa riferimento e l’altra più oltranzista fedele a Riina. Dall’indagine è emerso che la mafia disponeva di un piccolo arsenale di armi nascoste.

 

“Dovrebbe fare la fine di Kennedy”, il presidente americano ucciso nel ‘63: così alcuni mafiosi arrestati dai carabinieri pensavano di colpire il ministro dell’Interno Alfano, responsabile dell’inasprimento del 41bis. La circostanza emerge da un’intercettazione effettuata nell’inchiesta dell’Arma sul mandamento mafioso di Corleone. ”Se c’è l’accordo gli cafuddiamo (diamo ndr) una botta in testa. Sono saliti grazie a noi. Angelino Alfano è un porco.Chi l’ha portato qua con i voti degli amici? È andato a finire là con Berlusconi e ora si sono dimenticati tutti. Dalle galere dicono cose tinte (brutte ndr) su di lui”, commentano i mafiosi Masaracchia e Pillitteri, riferendosi alle lamentele dei boss carcerati sul ministro dell’Interno. “È un cane per tutti i carcerati Angelino Alfano”, aggiungono.

 

Poi il riferimento a Kennedy, presidente degli Stati Uniti ucciso nel 1993. “Perché a Kennedy chi se l’è masticato (chi l’ha ucciso ndr)? Noi altri in America. E ha fatto le stesse cose: che prima è salito e poi se li è scordati”. Nella conversazione i due mafiosi accennano, dunque, alla circostanza che Kennedy sarebbe stato eliminato dalla mafia perché, eletto coi voti dei boss, non avrebbe poi mantenuti i “patti”.

 

Dall'indagine dei carabinieri, emerge che parte del denaro raccolto dai clan serviva a finanziare famiglie dei detenuti, tra le quali quella del padrino di Corleone Salvatore Riina. In particolare a dare i soldi al figlio minore del boss, Giuseppe Salvatore, sarebbe stato Pietro Masaracchia, già arrestato. L'inchiesta svela anche un tentativo di alcuni mafiosi di staccarsi dal mandamento di Corleone e crearne uno nuovo, perché in disaccordo con la gestione del capomafia Lo Bue. Gli inquirenti hanno accertato che per dirimere le controversie tra gli affiliati si chiedeva l'intervento della moglie di Riina, Ninetta Bagarella, ritenuta talmente "autorevole" da potersi consentire anche di rimproverare il capo mandamento.

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